In Anti & Politica

Inferno_ParadisoDI MAURO GARGAGLIONE

Si dice che Kohl abbia acconsentito a rinunciare al suo amato deutsche mark, che la Francia non reggeva, in cambio del via libera all’unificazione delle due Germanie.  Stiamo assistendo alla reazione del governo centrale di Madrid al desiderio di indipendenza dalla Catalunya da verificare con un referendum a cui il potere centrale si oppone. Ora è il turno di Putin decidere con la forza delle sue truppe quale deve essere la bandiera che deve sventolare in Ucraina. E’ di pochi giorni fa la rappresaglia dell’unione europea nei confronti della Svizzera i cui cittadini non vogliono conformarsi alla visione di Bruxelles.

Insomma, sparute élite di persone decidono la moneta che milioni di individui devono usare, i confini entro cui devono stare, gli inni che devono cantare, le lingue che devono parlare, le scuole che devono frequentare, la quantità di frumento coltivato e mietuto col sudore della fronte che devono portare all’ammasso nelle casse dell’erario centrale.

Questo è lo stato. E non cambia nulla che sia formalmente una socialdemocrazia, una democrazia liberale, parlamentare, popolare, costituzionale.

La democrazia. Ma che concetto inutile può mai essere quello espresso da una parola alla quale abbiamo bisogno di attaccare un aggettivo altrimenti non ci capiamo più.

Anche la Corea del Nord è una “tipica” democrazia popolare. Quindi non basta dire che ci piace la democrazia se non specifichiamo quale. Anche al pelato comunista, Rizzo mi pare che si chiami, sta a cuore la democrazia, quando tesse le lodi di Pyongyang, o quelle dei tanti minchioni che osannano il democratico Maduro.

Quindi democrazia non vuol dire niente e non significa niente. La mala bestia è lo stato. Ma se lo stato c’è anche in Svizzera, a Singapore, in Nuova Zelanda, nel Liechtenstein, giusto per citare quelli che vengono tipicamente indicati come i posti più liberi del mondo, come la mettiamo?

Direi che la conclusione è solo una. Se stato ci deve essere che sia il più piccolo possibile. Ma quanto piccolo? Quanto lo decidono gli individui che vogliono vivere insieme nello stesso territorio. Si capisce ora, perché le élite osteggiano sempre e comunque i referendum sull’autodeterminazione?

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Showing 5 comments
  • Pedante

    @ Carlo Butti:
    https://www.youtube.com/watch?v=w6LZH9Icwhs

    Sarà come dice Einaudi, ma credo sostanzialmente che l’uomo perse il pelo ma non il vizio.
    https://www.youtube.com/watch?v=wstIBq2H0z8
    Il contatto tra gruppi distinti è sempre gravido del rischio di violenza arbitraria.

  • CARLO BUTTI

    Ringrazio Gargaglione per la sua gentilezza e per l’urbanità della sua risposta, fondata su obiezioni degne d’essere prese in seria considerazione. Riguardo alla territorialità come carattere intrinseco alla natura dell’uomo in quanto essere che vive sulla terra, nulla da obiettare: purché sia attinente all’individuo, che ha bisogno di spazi in cui vivere e muoversi, segnati o da confini che ne delimitino la proprietà (o la comproprietà contrattualmente stipulata) o il diritto d’uso (pensiamo a una casa in proprietà, o in condominio o in affitto; pensiamo a diritti reali di servitù ; pensiamo a diritti di transito, reali o obbligatori, magari compensati con pagamento di pedaggio, ecc.). Altra cosa sono i confini di Stato: qui dalla territorialità passiamo al territorialismo; si fissano confini arbitrari, spesso, anzi quasi sempre, frutto di guerre e di violenze, ideologicamente giustificati con motivazioni di carattere etnico o geografico o storico del tutto inconsistenti; e se uno li vuole oltrepassare deve esibire passaporti o permessi di vario genere; e se vuole comprare merci che vengono da fuori deve magari pagare dazi. E non parliamo di “confini aperti”: perché se sono veramente aperti (come non sono mai) non sono più confini! Ricordo male, o fu Luigi Einaudi, un liberale classico, non certo un libertario, a dire che i confini tra i popoli sono un residuo di barbarie? Se la mia memoria mi inganna, sarei lieto di essere smentito

  • Mauro Gargaglione

    Rispondo a Carlo Butti e alle sue intelligenti osservazioni.

    Mentre un consumatore può andare a fare la spesa e scegliere cosa comprare per sè, una persona, a meno di non voler fare l’eremita nella foresta di Sumatra o nella Terra del Fuoco, non può decidere di vivere entro dei confini territoriali insieme ad altri simili come gli pare e piace, è verissimo.

    Il problema allora va inquadrato in termini di grado. Una persona può ragionevolmente accettare quella che anche io considero la dittatura della maggioranza, solo quando, nel computo dei vantaggi e degli svantaggi, i primi fanno aggio sui secondi.

    Nel momento in cui così non fosse, i costi di emigrazione dovrebbero essere i più bassi possibile. Una buona approssimazione (anche se non perfetta) è il federalismo elvetico. Cantoni piccoli in concorrenza fiscale fra loro, con politiche territoriali e sociali decise in maniera referendaria.

    Un cittadino non le accetta? Si può trasferire nel cantone vicino. Molti cittadini non le accettano? Possono formare un nuovo cantone e secedere da quello originario. E’ successo nel 1978 con la creazione del Canton Giura.

    La democrazia è un mezzo, è una modalità per convivere pacificamente, in questo senso non ha niente di sacro, ma in comunità piccole funziona abbastanza bene.

    Come ho cercato di esporre nel mio pezzo, la malabestia è lo stato al disopra degli individui, il dibattito sul regime dominante all’interno di un megastato unitario e centralizzato è solo un arma di distrazione di massa.

  • Pedante

    @ Carlo Butti:
    Credo che il territorialismo fa parte della natura umana, nel senso che gli esseri umani si sono evoluti in gruppi geograficamente separati con diverse influenze ambientali le quali hanno dato luogo a ovvie differenze fisiche. La scarsità di risorse porterà sempre a tensioni tra gruppi concorrenti, tensioni che non devono necessariamente sfociare in conflitto fisico ma che non scompariranno mai del tutto.

    Se la tenacità del territorialismo mito non è, ma l’essenza stessa dell’identità umana (paura dell’altro) non sarebbe più realistico accettare come inevitabili confini territoriali?

  • CARLO BUTTI

    Il referendum non è una scelta individuale, come quando uno va al mercato e compera il prodotto che più gli piace unicamente per sé, senza con questo conculcare la volontà di nessuno, ma anzi lasciando a ciascun altro la facoltà di esprimere scelte diverse, sempre e soltanto per sé. Al contrario, è l’imposizione a una minoranza (o presunta tale) d’una scelta fatta a colpi di maggioranza (o presunta tale). E’ la quintessenza di quella democrazia che qui a buon diritto viene messa alla gogna come un re nudo: tranne poi riaccettarne surrettiziamente l’ideologia proponendo il ricorso ai suoi dispositivi istituzionali più discutibili per un fine che, a torto o a ragione, si ritiene nobile e suscettibile di sviluppi libertari. Si è soliti deprecare i plebisciti ottocenteschi usati per confermare in modo truffaldino, tramite maggioranze manipolate (rileggere il “Gattopardo”!) fatte passare come volontà del popolo, le annessioni sabaude; ma poi si vorrebbe legittimare ogni velleità secessionistica d’oggi attraverso referendum addirittura senza “quorum”: magari sostenendo che chi si astiene dal voto delega implicitamente i votanti a esprimersi anche a suo nome. Ma questo è un ragionamento capzioso, del tutto simile a quello di chi giustifica l’oppressione dello Stato in nome di un presunto “contratto sociale” che nessuno ha mai sottoscritto. Come il contratto, anche la delega non può mai essere implicita, ma deve esplicitamente conferirsi da ogni delegante a ogni delegato. Altrimenti è un giocare con le parole. Sarebbe più onesto dire: visto che la democrazia è considerata sacra, serviamocene in modo machiavellico per ritorcerla contro i grandi “Stati democratici”, esigendo che democraticamente consentano ai secessionisti di ricorrere al democraticissimo referendum, strumento insuperato di democrazia diretta; e dopo aver avuto via libera usiamo tutti gli espedienti per ottenere in ogni modo una maggioranza formale a favore della secessione. Libertarismo machiavellico? Penso che, più che un ossimoro, sia una “contradictio in adiecto”. Sarebbe invece conforme ai principi libertari consentire a ciascun individuo di scegliersi per sé, e solo per sé, la patria, o le patrie, che vuole, con la facoltà di cambiarla, o cambiarle, quando e come vuole. Se non ci liberiamo dal territorialismo, difficilmente riusciremo a liberarci dallo Stato. Bisogna essere davvero estremisti, disfarsi anche dell’ultimo, tenacissimo mito, stracciare i vecchi paradigmi e proporne di totalmente nuovi.

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