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GLI E-BOOKS DELLA LEONARDO FACCO EDITORE

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Leonardo Facco Editore
Editore indipendente nato nel 1996 grazie all’incontro con i più importanti pensatori libertari italiani, che insieme a questa casa editrice hanno realizzato un piccolo miracolo di comunicazione coerentemente liberale.

La Leonardo Facco Editore è un piccolo tempio della libertà, dove potrete scoprire quelle idee che fanno di un individuo un uomo libero.

Ci occupiamo di diffondere quei concetti che difendono libertà, proprietà e vita delle persone, minacciate quotidianamente dall’azione di Stati, governi e poteri pubblici, che nel solo Novecento hanno causato milioni di morti.

I nostri libri si occupano di storia, sociologia, scienze politiche e, quale fiore all’occhiello, di tematiche legate all’ecologia di mercato.

I NOSTRI E-BOOKS LI POTETE ACQUISTARE QUI

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5 Responses

  1. Raphael Pallavicini
    Raphael Pallavicini at | | Reply

    Vedo che il sito riporta “PDF con password”. Ovvero con sola parola chiave o avete usato i sistemi di Restrizione delle Libertà Digitali (DRM) di Adobe?

    1. LucaF.
      LucaF. at | | Reply

      @Raphael Pallavicini
      Come penso avrà modo di scrivere anche Leonardo, il Movimento Libertario si autosostiene con le donazioni volontarie e perlopiù con il proprio merchandising, dunque anche con i libri editi dalla Leonardo Facco Editore, casa editrice del ML nel suo shop e online.
      Le critiche nei confronti delle DRM quali restrizioni alla diffusione dei libri della LFE sono in questo caso fuoriluogo, in quanto non contemplano in chi le solleva la necessità da parte del ML di monetizzare oltreché l’autore-editore, anche i costi necessari per portare avanti questo movimento antistatalista e le sue altre iniziative culturali (si pensi ad Interlibertarians o alle spese relative alle conferenze o presentazioni).
      D’altronde a parte Stephan Kinsella, molti libertari ed autori liberali classici (basti pensare a Lysander Spooner, Ayn Rand, Herbert Spencer, Friedrich A. von Hayek) non reputano la proprietà intellettuale un furto.
      Murray N. Rothbard ha difeso i copyright laddove non siano brevetti industriali, il che nel caso dei diritti d’autore per le opere pubblicate implica una valutazione inerente il tempo impiegato per la sua realizzazione da parte dell’autore-editore (si pensi anche alla traduzione).
      A tal riguardo suggerisco la lettura del libro La proprietà (intellettuale) è un furto?.
      Dunque se è vero che non esistono pasti gratis è necessario che vi sia anche una pur minima monetizzazione per il lavoro compiuto da chi scrive o traduce libri, il che implica la formale singolarità del libro acquistato.

  2. Pedante
    Pedante at | | Reply

    @ Luca Fusari:
    Il desiderio di monetizzare il lavoro compiuto non deve necessariamente dipendere dallo Stato e dalle sue leggi; spetta all’autore/traduttore individuare altri modi di far pagare i suoi sforzi. Dal momento che il diritto d’autore risale solo allo Statuto di Anna e la grande letteratura esisteva anche prima non credo che la logica utilitarista regga.

    Ad ogni modo argomenti utilitaristi contro il monopolio intellettuale si trovano qui:
    http://levine.sscnet.ucla.edu/general/intellectual/againstfinal.htm

    Il LVMI dimostra che le due vie – a pagamento e gratis – non sono mutuamente esclusive. Vanno ascoltati anche i discorsi di Paul Cantor sull’argomento.
    http://mises.org/media/author/322/Paul-A-Cantor

    1. LucaF.
      LucaF. at | | Reply

      @Pedante
      La monetizzazione dell’autore del libro, del traduttore o dell’editore ha senso aldilà della Siae e delle leggi statali sul diritto d’autore.
      Il Movimento Libertario non prende neppure un soldo dallo Stato e dalle sue leggi, tant’è che la LFE ha più volte promosso le ‘offerte fuorilegge’ sui suoi libri editi quando queste erano illegali.
      Qui non si tratta di rispetto delle leggi di Stato, ma del rispetto della legge del mercato, della domanda e dell’offerta.
      Non è una posizione utilitarista ma proprietarista.
      Il ML per poter operare nelle sue iniziative necessita di soldi e dato che il tesseramento risulta essere una pratica assai poco appetibile per i libertari, la monetizzazione dei libri editi e pubblicati è senz’altro una sicura e onesta fonte di reddito per l’organizzazione politico-culturale.
      Sul copyright e i brevetti industriali parliamo di cose in serie e di sviluppi ben differenti (specie se tutelati o favoriti dallo Stato), ma la questione della proprietà intellettuale viene sovente utilizzata (anche in America si pensi alla questione OGM) quale argomento “cavallo di Troia” che rischia sempre di degenerare in derive noglobal, grilline e sessantottine.
      Il prezzo di un libro non ha nulla a che fare con il diritto alla lettura o alla condivisione‏ di idee.
      Non esiste un diritto alla lettura, se uno i soldi li ha compra il libro e lo paga, sennò non lo legge.‏
      Se si ragiona contro la proprietà intellettuale si rischia facilmente di arrivare all’abolizione dei prezzi e del profitto e dunque del mercato solo perché il costo di un libro o di un bene sarebbe considerato un “privilegio” iniquo rispetto alla sua fruizione collettiva.
      Il LVMI opera in una realtà dove il lato filantropico è connaturato nella società americana (come peraltro spiegò Tocqueville).
      Il LVMI può permettersi di diffondere sia in cartaceo (a pagamento) che in pdf (gratuitamente) i suoi libri perché ha comunque un fundraising in attivo e dei privati donatori che stanziano somme di denaro consistenti per le attività del think tank.
      L’Italia è invece del tutto diversa dall’America e come dimostra anche il recente caso de L’Indipendenza (giornale che non ha mai preso soldi pubblici per la sua attività d’informazione) è assai complicato avere un riscontro sul piano economico da parte di chi legge un prodotto editoriale edito gratuitamente.
      Persino la casa editrice di un think tank italiano cosiddetto di “libero mercato” fa pagare tutti i suoi libri editi, nonostante poi prendano soldi pubblici da corporazioni parastatali e parapubbliche tutt’altro che in linea con la visione che dovrebbe animare il think tank.
      In conclusione, in Italia c’è la cultura del pasto gratis e questo è controproducente per la diffusione di un’idea di società del diritto naturale dei proprietari, dunque capisco e condivido la posizione del ML e della LFE nel pagamento per la singola copia di ciascun libro che pubblica ed edita.

  3. Pedante
    Pedante at | | Reply

    @ L.F.:
    Non ho obiezioni contro i DRM (pure Boldrin e Levine ne fanno uso http://is.gd/99CSSc) ma contro il concetto della “proprietà intellettuale” e il regime legale che la sostiene.

    So benissimo che l’IBL non rappresenta una vera minaccia al Sistema, e perciò sono anni che non frequento il sito (a pensarci bene ho smesso di dargli retta quando ho sentito il discorso di uno dei loro luminari a favore di sussidi per la musica classica).

    Che i noglobal e neoproudhoniani siano avversi alla proprietà non mi disturba; ritengo che le idee non rientrino in quella categoria. Non esiste alcun diritto al lavoro intellettuale altrui, ma condivido il parere di Kinsella che è illegittimo usare lo Stato per erigere monopoli intellettuali per idee liberamente disponibili. Che i monopoli siani privati (come lo sono i DRM)!

    In quanto al mio riferimento al modello commerciale del LVMI, un po’è il discorso dell’uovo e la gallina – io credo che l’Istituto riceve ora molti fondi per via della larga diffusione delle sue idee, ovvero prima viene la fama e dopo i soldi. Inoltre, (questo da Jeffrey Tucker) i libri stampati vendono bene pur essendo disponibili gratis in PDF.

    Il mio era un invito a riflettere sulla possibilità di offrire due versioni di un eventuale futuro libro, fisico (a pagamento) ed elettronico (gratis). Questo almeno offrirebbe la possibilità di massimizzare la diffusione dei concetti libertari, e fama e notorietà sono un bene monetizzabile.

    A meno che gli italiani siano congenitamente degli scroccanti (fosse esclusivamente un fattore biologicamente determinato non avrebbe senso fare del proselitismo) credo che queste tendenze sono in parte riconducibili alla cultura e possono essere modificate con la promulgazione di idee.

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