In Saggi

DI ROCCO RONCHI

In Voltaire: “Minoranza” è una parola che si puo dire in più sensi, tra loro assai diversi. Si può insomma sempre equivocare parlando di minoranze prendendo fischi per fiaschi. Il che è assai grave, dal momento che non è il potere della maggioranza a costituire l’architrave della democrazia, ma il rispetto quasi sacro della minoranza. Una democrazia formalmente perfetta dovrebbe infatti progettarsi in funzione della minoranza (o meglio, delle minoranze), perché da essa, dalla sua libertà d’espressione, dalle sue prerogative di controllo, dalla sua capacità di critica, discende la stessa legittimazione dell’intero sistema democratico.

In questo senso va inteso il celeberrimo aforisma di Voltaire, secondo il quale chi ama la libertà può e deve dare la vita per garantire la possibilità di espressione ad un’opinione radicalmente opposta alla sua.

Non si tratta di una generosa concessione e ancor meno di “tolleranza”. L’espressione dell’opinione difforme è infatti il contenuto stesso della democrazia e dunque, a dispetto dell’apparente paradosso, non è in realtà veramente difforme dall’opinione di chi ama la libertà. Chi dà la vita per la libertà dell’altro dà insomma la vita per la libertà di se stesso. Non si limita a “tollerare”, come si suole dire, la differenza, piuttosto l’afferma e la ribadisce orgogliosamente come principio sovrano e inderogabile. Solo il plebiscitarismo populista e parafascista ha potuto identificare abusivamente la democrazia con il potere delle masse e con l’omologazione coatta all’opinione dominante.

Della minoranza-numero: La minoranza si dice in sensi diversi. Il filosofo francese Gilles Deleuze ne ha individuati due di cui solo il secondo appare essenziale ad un’autentica democrazia, sebbene sia il primo quello che viene normalmente evocato quando la scienza politica e la prassi giuridica si occupano delle “minoranze” e dei loro “diritti”. La minoranza è infatti per lo più definita in termini quantitativi. Si contano le teste e là dove ce ne sono di meno, si parla di minoranza.  In questa accezione numerica la minoranza viene a designare una ripartizione del tutto, una porzione di realtà caratterizzata da una minore consistenza. Il diritto eventualmente riconosciuto alle minoranze è allora quello di essere libere di brigare per divenire un giorno, a loro volta, delle maggioranze. La differenza tra maggioranza e minoranza, insomma, essendo un fatto di numeri, è solo una differenza di grado, di più o di meno.

Della minoranza-qualità: Sebbene sia indubbio che la minoranza, quando viene rappresentata politicamente, sia un fatto di numeri, questa accezione contabile di minoranza, secondo Deleuze, ne copre un’altra. Ed è proprio questa seconda accezione a costituire il fondamento di quella “differenza” per garantire la quale Voltaire avrebbe dato volentieri la vita. Prima di essere un fenomeno quantitativo la minoranza è infatti un fenomeno qualitativo. Essa denota rispetto alla maggioranza non una differenza di grado, basata cioè sul più o sul meno, ma una differenza di natura. Le differenza di natura sono quelle differenze che non hanno un concetto comune. Essere una minoranza non significa insomma essere “meno” qualcosa che la maggioranza è “di più”, ma divenire altro, radicalmente altro, quasi incommensurabile, da quel qualcosa che ogni maggioranza inevitabilmente è.

Dove una minoranza appare non c’è più una misura comune, un termine medio. Dove una minoranza si dà a vedere, appare qualcosa che non si lascia più integrare in un insieme dato. Le minoranze o sono sovversive o non sono. Per questo Deleuze, usando funambolicamente i concetti, dice che le minoranze non sono degli “esseri”, ma dei “divenire” e più precisamente dei “divenire altri”.

Del Diventare minori: Di questo “divenire altri”, che costituisce il senso proprio della parola “minoranza” (e della libertà), tutti – o quasi – abbiamo fatto almeno una volta esperienza. Di che altro, se non di questo, si è trattato quando siamo sfuggiti ai ruoli familiari, sociali, istituzionali, sessuali per noi previsti dall’ordine costituito? Quando abbiamo desiderato al di fuori del regime della Legge, quando abbiamo gioiosamente tradito la patria, l’azienda, Dio e i sacri valori non siamo forse divenuti a tutti gli effetti degli “altri”, dei “minori”, per i quali, purtroppo, sono sempre pronte le trappole della “tutela” da parte degli apparati di correzione dello Stato?

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