MITOLOGIA DELLO STATO E SFRUTTAMENTO PARASSITARIO

DI CRISTIAN MERLO

La mitologia dello Stato, ammantandosi incessantemente di finzioni e di invenzioni, avvalendosi senza posa delle più svariate formule di legittimazione politica, da quelle più esplicite a quelle più scabrosamente insostenibili, nutrendosi ed alimentandosi senza ritegno dei più ignobili inganni cognitivi ed ideologici, ha forgiato nel corso dei secoli  la più aberrante delle superstizioni, capace di fagocitare e inglobare ogni cosa. A cominciare dalla verità e dalla essenza dei fatti.

In base all’ortodossia imperante e radicata, a livello spirituale e psicologico, nella mentalità profonda e nel carattere della gente, lo Stato è inteso e visto come una sorta di divinità, un idolo assoluto (la cui sovranità superiorem non recognoscens), cui i cittadini devono prostrarsi per il solo fatto che Lui esista e sulle cui necessità essi devono modulare  la propria condotta di vita. Giacché non solo <<l’intera percezione contemporanea della realtà, non solo di quella politica, ma anche di quella morale, estetica e intellettuale della nostra esistenza, si forma largamente attraverso il prisma dello Stato>> (A. Vitale), ma quasi inesorabilmente si dà per scontato che una vita sociale e civile al di fuori del contesto segnato dallo Stato non sia nemmeno lontanamente concepibile; che la realizzazione dei nostri desideri e la soddisfazione dei nostri bisogni possano trovar compimento esclusivamente  grazie al fatto che uno Stato sia presente, e sempre purché ci si muova nell’ambito del suo perimetro d’azione; che il solo pensare di agire al di fuori dei suoi schemi sia un mero esercizio di inutile utopia applicata.

Insomma, nell’immaginario collettivo, solo lo Stato può erogare beni e servizi ritenuti ormai essenziali. Solo lo Stato ed i suoi governanti sono in grado di sfruttare le economie di scala per fornire, più o meno efficacemente, protezione, giustizia ed una serie di altri beni fondamentali. Solo l’intervento dello Stato può comunque assicurare la riduzione dell’incertezza e del rischio.

Detto altrimenti, la degenerazione morale e psicologica ha fatto in modo che nella mente dei cittadini si inculcasse l’idea che, allo Stato, competano, di diritto, mirabolanti meriti o che allo stesso siano ascrivibili virtù miracolastiche, fondamentali per la nostra stessa sopravvivenza: meriti e virtù che fanno però letteralmente “a pugni” con ciò che invece emergerebbe, in maniera inesorabile, se solo ci si soffermasse ad una lettura, magari anche non del tutto disincantata, dei dati oggettivi che caratterizzano il mondo che ci circonda.

Siamo in presenza di un vero e proprio paralogismo, tanto perverso quanto più diffuso: e le   cui conseguenze nefaste sono ormai del tutto auto evidenti ed innegabili. Gli esiti sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, “ogni benedetto giorno che Dio manda sulla terra”: sprechi colossali, distrazione immane di risorse, distruzione di nuove opportunità e frustrazione di iniziative propositive, corruzione generalizzata, mala gestione, inefficienza sistemica e sistematica, oltre che penalizzazione della vocazione all’esplorazione e all’intrapresa dei singoli, annientamento preventivo di numerose occasioni idonee a soddisfare i propri liberi progetti personali.

Proprio in ragione del fatto che l’ideologia dei beni e dei servizi pubblici costituisce probabilmente il collante fondamentale per la tenuta del sistema, il ceto politico-burocratico al comando ha tutto l’interesse ad assecondarla quale straordinaria formula di legittimazione del suo operato. I governanti, pertanto, forniscono beni e servizi, qualificati come “pubblici”, la cui produzione, per lo più in regime di monopolio, deve essere in grado di soddisfare una condizione essenziale: la massimizzazione dei loro vantaggi personali, conseguibili dalla promozione e dallo sviluppo di rapporti intrinsecamente disproduttivi, in forza della loro formidabile capacità di alimentare il circuito del consenso a favore di interessi particolari,  a spese però di altri gruppi specificatamente individuati o della collettività nel suo complesso. I quali si lasciano ingannare e blandire circa il fatto che un simile schema Ponzi costituisca, ad ogni buon conto, una scommessa vinta, giacché, come già detto, non si potrebbe comunque né fare a meno delle garanzie, delle sicurezze e delle tutele offerte dallo Stato, né prescindere dalla convinzione invincibile <<che il suo governo [sia] buono, saggio e per lo meno inevitabile, e certamente meglio di altre alternative concepibili >> (M. N. Rothbard).

Insomma, da un lato il ceto politico-burocratico deve garantire, per sé e per le proprie clientele, l’accaparramento predatorio del maggior numero di rendite parassitarie possibili, legittimandole, all’esterno, come il frutto di un’attività buona e giusta o, al limite, spacciandole come il residuato di una funzione comunque necessaria; dall’altro, deve mascherare, agli occhi dell’opinione pubblica, i reali intendimenti perseguiti con il pretesto dell’assolvimento delle proprie funzioni, magnificando ed esaltando quanto più, al contempo, la bontà del pretesto.

Siamo di fronte, per dirla con una felice espressione del Prof. E. Somaini, alla promozione ed al consolidamento dei rapporti di <<sfruttamento democratico>>, che si declinano tanto in forma attiva, che in forma passiva, e tanto sul versante della spesa come quello del prelievo.

Ed i vincitori di questo processo di tipo parassitario, caratterizzato da relazioni a somma zero, alimentate dal ricorso alla coercizione, guarda caso, sono proprio coloro che sono specializzati nello sfruttare gli incentivi forniti dai governanti per promuovere e declinare, in maniera strategica, progetti politicamente utili da catturare, oltre che, beninteso, coloro che quegli incentivi li forniscono e sono in grado di lucrare benefici e privilegi in forza dell’imporsi delle logiche di intervento autoritativo e di intermediazione pubblica delle risorse (sfruttatori sul versante della spesa).

È in questo contesto che si innesta la dinamica tipica che caratterizza il rapporto, reciprocamente vantaggioso, ancorché socialmente disfunzionale, tra cliente (il soggetto politicamente tutelato) e dominus (il suo padrino politico); esso postula la concessione, da parte del protettore, di benefici e privilegi in luogo del consenso e del supporto alla forza ed alla stabilità elettorale prestati dal protetto. Fenomeni, quest’ultimi, che fungono a loro volta da moltiplicatore alla folle ed inarrestabile volontà di autoaffermazione del sistema, e che divengono essi stessi fonte inesauribile e volano formidabile di rendite e privilegi ulteriori.

Così come, ancora, vincitori sono anche coloro che, scoprendosi fervidi apologeti della causa e fieri sostenitori del principio assistenzialista, riescono a sfruttare, estraendole dagli interstizi del sistema, quante più occasioni possibili per intercettare una parte rilevante della spesa improduttiva; o per “scroccare” la maggior quota di servizi che residua, al netto dell’assorbimento della spesa improduttiva, pagati, comunque sia, da  quei tax payers che devono sostenere anche quella frazione supplementare di finanziamento. Trattasi di coloro (i “free riders”) che vivono o riescono ad approfittare in maniera importante della sempre maggior messe di spesa pubblica intermediata, da loro reclamata e promossa a gran voce, ma rigorosamente sovvenzionata dagli altri (sfruttatori sul versante del prelievo).

A conti fatti, sembra quindi ben difficile che ad uscire vincitori possano essere proprio i soggetti sui quali la casta fa affidamento per garantirsi l’accaparramento predatorio delle risorse necessarie a realizzare quei progetti politicamente appetibili, e/o quelle soluzioni strategicamente premianti, in termini di raccolta e mantenimento del consenso: essi sono semplicemente gli sfruttati! O perché, come osservato da Somaini, tali soggetti vengono esclusi <<dal pieno godimento di servizi che sono loro dovuti, e ad altri effettivamente forniti>> (sfruttati sul versante della spesa); o, ancora, perché sono <<gravati da imposte che eccedono la tassazione giustificata, [subendo così] forme di spoliazione fiscale>> (sfruttati sul versante del prelievo).

Insomma, possiamo parlare di una vera e propria matrice dello sfruttamento, che può essere così rappresentata:

SFRUTTAMENTO ATTIVO SFRUTTAMENTO PASSIVO
SPESA RENDITE PARASSITARIE, ACQUISIZIONE DI BENEFICI ESCLUSIONE DAI SERVIZI
PRELIEVO FREE RIDING SPOLIAZIONE FISCALE

È pur vero che ci muoviamo nell’ambito di un contesto schizofrenico e di comunismo assistenziale, incardinato sul principio del “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo il proprio bisogno” e sul dogma della dissociazione della figura del tax payer inconsapevole da quella del consumatore tutt’altro che auto – interessato.

Ciò determina, a fronte delle evidenti asimmetrie informative che caratterizzano ed innervano le logiche di ripartizione dei vantaggi e degli svantaggi, che il soggetto produttore possa finanche illudersi e bearsi di poter acquisire determinati benefici a costo zero, senza sforzo alcuno, come se stesse beneficiando di manna caduta dal cielo, senza accorgersi di cosa, al contempo, gli possa in realtà costare la sovvenzione dei benefici altrui, reclamati dalla sterminata miriade di gruppi particolari sedotti dalla logica della “rincorsa al  privilegio”.

Così come può accadere che quello stesso soggetto ponga più attenzione al vantaggio riveniente dallo specifico “regalo” ricevuto dall’alto, anziché alle disutilità generate dal finanziamento di beni e servizi per lui inutili, scarsamente accessibili, quando non del tutto indesiderati.

Oppure, ancora, ammalato di abitudine e apatia, ed assuefatto all’idea che <<se non vi fosse lo Stato, non vi sarebbe più alcuna tutela da svariati rischi, né vi sarebbero i servizi attualmente offerti da enti e aziende pubbliche, con la conseguenza che la popolazione sarebbe esposta a gravi problemi finanziari>> (V. Tanzi), quello stesso individuo non si avvede degli immani costi sottesi al mantenimento di questa fisima: in termini di risorse distratte, di effetti distorsivi sulla loro allocazione e/o sulla loro mancata costituzione, in termini di atrofizzazione delle opportunità di selezione degli ambiti di scelta individuale  e di definizione delle proprie libere finalità, di frustrazione dei processi di mobilitazione delle conoscenza e della informazione, pregiudicando così,  ex ante, il possibile sviluppo incrementale delle nuove “occasioni da libertà”. Egli, inoltre, sacrificherà sull’altare dell’ingannevole paternalismo statalista una serie di occasioni, impreviste ed impredicibili, che solo si spalancherebbe se lo stesso produttore potesse invece disporre, a proprio piacimento, di una porzione maggiore di quel reddito, che gli è stato taglieggiato proprio perché qualcuno potesse dargli l’illusione di preoccuparsi della sua sorte di elettore.

Insomma, non si può non convenire con chi ha ravvisato che <<questo sistema genera quello che si può definire “parassitismo incrociato”, con il quale si creano fruitori parziali convinti di essere beneficiari netti e rendendo difficile capire chi guadagna e chi perde. Con l’unico risultato di una colossale distruzione di ricchezza>> (A. Vitale). Con l’avvertenza, però, che converrà tenere sempre ben presente che il prelievo forzoso, coonestato con la fornitura dei cosiddetti beni pubblici, è in realtà dominato da logiche pesantemente arbitrarie e discriminatorie: è la mano pubblica a decidere chi e quanto deve pagare, chi e come deve passare all’incasso, così come a stabilire i tempi e i modi per cui le perdite al gioco redistributivo siano avvertite dai vinti come non troppo dolorose e facilmente rimediabili in una “riffa” futura, mentre i guadagni siano per i vincitori i più immediati, concentrati e perduranti possibili.

La totale assenza di trasparenza e la presunta difficoltà a discernere vincitori e vinti non deve infatti assolutamente trarre in inganno: a beneficiare della ingente messe di risorse intermediate dalla mano pubblica è essenzialmente quella pletora di clientele e di parassiti in servizio permanente effettivo, interessata a sostenere le azioni dilapidatorie della casta, oltre ovviamente alla casta in sé, beninteso.

Un fatto appare però palmare. Parafrasando Oscar Giannino, <<lo Stato, nel nostro caso italiano soprattutto, non è affatto sinonimo di più giustizia sociale. Esso è vischiosamente e ineliminabilmente prigioniero di interessi organizzati che badano a massimizzare il proprio tornaconto: che non è il mio e non è il vostro, a meno che non siate amministratori, dipendenti, clienti o fornitori>>.

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8 Responses

  1. Roberto Porcù
    Roberto Porcù 12 marzo 2012 at 15:50 | | Reply

    Il mio plauso all’autore – E’ già da molto che penso che ciascuno di noi sia concorde con ciò che lui afferma. Il problema è come metter fine a questo circolo vizioso senza entrare nell’immane bagno di sangue di una guerra civile, giacché vediamo ogni giorno che la via politica non è praticabile. E’ risibile immaginare che chi ha ben vissuto sinora sulle spalle degli altri si faccia da parte.
    Il governo Monti è sostenuto bipartisan dai partiti affinché tassi i Cittadini e non riduca i privilegi di casta.
    Tre uomini sono su una barca. Uno rema. Ad un certo punto quest’ultimo si ferma e si rivolge agli altri due con queste parole: “Scusate: perché adesso non remate un po’ anche voi?”. Questi sorridono e gli rispondono: “In realtà abbiamo già votato. Ma se proprio vuoi possiamo anche votare una seconda volta”.
    Se qualcuno ha un’idea concreta e non violenta per uscire da questa palude, ce ne renda edotti tutti. Grazie

    1. Lorenzo
      Lorenzo 13 marzo 2012 at 01:19 | | Reply

      Credo che per uscire dalla palude si possa imboccare due strade:

      1) COSTITUIRE COMUNITÀ VOLONTARIE. Strada percorribile soprattutto da coloro che non hanno molti soldi a disposizione. Bisogna creare comunità volontarie che si occupino dell’istruzione, della cura, dell’assistenza dei propri membri i quali rinunceranno ai servizi pubblici. In questo modo lo stato risparmierebbe un bel po’ di soldi, quindi non avrebbe problemi ad acconsentire. Si potrebbe addirittura chiedere un finanziamento pubblico, che in realtà è una restituzione (presumibilmente parziale) per i servizi di cui i membri della comunità volontaria non usufruiscono.

      2) RIVOLGERSI ALLE ASSICURAZIONI. Strada percorribile da chi ha denaro a disposizione. In presenza di mercati completi, se uno vuole vivere con pochi rischi basta che stipuli una serie di contratti assicurativi che spaziano dalla sanità alla pensione all’istruzione dei propri figli. Anche Jaques Attali nel suo “Breve storia del futuro” (2007, Fazi editore) prevede un futuro dominato dalle assicurazioni.

  2. anna
    anna 12 marzo 2012 at 23:53 | | Reply

    referendum per mandare a casa tutti i parlamentari i politici, senatori onorevoli…partiti partitelli partitoni..basta parassiti tutti a casa e senza vitalizio,
    si riparte da zero

    1. Roberto Porcù
      Roberto Porcù 13 marzo 2012 at 14:51 | | Reply

      @ Anna – Come idea non è male, ma pecca nell’attuabilità. Noi indiciamo un referendum e la corte costituzionale lo boccia perché quello è il numero di deputati, ecc. Per assurdo, supponiamo che la corte costituzionale sia in ferie, che il referendum passi e che lo votino il 90 % degli italiani. I politici in carica se ne strafregano e lo ignorano, o forse cambiano nome alle loro cariche e gli “onorevoli” diventano “messeri” ché la lingua italiana pare fatta apposta per questi giochini. Il sommo re eletto dalla casta che a noi dà ad intendere di essere il garante della costituzione passa la modifica ad arte ed i messeri arrivano a guadanare più degli onorevoli. Se ricordi c’è un referendum ignorato sulla responsabilità dei giudici ed un altro per l’abolizione del finanziamento ai partiti avvallato da Oscar Luigi Scalfaro dopo che gli cambiarono nome maggiorandolo di quel poco, ché di quattrini ne hanno da non sapere cosa farsene e li vanno ad investire aldilà dei confini.

  3. Roberto Porcù
    Roberto Porcù 13 marzo 2012 at 08:06 | | Reply

    @ Lorenzo – “… creare comunità volontarie che si occupino dell’istruzione, della cura, dell’assistenza dei propri membri i quali rinunceranno ai servizi pubblici. In questo modo lo stato risparmierebbe un bel po’ di soldi, quindi non avrebbe problemi ad acconsentire. Si potrebbe addirittura chiedere un finanziamento pubblico, che in realtà è una restituzione (presumibilmente parziale) per i servizi di cui i membri della comunità volontaria non usufruiscono”.
    Già fatto, ci sono le scuole private, il Cittadino vi manda i propri figli ed intanto paga per intero il mantenimento delle scuole pubbliche ed il Cittadino ricorre a sue spese a specialisti, analisi ed interventi che paga privatamente per baipassare i tempi lunghi del servizio sanitario pubblico.
    Il “rivolgersi alle assicurazioni”è il metodo americano, ma da noi si sarebbe costretti con le tasse a mantenere ugualmente in piedi la sanità pubblica.
    Dietro le belle parole “istruzione, sanità, (e TV) garantita a tutti e non solo ai ricchi, si nascondono carrozzoni fuori mercato, non riformabili, se non parzialmente smantellabili, quando i Cittadini li rifiutino: i proprietari delle strutture non sono i Cittadini, ma gli addetti a tutti i livelli.

  4. zenzero
    zenzero 13 marzo 2012 at 09:40 | | Reply

    Comunità volontarie sarebbero il massimo, ma prepariamoci ad essere attaccati da chi detiene il monopolio della violenza.

  5. Gran Pollo
    Gran Pollo 13 marzo 2012 at 12:10 | | Reply

    Comunità volontarie? si, forse… ma in questo modo si finirebe per ottenere stati “in piccolo”, troppo piccoli per essere competitivi e per autoproteggersi. Senza contare che il modello sarebbe di democrazia diretta, ma a rischio litigiosità altissimo. Puoi cambiare comunità, ma dovresti ricominciare da capo per integrarti.
    Assicurazioni? come sopra, solo che i “sovrani” sarebbero le compagnie di assicurazioni, le quali possono trattare l’assicurato-suddito come meglio credono, usando il premio assicurativo come arma. Il modello sarebbe assolutista. Puoi cambiare re-assicuratore, ma è come saltare dalla padella nella brace.

    Insomma, come idee mi sembrano un po’ acerbe…

  6. Deciomeridio
    Deciomeridio 23 marzo 2012 at 13:09 | | Reply

    Caro Leonardo Facco.

    Noto che sono diverse settimane che non scrivi le tue scemenze sulla Lega Nord.

    Cosa è successo ?

    Ah ! Capisco !

    Per anni hai descritto Bossi come il cane da compagnia di Berlusconi, avendo venduto il simbolo del Carroccio al cavaliere , mai supportate da documenti se non qualche pezzo di carta straccia da te recuperato in qualche cestino di Via Bellerio.

    Oggi invece Bossi ha mandato a fare in culo il cavaliere facendogli sapere che glifa pena : come si concilia questa arroganza di Bossi nei confronti di Berlusconi col fatto che quest’ultimo sarebbe proprietario del simbolo del Carroccio ???

    Infatti non si concilia e rappresenta la prova del nove che nei tuoi libri hai scritto solo falsità.

    ” Bossi non lascerà mai Berlusconi! Perchè Berlusconi ha comprato la Lega ed il suo simbolo ! ”

    ” Bossi è il cane da compagnia di Berlusconi e non morderà mai più ! ”

    Queste sono le stronzate scritte per anni da giornalisti epolitici di mezza tacca.

    L’ anticomunismo di facciata del Cavaliere è andato a farsi fottere ed ora esso vota COI COMUNISTI da lui tanto odiati, tra una leccata di culo e l’ altra a Mario Monti ed a Bersani.

    Stanno addirittura pensando di fondersi in un Partito Unico che potrebbe chiamarsi INSIEME PER L’ ITALIA !Una ammucchiata con dentro tutti:cani e porci ma soprattutto troie.

    Aveva proprio ragione quel tale che scrisse tanti anni fa : IL PATRIOTTISMO E’ L’ ULTIMO RIFUGIO DEI FARABUTTI.

    Oggi la Lega Nord è la sola forza che si oppone al governo dei Banchieri e della finanza internazionale che il vostro sito contrasta, e giustamente , aggiungo io.

    Nemmeno una parola su Davide Boni.

    Questo ti fa onore in quanto anche tu hai capito che i poteri forti hanno attivato l’ Ufficio Porcate e Colpi Bassi del Tribonale di Milano al solo scopo di cercare di far cadere la Regione Lombardia ed avere così , dopo il colpo di Stato di Monti a Roma ,il pieno controllo del Paese , potendo gestire in tal modo sia la Capitale Politica che quella Economica della Nazione.

    Le recenti accuse a Romano La Russa sono ancora più indicative di questo tentativo di replicare il golpe romano anche in Padania.

    Nel frattempo il governo Monti ha smontato la Riforma federale messa in piedi solo e grazie alla Lega e sta eliminando tutti i provvedimenti di Maroni , dal contrasto all’ immigrazione clandestina alle norme contro il teppismo negli stadi.

    Se i provvedimenti leghisti fossero stati così innocui per il potere centralista romano, non pensi che li avrebbero lasciati stare ?

    Ora l’ unica nota dissonante alla piena affermazione di un governo eterodiretto grazie alla complicità di Giorgio Napolitano ( che andrebbe processato per alto tradimento ) resta soltanto la Lega Nord ed un uomo in precarie condizioni di salute ( come l’ Italia ) di nome Umberto Bossi.

    E in molti lo stanno capendo : soprattutto in quella enorme massa di coglioni che in Padania hanno creduto per anni alle promesse farlocche del piazzista Silvio Berlusconi.

    Ma anche numerosi elettori della sinistra, rovinati dai provvedimenti di Monti e dall’ Euro di Prodi, stanno passando alla Lega.

Please comment with your real name using good manners.

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