Come nella trama del romanzo la Rivolta di Atlante di Ayn Rand, gli Stati Uniti sull’orlo del fallimento del socialismo e con una crisi economica depressiva senza uscita, stimolata dalla keynesiana pianificazione voluta dal governo e dalla sua Banca Centrale, trovano sul loro cammino un “John Galt” con l’obbiettivo di fermare il motore dello statalismo, invertendo il senso di folle marcia sin qui compiuta.
Questo personaggio armato solo di sana coerenza e di buoni principi, inizia il suo discorso, riscuotendo le coscienze dei singoli americani permettendo a questi di riscoprire la strada verso la libertà.
Il suo nome è ovviamente Ron Paul.
Il congressista del Texas, candidato alle presidenziali del 2012 ha infatti conquistato tutta la platea di americani che hanno assistito online o in tv al secondo importante dibattito presidenziale interno al Partito Repubblicano statunitense, tenutosi venerdì sera ad Ames, in Iowa.
Basti guardare a queste due indicative mappe basate sul giudizio degli internauti spettatori del dibattito per capire come il confronto sia stato favorevole solo a Ron Paul a fronte di mere comparse di contorno alla sua performance.
O le cifre di quest’altro sondaggio online che tiene conto anche degli assenti e di improbabili sfidanti alla nomination di partito:
1° – Ron Paul con il 44% dei voti
2° – Herman Cain 16%
3° – Michele Bachmann 10%
4° – Rick Perry 8%
5° – (pari merito) Tim Pawlenty and Mitt Romney 5%
7° – Sarah Palin 4%
8° – “Altri” 3%
9° – Rick Santorum 2%
10° – (pari merito) Jon Huntsman and Newt Gingrich con l’1%
Oppure se proprio volete verificare il polso presso i conservatori utenti di Fox News, un altro sondaggio online dà a Paul 61,62% delle preferenze.
Purtroppo in pochi se ne sono accorti qua in Italia dato che la notizia ove non sia frivola o favorevole ad Obama rimane a priori nel più completo silenzio, non varcando l’oceano e di conseguenza non venendo neppure pubblicata sui principali giornali nazionali e sugli altri mass media italiani (consolidando la loro attestazione quali strumenti di disinformazione di massa siano essi online che cartacei e televisivi al servizio dello Status quo).
Tali puerili atteggiamenti di spocchiosa mistificazione da parte della cartastraccia d’opinione (di Stato), non solo ha il fiato corto non riuscendo più ad incidere e ad influenzare l’opinione pubblica (specie nell’era di internet e dei social network) ma inevitabilmente porrà sempre più in chiara luce l’atteggiamento servile dei giornalisti di regime nel corso della campagna elettorale man mano che sarà chiaro anche ai sassi che Ron Paul non è una meteora in questa tornata.
Se i giornalisti si rivelano ben poco professionali nella descrizione di fatti e vicende reali, questo è in relazione ad una loro ignoranza sui nuovi fenomeni sociali, politici e culturali da loro non ideologicamente graditi o da loro non soggettivamente compresi (anche in mancanza di conoscenze di base).
Tornando a Ron Paul, il suo trionfo di consensi nei sondaggi nazionali in suo favore sono il viatico per il trionfo nel caucus locale di questo piccolo ma fondamentale Stato dell’Unione.
L’appuntamento dell’Iowa non è una semplice tappa secondaria nella lunga strada verso le presidenziali statunitensi del 2012, ma per varie ragioni è altamente indicativo di una tendenza presente nell’elettorato del partito dell’elefante, in grado di condizionare l’intero proseguo del confronto interno di primaria.
L’Iowa oltre ad essere il primo Stato a votare nelle primarie del 2012 è anche uno Stato tradizionalista, legato a quei valori tradizionali su cui il GOP trova consensi nelle urne elettorali in giro nell’Unione; il fatto che Ron Paul in un simile contesto si sia affermato dimostra un cambio deciso presso tale elettorato locale (e quindi anche a livello nazionale) verso principi libertari, non interventisti e di libero mercato ben differenti da quelli proposti dai mestieranti della politica di partito.
Ron Paul e la sua coerenza di principio hanno gran parte il merito di averlo portato alla vittoria, ma molto dipende anche dal lavoro svolto dagli attivisti e dalle varie associazioni e sigle che lo supportano sia sul web che fuori da esso.
Altri importanti segnali sono certamente quelli economici, i quali come già le recenti elezioni di midterm hanno dimostrato, stanno ritornando ad essere, dopo la parentesi bushiana, il principale tema di discussione in ottica presidenziale ritenuto prioritario dalla società americana.
La scarsa crescita economica, l’alto livello di disoccupazione, il deprezzamento del dollaro rispetto all’oro e il recente downgrade a seguito di un debito pubblico tre volte il suo prodotto interno lordo sono questioni sempre più al centro dell’attenzione non solo degli operatori di borsa o dei burocrati ma anche dell’uomo della strada, grazie anche alla divulgazione austriaca operata in tutti questi anni da Ron Paul a livello di teoria economica.
Non è un caso se questi tra tutti i candidati GOP presenti in Iowa sia stato colui il quale ha inserito all’interno dei suoi discorsi il maggior numero di questioni economiche, in controtendenza rispetto alla retorica dei suoi rivali incentrata su argomenti più fumosi e da teatrino.
Tale atteggiamento degli sfidanti anche in questa occasione è in parte derivata dal tipo di domande poste dalla stessa Fox News (organizzatrice dell’evento).
La rete tv di Rupert Murdoch, notoriamente vicina all’establishment del partito dell’elefante, non a caso ha incentrato l’intero dibattito il meno possibile sulle questioni economiche, privilegiando ancora una volta la politica estera, ovvero un argomento che a seguito delle rivolte in Medio Oriente e la morte di Bin Laden è ormai di secondaria importanza per gli americani, stufi peraltro di pagare di tasca propria gli ingenti costi per tali conflitti tutt’ora in corso e privi di risoluzione sotto la presidenza del tanto decantato premio Nobel per la pace!.
La scelta del tema di politica estera come argomento di dibattito serviva anzitutto per rilanciare le solite paranoie ed isterie interventiste e militariste dei vari neocon di partito sfidanti del Dr. No svicolando così le domande più scabrose e meno rassicuranti per le ambizioni degli alti papaveri di partito.
Eppure nonostante ciò il giochino non ha funzionato (come si evince dai risultati finali dei sondaggi di gradimento da casa), nonostante tutto e a maggior ragione, Ron Paul anche sulla questione della politica estera è riuscito a mietere ampi consensi di massa senza ombra di dubbio.
Figuriamoci quando si inizierà a parlare sul serio sui temi economici della crisi e sul criticatissimo inciucio bipartisan sul debito pubblico…
Nei 15 minuti del suo intervento il Dottor Paul partendo dal recente declassamento da parte dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s si è scagliato contro la manipolazione tasso zero da parte della Fed sul denaro, ha denunciato la questione delle ingenti spese a debito che il governo propone con peraltro minacce di incrementi delle tasse e pochi tagli strutturali.
In seguito è passato alla questione delle spese militari all’estero nelle guerre ma anche come finanziamenti ai Paesi considerati amici degli Usa (Israele ma anche altri paesi del Medio Oriente).
Uno dei momenti più importanti del suo intervento è stata la sua ferma opposizione a qualsiasi ipotesi di intervento militare contro l’Iran in merito alla questione del nucleare.
Il Dottore ha stupito l’intera platea affermando che stando addirittura alle stesse fonti della CIA (peraltro conosciute segretamente anche dagli altri membri di partito), la repubblica islamica degli ayatollah iraniani non avrebbe conseguito quel tanto retoricamente annunciato salto tecnologico nella produzione di uranio arricchito tale da permettere quindi la costruzione di un possibile ordigno nucleare.
Ron Paul ritiene che non vi siano prove che dimostrino tale finalità e un suo uso a scopi bellici di tale tipo di energia, quindi ogni ipotesi di attacco militare preventivo nei suoi confronti per tali ragioni sarebbe una indebita aggressione peraltro non motivata al pari di quella irachena di Bush jr.
A seguito di tali affermazioni è nato un lungo diverbio tra lui e l’esponente della cosiddetta “Christian Nation” (la Destra religiosa nel GOP), Rick Santorum, il quale in termini ben poco tolleranti ed ispirati ai valori di pace ha continuato a provocare Ron Paul proponendo invece la solita ricetta neocon basata su interventi militari a catena in giro per il mondo (e nello specifico in Siria, Arabia Saudita, Venezuela…) nella speranza di rappresentarsi come prosecutore della linea di crociata globale per la democrazia, di bushiana memoria, presso la platea.
Il siparietto montato da Santorum è proseguito anche dopo che Ron a sua volta gli ha risposto proponendo al fine di ridurre le ingenti spese militari (pesanti sul debito pubblico federale), il ritiro delle truppe statunitensi non solo dagli scenari di guerra attuali ma anche dalle numerose basi militari in giro per il mondo in altre Nazioni.
Il fondamentalista cristiano con propensioni all’armageddon atomico, ha proposto al fine di portare avanti le sue farneticazioni militariste entro una ottica imperialista, che non si metta in dubbio la centralità decisionale del potere politico di Washington, negando ogni eventuale decentramento dei poteri e dimagrimento amministrativo arrivando a negare anche la validità del X° emendamento della Costituzione Usa.
Inutile dire che tali manovre sono state abilmente disinnescate da Ron Paul, appare evidente che Santorum era l’utile idiota ormai fuori dai giochi usato dal partito per dar fastidio al Dottore, comunque se di trappola si trattava Santorum è caduto nella sua stessa.
Per quanto riguarda invece gli altri esponenti dell’elefante bisogna rilevare la clamorosa stecca di altri papabili candidati, pompati ad arte e strafavoriti sino a pochi giorni prima da tutti i massmedia e sondaggisti statunitensi: Mitt Romney e Michele Bachmann.
Dopo il CPAC 2011, anche in questa occasione entrambi finiscono nelle retrovie di gradimento popolare, liquefatti come del ghiaccio al sole di agosto, e non è un caso…
Mitt Romney fautore nel Massachussetts del modello sulla quale si è costruita la versione liberal dell’Obamacare, ha gigioneggiato tra retorica d’apparato e abbozzato sostegno a maggiori spese pubbliche riproponendo la retorica del conservatorismo compassionevole a base di deficit spending e lafferismo.
Il “fenomeno Michele Bachmann” salita agli onori della cronaca dopo il midterm si è ridimensionata sensibilmente, durando come credibilità meno di quello che dal 2008 ad oggi caratterizza un’altra sua collega di partito la bislacca Sarah Palin (assente al dibattito e presumibilmente da ogni ipotesi di corsa presidenziale).
La Bachmann è già caduta numerose volte in contraddizione circa i suoi presunti e retorici propositi teapartier di opposizione alla spesa pubblica e la sua concreta approvazione nel recente passato dei TARP dell’era Bush jr-Paulson che diedero poi il via all’interventismo economico di Obama (inizialmente votati anche questi).
Non ha neppure appassionato o intenerito il giudizio dell’opinione pubblica statunitense, sapere da lei per l’ennesima volta entro un dibattito pubblico della sua doppia dozzina di figli (naturali e adottati) in famiglia.
L’unico momento di concreto risveglio degli interessi è stata la lite con l’altro candidato nativo del Minnesota, Tim Pawlenty il quale tra mille sue contraddizioni e laconiche risposte (praticamente tutte simili tra loro aventi per vuoto soggetto Obama), interrotto l’ascesa della procuratrice fiscale peraltro favorevole all’estensione del già vigente Patrioct Act.
Altre figure di contorno miserrime sono stati Jon Huntsman ex ambasciatore Usa in Cina amico di Obama, Herman Cain, ex presidente di una filiale della Fed, ora divenuto proprietario di una catena di pizzerie, favorevole ovviamente al QE3 e a misure di salvataggio della finanza con stampa selvaggia di moneta creata dal nulla; ed il vecchio marpione del contratto per l’America del 1994, Newt Gingrich, il quale al pari di certi altri mentitori incalliti nostrani ancora in circolazione da quell’epoca, ha dichiarato tutto e il contrario di tutto promettendo mari e monti e quant’altro al pari di un venditore di tonici miracolosi da Vecchio West.
Risulta quindi evidente come il dibattito a parte l’ottimo Ron Paul si sia rivelato poco avvincente nei contenuti (a meno di non amare una politica a stelle e strisce sempre più simile a quella di casa nostra) e certo, quel che i media nostrani (ma anche statunitensi) propongono come commento in relazione a tale spettacolo, è funzionale anzitutto al ridimensionamento della cristallina affermazione dell’unico esponente libertario invitato al dibattito.
D’altronde non è colpa di Ron Paul se il GOP versa in uno stato pietoso quanto ad idee e personaggi coerenti con le aspettative del suo potenziale elettorato di riferimento.
E certo non sarà l’ultimo possibile baluardo per il vecchio establishment di partito da gettare tardivamente nella mischia delle primarie, il bambolotto plastificato dei neocon, Rick Perry (governatore proveniente anche lui dal Texas ma con un passato negli anni ’90 da ex portavoce di Al Gore, collegato tutt’ora a numerose lobby e con una tendenza flip flop alla retorica situazionista a targhe alterne) a costituire una vera minaccia interna per Ron Paul nel proseguo della partita.
Personaggi come Palin o Perry potranno mandare in brodo di giuggiole i giornalisti d’apparato o i commentatori italici narratori di vicende che paiono più da gossip che di inchiesta su quel che succede davvero negli Usa, come arma di distrazione di massa da propinare ai loro lettori nella speranza di proseguire a prenderli per i fondelli raccontando una realtà parallela che di fatto non esiste, nel tentativo di nascondere il più possibile l’ascesa del libertarismo verso le soglie dello studio ovale e il cambiamento conservatore in atto fuori dalle stanze del potere.
Se infatti l’apparato di partito propone disperatamente come suoi front-runner fautori di politiche interventiste in economia e in politica estera simili a quelle dei Democrats, la ricetta libertaria consiste invece nell’opposizione a tasse e spesa pubblica in linea con quanto richiesto dal movimento dei Tea Party, i quali come attestano il flop della Bachmann e di Gingrich, si mantengono ben distanti da free rider e da cialtroni che intendono strumentalizzare le loro rivendicazioni al fine di fregarli nuovamente come già accaduto in passato.
Gli elettori del partito dell’elefante hanno la memoria lunga e sembrano propensi a dar fiducia all’unica scelta politica favorevole con i loro atavici principi di riferimento da sempre, non solo da queste primarie.
Ron Paul, padre nobile ed ispiratore del movimento del thè è e resta il solo e unico riferimento in vista delle presidenziali del 2012 (come i precedenti straw poll locali delle varie sigle hanno più volte dimostrato) per i conservatori fiscali, i libertari e i paleocon.
La vittoria dell’Iowa non è solo la vittoria di un candidato politico alle presidenziali, segna ufficialmente l’avanzata del libertarismo e delle idee costituzionali di governo minimo di Ron Paul, nella società statunitense e perfino nello stesso Partito Repubblicano e forse pure entro l’ambito istituzionale.
E’ notizia delle ultime ore la bocciatura per incostituzionalità da parte della Corte distrettuale di parte del sistema di finanziamento della riforma sanitaria di Obama, da sempre contestato dal medico Ron Paul, in virtù come riforma, della sua palese coercizione ed ingerenza nelle scelte mediche di cura ed assicurazione dei malati.
Ovviamente tale bocciatura potrebbe venir interpretata anche come segnale di malumore ed una certa distante spaccatura anche entro il sistema di check and balance dei tre poteri statunitensi rispetto alle scelte del presidente, e certo il suo calo di popolarità in virtù delle promesse non mantenute o realizzate in modo incostituzionale e con l’espansione del debito, di fatto secondi i sondaggi sul suo gradimento personale lo stanno mettendo all’angolo in vista della sua ricandidatura per il suo secondo mandato.
Con un Congresso Repubblicano (seppur non privo di contraddizioni interne tra le componenti RINO di partito e l’ala tea partier-libertaria) e con una Corte Distrettuale che inizia a non fare sconti ad Obama e ai suoi atti compiuti (basti pensare all’incostituzionale intervento militare in Libia senza l’approvazione del Congresso come precedente, peraltro denunciato da vari deputati bipartisan tra cui lo stesso Ron Paul) la Casa Bianca sembra essere azzoppata sino a fine mandato e certamente il solo Senato in mano Democratica difficilmente potrà combinare ulteriori disastri legislativi senza l’apporto esterno dei centristi del GOP alla Camera.
Obama deve anche affrontare problemi di tenuta interna nel suo partito tra le componenti Blue Republican (propense ad abbandonarlo nel 2012 proprio in favore di Ron Paul) e le componenti più liberal vicine ai sindacati in rotta con il partito su varie questioni (dal fisco, all’energia, alla questione degli interventi esteri).
La vittoria nei sondaggi online post-dibattito di Ron Paul in tutti gli Stati Uniti (Utah esclusi rimasti con il mormone Romney), anche in alcuni tradizionalmente poco Repubblicani o con una scarsa tradizione di antistatalismo, dimostra come egli sia non solo in pole position in Iowa ma anche potenzialmente in altri Stati dell’Unione per la nomination finale del partito.
Il messaggio di libertà del Dottore trova ricezione non solo presso gli indipendenti e i libertari-paleoconservatori ma anche presso parte degli ex delusi elettori di Obama con tendenze Democrats (specie tra i giovani) come attestano le numerose ed ingenti piccole donazioni ricevute al suo comitato nei vari Money Bomb da ogni angolo degli Usa.
Non a caso Ron Paul in un suo discorso precedente al dibattito aveva riconosciuto come i principi e la coerenza delle idee e delle azioni in favore di maggiori libertà economiche ed individuali siano il cuore del suo messaggio che raggiungono rispettivamente anche Repubblicani e Democratici superando anche i tradizionali schemi e steccati divisori ideologici o dei partiti risultando vincente nei consensi e per la sua candidatura.
A fronte delle disastrose politiche messe in atto nel corso dei vari decenni da presidenze bipartisan fallimentari (nel senso letterale del termine, in quanto pervicacemente ancorate sull’espansione dello Stato, della regolamentazione e del corporativismo keynesiano), la possibile (e a nostro avviso probabile) candidatura presidenziale di Ron Paul nel GOP segna sin da oggi un punto di rottura e di svolta storico per il futuro degli Stati Uniti (e forse anche dell’Occidente), non ancora da molti compreso nelle sue profonde implicazioni.
Il declassamento degli Usa e quindi delle fallimentari politiche di indebitamento pubblico portate avanti sia fuori che dentro ai suoi confini, promuovono sul campo quelle idee terze di America che a fronte dell’aumento di sfiducia da parte degli americani nei confronti della politica dei due partiti attuali, tendono a rappresentare per molti (anche non necessariamente libertari per convinzione) l’unica possibile exit strategy da un mediocre e grigio futuro di declino da fine impero.
Si rende sempre più manifesto il ripristino e la restaurazione delle idee politiche, economiche e filosofiche dei Padri Fondatori, della Costituzione e della Dichiarazione di Indipendenza americana, quali fondamenti culturali e di principio che costituiscono essi stessi, storicamente, un nuovo e noto inizio quale riferimento nei valori su cui porre solide basi per una nuova rivoluzione pacifica contro il Big Government e lo Stato centrale (questa volta interno ai propri confini) che non riguarda solo poche e secondarie sparute minoranze politiche o accademiche, ma una vera e propria moltitudine variegate di persone e di associazioni, una “Ron Paul Nation” la quale non si accontenta in vista del 2012 di un mero cambiamento di leadership, vuole caparbiamente anzitutto un nuovo paradigma che rifondi e rigeneri attraverso soluzioni di meno Stato e più libero mercato i talenti e la creatività individuale dando così reale speranza all’America.





AGGIORNAMENTO ALL’ARTICOLO:
Nella serata di sabato si è svolta la votazione straw poll in Iowa tra i delegati partecipanti al caucus, le nostre previsioni ottimistiche della vigilia si sono rivelate puntualmente corrette, confermando quanto da noi anticipato nel titolo del nostro articolo qua pubblicato: l’Iowa lancia Ron Paul e le sue prospettive per la nomination all’interno del Partito Repubblicano per le elezioni presidenziali del 2012.
Si veda qua: http://www.ronpaul.com/2011-08-13/ron-paul-2nd-place-at-ames-straw-poll/
e questo sito: http://caucuses.desmoinesregister.com/
Ron Paul si è rivelato il vero vincitore non soltanto morale dell’Ames Straw Poll, benchè questi sia arrivato per stretto margine di voti secondo dietro alla vincitrice Michele Bachmann.
Il suo risultato è ampiamente superiore per molte ragioni alle più rosee aspettative della vigilia; lo stesso Ron Paul ha sempre predicato prudenza puntando per modestia sua personale alla pedana del podio più bassa, ma i numeri dicono altro, Ron Paul ha sfiorato addirittura la vittoria numerica e di certo anche con il suo secondo posto ha colto una vittoria pesante per vari motivi.
Anzitutto il corto distacco con la vincitrice: Ron Paul ha ricevuto 4671 voti di gradimento (pari a 27,65%) contro i 4823 (pari al 28,75%) della Bachmann.
La differenza tra la prima e il secondo è quindi molto stretta: soli 152 voti pari allo 0,9%; un margine di distacco ampiamente recuperabile nei mesi che intercorrono con la primaria vera propria all’interno di questo Stato.
Quindi la Bachmann pur vincendo la simulazione di primaria non ha distanziato il Dottore con valanghe di voti, tutt’altro è semmai Ron Paul ad aver dato ampio margine a Pawlenty (arrivato terzo con circa metà dei suoi voti) e a tutti gli altri sfidanti GOP, marcando da vicino la vincitrice.
Gli esponenti maschili dell’establishment del partito dell’elefante: Perry e Romney guadagnano rispettivamente solo il 3,62% e 3,36% venendo superati anche da gente come Santorum e Cain (il che è tutto dire come avevamo preannunciato…).
A fronte di ciò bisogna ricordare che la Bachmann pur essendo da lungo tempo residente nel Minnesota è nativa proprio dell’Iowa con la sua famiglia e clan, quindi la vincitrice giocava in casa in questo sondaggio.
Benchè sia una vittoria, per come si è conseguita e per i suoi numeri, la Bachmann non può certo gioire, necessitava di ampio margine al fine di risultare realmente competitiva rispetto al secondo arrivato sfruttando proprio il fattore casalingo; invece non ha distanziato Paul, questi ha rischiato di fare il colpo grosso vincendo in casa della prima agevolmente.
Il vero vincitore è quindi Ron Paul proprio in ragione del campanilismo che ha notevolmente favorito e avvantaggiato la risicata vittoria della Bachmann, il suo giocare in trasferta a fronte di chi ha potuto invece ampiamente farsi conoscere puntando sull’empatia del suo nativismo biografico presso i suoi concittadini (più che reali contenuti politici), è un fattore da non sottovalutare nell’analisi dei voti.
Nella politica al pari del calcio, chi segna punti e consensi pesanti in trasferta negli Stati-stadi dei propri avversari ha certamente maggior rilevanza e peso di chi ha gioco facile nella rendita di consenso sul luogo; a maggior ragione se analizziamo questo straw poll rammentando come di fatto esso mostri un pareggio tra i due primi classificati: se i numeri danno formalmente ragione alla vincitrice, i numerosi fattori a suo favore la indeboliscono rivalutando l’impresa di Ron Paul e implicitamente addirittura la sua affermazione al di là del suo essere arrivato secondo.
La quasi vittoria numerica di Paul dimostra come la candidatura della Bachmann sia debole non solo sul piano nazionale (si pensi ai sondaggi online citati nell’articolo che la vedono nettamente ai margini) ma anche sul terreno, in uno Stato come l’Iowa che conosce bene e sul quale avrebbe dovuto costruire la sua immagine per aspirare alla nomination e ad un proseguo di campagna elettorale in discesa.
Invece, anche il terzo posto di Pawlenty risulta certamente un punto a sfavore della Bachmann, in quanto questi potrebbe metterla in difficoltà (viste le forti similarità di programma politico) come è già avvenuto nel dibattito televisivo, e certo anche in Minnesota potrebbe rubare a lei consensi pesanti a tutto favore del suo principale rivale: Ron Paul.
Il congressista libertario ha invece dimostrato sia nei sondaggi online che nello straw poll dell’Iowa come la sua candidatura sia concreta e solida e certamente in pole position per la nomination nazionale.
Neppure il frettoloso ingresso in pompa magna (esaltato subito dalla stampa italiota e statunitense) del texano Rick Perry, è riuscito quest’oggi a rubare voti e consensi a Paul, anzi lo scarso impatto nello straw poll (paragonabile a quello di Romney, il che la dice lunga anche sulle chance del miliardario mormone da sempre in cerca della nomination) da parte del governatore del Texas, ben inquadra la candidatura d’apparato di questo personaggio, non riuscendo minimamente ad impensierire ed impressionare il Dottore.
C’è da scommettere che neppure in un derby texano Perry riuscirebbe a battere Paul, viste le cifre assai misere con il quale si presenta sulla scena nazionale con ambizioni presidenziali, fin dall’inizio delle primarie anche presso l’elettorato del Lone Star State.
Storicamente chi parte debole all’interno di una primaria di partito (in special luogo in una Repubblicana a sistema maggioritario uninominale nel computo dei grandi elettori conquistati in ogni Stato) difficilmente riesce a recuperare e ad essere considerato un avversario credibile presso l’elettorato e sicuramente pur mancando alcuni mesi all’inizio delle vere primarie, questi test sono degli ottimi indicatori per testare fattivamente le ambizioni dei candidati e per definire una cernita ridotta a pochi candidati potenziali.
Tra questi certamente spicca Ron Paul e non alcuni strafavoriti della vigilia.
In conclusione, la giornata di ieri non solo ha confermato il trend della settimana in Iowa per quanto riguarda gli ottimi segnali immediatamente successivi al dibattito televisivo, ma anche in relazione al futuro voto di primaria in quello Stato ad inizio 2012.
I sondaggi online su base nazionale si sono rivelati corretti ed affidabili su Ron Paul e proprio la cartina tornasole dell’indicativo risultato dello straw poll dell’Iowa li conferma.
La candidatura di Ron Paul è empiricamente rilevante e solida non solo nei principi ma anche nei numeri presso l’opinione pubblica elettrice americana, rafforzando le già ottimistiche aspettative per quanto riguarda il proseguo della sua campagna elettorale presidenziale a livello nazionale.
perchè tutti i quotidiani italiani stamane titolano: nell’IOWA le primarie le ha vinte la Bachmann?
Perchè la stampa italiota si è prontamente accodata a quella statunitense d’apparato al fine di negare l’importante affermazione di Ron Paul nelle urne, esaltando utilitariamente ed unicamente solo Michele Bachmann (candidata che non dispiace all’establishment ), senza porre alcuna seria analisi dei numeri usciti dal sondaggio (da loro in precedenza snobbato e sminuito fino a quando non si è definita con certezza numerica la vittoria della Bachmann).
Se i numeri da soli non dicono tutto, i giornali addirittura non li analizzano proprio in maniera obbiettiva!!.
Il distacco tra Ron e la Bachmann è meno di un punto percentuale, se gli incartapesce analizzassero la vicenda al di là di una certa visione semplicistica plebiscitario-democratica, racconterebbero ben altre cose sui loro giornali, una situazione completamente opposta alle tante vuote retoriche propinate col palese fine di anestetizzare le coscienze a seguito dello straw poll favorevole al Dottore.
GRAZIE LUCA!
[...] Nella serata di sabato si è svolta la votazione dello straw poll in Iowa tra i delegati partecipanti al caucus organizzato nella fiera della cittadina di Ames, le previsioni ottimistiche della vigilia dei libertari si sono rivelate puntualmente corrette, confermando quanto già anticipato in questo articolo: http://www.movimentolibertario.com/2011/08/13/2012-liowa-lancia-ron-paul/ [...]
Wow! Pensavo ero l’unico italiano a seguire Ron Paul. Grazie Luca e complimenti per l’articolo.
Grazie mille a te Eduardo per i complimenti. :-)
Ron Paul è da sempre un punto di riferimento del Movimento Libertario (vedi anche questo articolo recentemente pubblicato in italiano su questo sito: http://www.movimentolibertario.com/2011/08/15/capitalismo-fallito/ ) ti segnalo comunque che su Facebook abbiamo creato ad hoc una pagina fb seguitissma dedicata a lui e alla sua campagna presidenziale 2012 con tutte le notizie a lui dedicate: http://www.facebook.com/pages/Italy-for-Ron-Paul-2012/244533265572557
Un saluto
A prescindere dalla faccenda in esame la grande maggioranza dei media italiani, che anche sul resto non brillano di certo, quando si tratta di cose americane sono del tutto inattendibili.
Paul penso sarebbe un candidato di valore anche dal punto di vista dell’integrità e dell’etica personale, da quel che ho potuto capire pare non abbia scheletri nell’armadio anche se, dovesse davvero essere lui lo sfidante, sicuramente cercherebbero non solo di trovarglieli, e questo sarebbe giusto farlo con lui come con qualsiasi altro esponente politico, ma anche di fabbricarne di falsi o comunque strumentali visto che potrebbe dar molto fastidio a certi poteri.
Tra l’altro sembra possa presentare credenziali di tutto rispetto nei vari campi in cui si è cimentato (studi, professione, carriera politica, servizio militare, famiglia, sport…) anche se lui al contrario di altri non pare il tipo che stia a sbandierarli ogni 5 minuti.