In Economia, Libertarismo

DI CRISTIAN MERLO*

partire da quella odierna, il Mises Italia proporrà ai propri lettori una serie di traduzioni concernenti una tematica che, se da un lato, è sempre di stretta attualità, dall’altro, e da sempre, riveste il carattere della burletta all’italiana. Ovvero, una questione di cui si parla, di cui si discute, per cui si intavolano dibattiti e si propongono provvedimenti di abrogazione, ma che alla fine … è sempre lì, inamovibile, perché, come è nella migliore tradizione di questo sventurato paese di gattopardi, all’apparenza  “tutto deve cambiare perché nulla cambi……”.

Di cosa stiamo parlando? Dell’abolizione della figura del sostituto d’imposta, per quanto riguarda, in particolar modo, le ritenute applicate alla fonte sui frutti del lavoro del lavoratore dipendente (del solo settore produttivo di mercato ovviamente, altrimenti saremmo costretti a parlare di una mera partita di giro contabile), che devono essere obbligatoriamente e  generosamente collettate e veicolate nelle casse dell’erario, da parte del suo datore di lavoro.

Trattasi, inequivocabilmente, di un meccanismo impositivo tanto schiavistico ed arbitrario, almeno quanto torbido ed immorale. Per quali motivi? Semplice. Da un lato, il datore di lavoro è coercitivamente obbligato, gratis et amore dei, ad assolvere un’attività che non gli è propria, trasformandosi, suo malgrado, in un vero e proprio gabelliere per conto dello Stato. Come ha lucidamente puntualizzato Leonardo Facco, “a fronte di un impegno costoso, sia in termini di tempo che di denaro, il soggetto sostituto d’imposta è costretto a lavorare gratuitamente! Senza alcuna esagerazione si può chiaramente parlare di schiavismo a tutti gli effetti! Alzi la mano chi di voi lavorerebbe gratis perché costretto”.

D’altro canto, il contribuente effettivo, in questo caso il lavoratore dipendente, sconta delle conseguenze esiziali e devastanti: prendendo a prestito ancora le parole di Facco, non solo “i lavoratori dipendenti vengono tassati prima ancora di ricevere un qualsiasi servizio”, ma “spogliandoli alla fonte essi non si rendono realmente conto di quanto ammontino le gabelle nei loro confronti”. Il ricorso a un meccanismo impositivo così machiavellico e capzioso, di fatto, non solo permette di blandire il lavoratore, il quale non può, in tal modo, rendersi effettivamente conto di quanto abbia dovuto cedere, in via preventiva, per ottenere dei beni e dei servizi che, a prescindere dalla qualità e dalla reale utilità della fornitura, stima invece di avere acquisito in via del tutto gratuita: in ciò sbagliando clamorosamente.

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Ma, in un simile contesto operativo, diventa ancor più vero  che il contribuente, in qualità di pagatore ignorante ed inconsapevole, non sia assolutamente in grado, se non per via di percezioni superficiali e sottostimate, di stabilire “chi paga che cosa”. Ovvero, a fronte dell’articolazione perversa e della deliberata nebulosità del sistema delle ritenute alla fonte (comprendendo, in queste, anche la parte “padronale” dei contributi sociali), gli diviene pressoché impossibile determinare oggettivamente: l’entità del prelievo cui è andato incontro (“a quanto ammontano le tasse”); le modalità di esazione e i criteri di imputazione con cui si è integrato il prelievo (“quali sono e come vengono riscosse le tasse”); la destinazione e la finalità dello stesso (“a chi vanno e a cosa servono le  tasse”); la correlazione sussistente tra l’entità del prelievo e l’entità di quanto ricevuto in contropartita (“cosa ho effettivamente ottenuto in cambio delle tasse corrisposte”).

Il lavoratore, in buona sostanza, viene deprivato della facoltà di poter scegliere come meglio impiegare gran parte del suo reddito, che rimane pur sempre frutto del suo lavoro e del suo impegno,  per acquisire ciò che lui, e non un burocrate terzo, stimi meritevole e desiderabile di essere acquisito.

L’applicazione del sostituto d’imposta consacra e rafforza quanto il filosofo abolizionista Lysander Spooner, con parole insuperabili che resteranno scolpite nella memoria di ogni uomo libero, andava dicendo dello Stato:

I fatti sono questi: il governo, come un bandito, dice all’individuo: ‘O la borsa o la vita!’. E una larga parte, se non la maggiore, delle tasse viene pagata sotto questa minaccia. Il governo certamente non sorprende l’individuo in un posto isolato, e non salta fuori da un fosso per puntargli una pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma la rapina rimane una rapina comunque, ed è ancora più vile e vergognosa. Il bandito almeno si assume la responsabilità, i rischi e la colpa delle proprie azioni. Non ha alcuna pretesa di avere diritto al tuo denaro, e non vuole farti credere che lo userà a tuo beneficio. Non pretende di essere nient’altro che un rapinatore. Non è abbastanza imprudente da qualificarsi come ‘protettore’, e da far credere di prendere il denaro contro la volontà delle persone solo per essere in grado di ‘proteggere’ quei viaggiatori avventati che si sentono in grado di difendersi da soli, o non sono in grado di apprezzare il suo peculiare sistema di protezione. Il bandito è una persona troppo ragionevole per presentare le cose in questo modo. E poi, una volta che ti ha preso i soldi, ti lascia finalmente andare. Non insiste a venirti dietro contro la tua volontà, con la pretesa di essere il tuo legittimo ‘sovrano’ per via della ‘protezione’ che ti fornisce. Non insiste nel ‘proteggerti’ imponendoti di riverirlo e servirlo, comandandoti questo e proibendoti quest’altro, rubandoti altri soldi a seconda di quanto gli conviene, e marchiandoti come ribelle, traditore, nemico della patria, e ammazzandoti senza pietà, se metti in dubbio la sua autorità o resisti alle sue richieste. Un bandito è troppo gentiluomo per macchiarsi di tali imposture, insulti e villanie. Non tenta di farti fare la figura dell’idiota o di farti schiavo, oltre a rubarti i soldi.

 

Ma nel caso del sostituto d’imposta, non è nemmeno necessario che lo Stato intimi alle persone “o la borsa o la vita”. È molto più infido, ingannatore e perfido di quanto non si comporti nell’agire ordinario: perché, ricercando e avvalendosi di strumenti impositivi caratterizzati da forme tecniche sofisticate e micidiali, a livello di aggressività dell’intervento, ed oltremodo subdole e surrettizie, in ordine alla percettibilità degli effetti, riesce a fare di meglio. In quanto riesce a colpire pesantemente senza lasciare tracce evidenti: quanto più lo strumento è invisibile e non percepito dalla gran massa dei contribuenti come pregiudizievole o deliberatamente pregiudizievole, tanto più i tax consumers  e tutta la risma dei parassiti assortiti che vivono di tasse potranno agire indisturbati, prevenendo qualsiasi opposizione da parte degli sfruttati, qualora questi ultimi si rendessero finalmente conto di quanto in realtà costino loro le manie spenderecce del public spending. L’acquisizione di questa consapevolezza è però tanto più possibile laddove si operi in un contesto di procedure chiare, di regole certe e di meccanismi impositivi semplici, lineari e trasparenti: sistema che in Italia ci si guarda bene dal realizzare, ovviamente!

In effetti, la figura del sostituto d’imposta costituisce una colonna portante ed imprescindibile dell’impianto tassassino del Leviatano: molto probabilmente, anche il lavoratore dipendente più ideologizzato e meno avveduto,  se anziché percepire milleduecento euro mensili (esemplificando, lo stipendio medio netto di un impiegato) ne percepisse duemilacinquecento (lo stipendio lordo, comprensivo di ritenute alla fonte e quota contributiva a carico del datore), e regolasse poi direttamente i suoi conti con l’Agenzia delle Entrate, sarebbe obbligato ad aprire gli occhi e realizzare chi sia, nei fatti, il reale sfruttatore: non il “padrone”, né tanto meno il tanto odiato autonomo o professionista evasore. Volente o nolente, il nostro lavoratore dovrebbe convenire con quanto sostenne, parecchio tempo fa ormai, un personaggio che non può certo essere sospettato né di essere l’ideologo del “Libertarian Party”, né di essere la “quinta colonna” degli economisti “Austriaci”: stiamo parlando, incredibile a dirsi, del Prof. Rocco Buttiglione! Che, in un articolo pubblicato sul “Sole 24 ore” del 31 dicembre 1996, così declinò il suo pensiero in materia:

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Nella lotta per la distribuzione del valore prodotto fra il lavoratore e l’imprenditore si è inserito un terzo soggetto, che reclama per sé una quota  sempre crescente, e senza mai contrattarla con nessuno. Questo terzo soggetto è lo Stato. Se nell’Ottocento Karl Marx poteva immaginare che il valore aggiunto si dividesse grosso modo a metà fra il lavoro salariato e l’impresa, oggi è probabilmente più vicino alla verità immaginare che la divisione sia 45% al salariato, 10% all’impresa e 45% allo Stato(ed ai giorni nostri, questa percentuale si è ulteriormente incrementata, nda). Questo significa che il conflitto salariale perde di importanza rispetto al conflitto fiscale che oppone i contribuenti (lavoratori salariati e imprenditori insieme) allo Stato. I vantaggi che il lavoratore può conquistare con il conflitto salariale sono marginali rispetto a quelli che può ottenere per mezzo del conflitto fiscale.

Insomma, per farla breve e per condensare efficacemente il concetto, possiamo senz’altro asserire, con le parole dell’economista Laurence M. Vance, contenute nella prima traduzione che qui verrà proposta, che l’imposta sul reddito permette allo Stato di confiscare la ricchezza dei suoi cittadini. La maledizione del sostituto d’imposta consiste propriamente nel fatto di consentire allo Stato di commettere questo crimine in maniera sistematica, senza sforzo alcuno, impunemente, mostrando persino il suo volto benevolo”.

Sarà forse per questo, che nel solito gioco delle parti della burletta all’italiana, le proposte di abolizione del sostituto d’imposta si sprecano quasi come quelle di abolizione delle province?: i risultati sono, in un caso come nell’altro, sotto gli occhi di tutti… Simile proposta, di fatti, faceva parte del programma di Forza Italia del 1994; nel 2000 fu oggetto di un referendum di iniziativa radicale, abortito sul nascere dall’intervento della Corte Costituzionale; nel 2007 è la volta della Lega Nord, in nome e per conto dell’esponente Rosi Mauro.
Comunque, al di là delle menzogne, delle utili imposture e delle mistificazioni dei pagliacci che da sempre animano il tragicomico teatrino della politica nostrana, dal 2009 c’è un uomo, un grande uomo, che sta sfidando il regime dispotico e schiavistico del “servizio fiscale obbligatorio”, facendone una battaglia di civiltà. Stiamo parlando dell’imprenditore agricolo friulano Giorgio Fidenato, presidente di Agricoltori Federati ed esponente di spicco del Movimento Libertario, che in totale solitudine ha deciso di corrispondere tutti i soldi in busta paga ai suoi dipendenti, autodenunciandosi all’Inps, all’Agenzia della Entrate  e al Ministero delle Finanze. E senza che i dipendenti, ovviamente, avessero nulla da contestare.
Lo Stato”, dichiara Fidenato in una recente intervista,

ci obbliga a fare un lavoro, quello di trattenere dalla busta paga dei nostri dipendenti quanto essi devono pagare per tasse e contributi Inps. Quest’obbligo lo ritengo lesivo dell’art.23 della Costituzione secondo cui non si può imporre alcuna prestazione personale o patrimoniale; inoltre anche la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo sancisce che ‘nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio’ ad eccezione della leva militare. Il sostituto d’imposta poi non si limita allo Stato: se avessimo avuto iscritti al sindacato saremmo stati costretti a lavorare anche per loro, a prendere i soldi ai dipendenti e versarli al sindacato. Sono cose che gridano vendetta!.

E nonostante, con una sentenza del gennaio 2010, il giudice del lavoro di Pordenone abbia rigettato, con il più classico pronunciamento provvisorio, la domanda di Fidenato, evitando ovviamente di entrare nel merito di una decisione definitiva sulla questione della legittimità costituzionale del sostituto d’imposta, il coraggioso imprenditore non si arrende, ed è disposto a far valere le proprie ragioni ed i propri principi, arrivando ad adire, se necessario, anche la Corte di Giustizia Europea.

Un tempo John W. Gardner, autore e membro del governo nell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson, ebbe a dire: “abbiamo continuamente di fronte una serie di grandi opportunità brillantemente mascherate da problemi insolubili“. Ecco, Giorgio Fidenato, con la sua battaglia di civiltà, sta tentando di cogliere quelle opportunità, che solo una riaffermazione della libertà saprebbe spalancare, sbrogliando la matassa di un problema che i parassiti uniti tutti, nessuno escluso, tendono deliberatamente a mascherare come insolubile.

Che Iddio ce lo conservi a lungo!

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*Link all’originale: http://vonmises.it/2012/08/08/la-maledizione-del-sostituto-dimposta/

Cristian Merlo

 

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