In Ambientalismo, Anti & Politica, Scienza e Tecnologia

DI REDAZIONE

AVANTI ALLA CORTE DI APPELLO

SEZIONE CIVILE

TRIESTE

Atto di Appello

Per il dott. Giorgio Fidenato, nato a Mereto di Tomba (UD) il 7.03.1961 e residente ad Arba in Via G. Pascoli n. 19 (CF FDN GRG 61C07 F144I), quale titolare dell’Azienda Agricola “In Trois” (P. IVA 01354300939), difeso di fiducia, come da mandato in calce del presento atto di appello, dall’Avv. Francesco Silvestri  (C.F. SLVFNC73A08G888W) e dall’avv. Cristian Molaro (C.F. MLRCST85R25H816D) entrambi del Foro di Pordenone, con domicilio eletto presso la Cancelleria Civile della Corte di Appello di Trieste (ax art. 170 c.p.c. si indicano i seguenti recapiti: fax – 0434524688; PEC- avvocato@pec.francescosilvestri.com)

GIORGIO-FIDENATOAPPELLANTE

contro

REPUBBLICA ITALIANA (C.F. 80188230587), in persona del Presidente del Consiglio pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura distrettuale dello Stato di Trieste elettivamente domiciliata in Piazza Dalmazia, 3 a Trieste

e

REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA (C.F. 80014930327), nella persona del Presidente della Giunta regionale pro tempore con sede in Piazza Unità d’Italia 1 – Trieste

RESISTENTI

per l’annullamento

dell’ordinanza dell’11/7/2017 del Giudice dott. Mauro Sonego nella causa n° 512/2015 R.G. del Tribunale Civile di Trieste promossa dall’attuale appellante.

Sommario:  Premessa- I) In fatto. II) L’ordinanza del Tribunale ordinario di Trieste – sezione civile nella causa n° 512/2015 R.G. oggetto del presente gravame. III) I motivi dell’atto d’appello. IV) 1°Istanza di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE. V) 2° Istanza di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE.  VI) Conclusioni.

PREMESSA

Si ritiene utile richiamare integralmente alcuni articoli del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e una pronuncia, fra le tante, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) per meglio comprendere i motivi dell’atto di appello.

In particolare si vuole richiamare:

Alcuni articoli del TFUE

TITOLO I – MERCATO INTERNO

Art. 26 – “1. L’Unione adotta le misure destinate all’instaurazione o al funzionamento del mercato interno, conformemente alle disposizioni pertinenti dei trattati. 2. Il mercato interno comporta uno spazio senza frontiere, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali secondo le disposizioni dei trattati.”.

CAPO 3 – DIVIETO DELLE RESTRIZIONI QUANTITATIVE TRA GLI STATI MEMBRI

Art. 34 – Sono vietate fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all’importazione nonché qualsiasi misura di effetto equivalente.

Art. 35 – Sono vietate fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all’esportazione e qualsiasi misura di effetto equivalente.

Art. 36 – Le disposizioni degli articoli 34 e 35 lasciano impregiudicati i divieti o restrizioni all’importazione, all’esportazione e al transito giustificati da motivi di moralità pubblica, di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o di preservazione dei vegetali, di protezione del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale, o di tutela della proprietà industriale e commerciale. Tuttavia, tali divieti o restrizioni non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al commercio tra gli Stati membri.”.

Alcuni punti della sentenza C-256/06 del 10-4-2008

Com’è noto, la Corte di Giustizia, nella causa C-265/06 che ha visto contrapposti la Commissione contro il Portogallo, ha riconosciuto, sulla scorta della giurisprudenza formatasi in seno alla Corte, che:

“–        Sull’esistenza di una restrizione della libera circolazione delle merci

31        Secondo una costante giurisprudenza, qualsiasi normativa degli Stati membri che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, il commercio intracomunitario va considerata una misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative, vietate dall’art. 28 CE (v., in particolare, sentenze 11 luglio 1974, causa 8/74, Dassonville, Racc. pag. 837, punto 5; 19 giugno 2003, causa C-420/01, Commissione/Italia, Racc. pag. I-6445, punto 25, e 8 novembre 2007, causa C-143/06, Ludwigs-Apotheke, Racc. pag. I-9623, punto 25).

32        Nella presente fattispecie, la Repubblica portoghese ammette che il divieto di cui all’art. 2, n. 1, del Decreto-Lei n. 40/2003, che riguarda l’applicazione di pellicole colorate sul parabrezza e sui vetri in corrispondenza dei sedili dei passeggeri degli autoveicoli, limita la commercializzazione di tali prodotti in Portogallo.

33        Occorre, infatti, rilevare che gli eventuali interessati, commercianti o privati, sapendo che è loro vietato applicare pellicole del genere sul parabrezza e sui vetri che corrispondono ai sedili dei passeggeri degli autoveicoli, non hanno praticamente alcun interesse ad acquistarle.

34        La sola eccezione al divieto di cui all’art. 2, n. 1, del Decreto-Lei n. 40/2003 riguarda l’applicazione di pellicole colorate sui cassoni degli autoveicoli che servono al trasporto di merci e sui veicoli non automobili.

35        La disposizione controversa pregiudica, di conseguenza, la vendita in Portogallo di quasi tutte le pellicole colorate applicabili sui vetri degli autoveicoli legalmente fabbricate e commercializzate in altri Stati membri o in Stati parti contraenti dell’accordo SEE.

36        Il divieto di cui all’art. 2, n. 1, del Decreto-Lei n. 40/2003 costituisce pertanto una misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative ai sensi di quanto disposto dagli artt. 28 CE e 11 dell’accordo SEE. Tale misura è incompatibile con gli obblighi derivanti da dette disposizioni, a meno che non possa essere oggettivamente giustificata.”.

IN FATTO

  1. L’attuale appellante nel 2010 seminò, sui terreni da lui condotti, del mais OGM MON810, regolarmente iscritto nel catalogo comune europeo delle varietà di specie di piante agricole.
  2. In ragione di quanto previsto dal comma 2 al comma 7 dell’art. 1 del d. lgs. 212/2001 il dott. Giorgio Fidenato venne tratto in giudizio con decreto penale per venire condannato per la violazione commessa.
  3. Il dott. Giorgio Fidenato impugnò il decreto penale contestando che il d. lgs. 212/2001, mai notificato alle istituzione europee ai sensi della direttiva 98/34 CEE, non era conforme alle norme europee in materia.
  4. Dopo le pronunce della CGUE (sentenza C-36/11 del 6 settembre 2012 e ordinanza C-542/12 del 8 maggio 2013) e nel rispetto del cosiddetto obbligo di fedeltà comunitaria, il Tribunale di Pordenone, con sentenza 613/2013 del 17 luglio 2013, assolse il dott. Giorgio Fidenato perché seminare mais OGM MON 810 iscritto nel catalogo comune europeo in Italia non è reato.
  5. Il 17/2/2015 il dott. Giorgio Fidenato depositò un ricorso con il quale chiedeva il risarcimento del danno patito per violazione del diritto dell’Unione europea da parte della Repubblica italiana e della Regione Friuli Venezia Giulia.
  6. Nel frattempo, nell’ambito della procedura EU-Pilot 3972/12/SNCO (vedi allegato 77 al ricorso principale), su richiesta della Commissione europea, il Parlamento italiano con la L. 115 del 29 luglio 2015 recante “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2014” con l’art. 20 vennero eliminate le norme del d. lgs. 212/2001 per cui il dott. Giorgio Fidenato era stato tratto in giudizio.

L’ORDINANZA.

  1. L’11 luglio 2017 il dott. Mauro Sonego emetteva ordinanza con cui rigettava tutte le domande di risarcimento del danno proposte dal dott. Giorgio Fidenato compensando per intero tra tutte le parti le spese del giudizio stimato “… il carattere innovativo della questione trattata e la circostanza che il Signor Giorgio Fidenato abbia potuto ragionevolmente coltivare in buona fede il convincimento di essere titolare di un diritto pieno e irriducibile alla semina di mais geneticamente modificato…”.
  2. Nonostante il giudice Sonego abbia “…Dato atto che il Signor Giorgio Fidenato ha elencato gli interventi politici, legislativi, amministrativi e giudiziari significativi del carattere qualificato della violazione perpetrata dagli organi statali e regionali al suo diritto di seminare O.G.M., e ha spiegato le ragioni per cui vi era nesso di causalità tra questa violazione e i danni patiti per il mancato guadagno conseguente alla minor produzione di mais, per le spese giudiziarie sostenute e da sostenersi in futuro, e per il nocumento alla sua integrità psico-fisica, qualificandoli nell’importo complessivo di € 166.357,65…”, ha ritenuto tuttavia di non accogliere nessuna richiesta di risarcimento.
  3. Le motivazioni che hanno spinto il Giudice Sonego a rigettare tutte le domande di risarcimento richieste dal dott. Fidenato Giorgio, sono partite dal presupposto che, secondo il suo parere, “…al fine dell’affermazione del diritto in questione [a seminare mais OGM. n.d.r.] non è sufficiente che lo Stato si sia astenuto dall’esercitare il potere di delimitarlo, ovvero che l’abbia mal esercitato, in quanto è proprio dell’essenza del diritto soggettivo la negazione in capo a un altro soggetto del potere di comprimerlo a sua discrezione…”.
  4. Da questo presupposto il Giudice Sonego ha voluto verificare se sussistessero, nel caso di specie, i seguenti elementi:
  5. A) una disposizione normativa, eventualmente risultante dal

            combinato disposto di più atti dell’Unione europea, da cui emerga il             diritto di seminare il mais geneticamente modificato MON810 in Italia    senza la necessità di ulteriori autorizzazioni;

            B1) l’assenza di disposizioni nella normativa europea che prevedano il        potere dello Stato di porre dei limiti al diritto in questione, ovvero nel       caso in cui sia previsto un simile potere, che lo Stato abbia adottato una normativa confermativa di quella europea; ovvero, in alternativa

            B2) il positivo accertamento, nel caso in cui invece lo Stato abbia posto          limiti al diritto di coltivare O.G.M., dall’inesistenza di quelle             circostanze di fatto alla cui presenza la legislazione europea subordina         l’esercizio del potere in questione…”.

  1. Secondo il Giudice Sonego solamente se sussistono entrambe le condizioni si può ritenere che “…il singolo può vantare anche nei confronti dello Stato il diritto pieno e intangibile di essere libero di seminare mais geneticamente modificato MON810…”.
  2. Tuttavia, a parere dell’estensore dell’ordinanza impugnata, nella fattispecie in esame, sussiste solo il primo elemento, ma non il secondo.
  3. In altre parole il Giudice ha ritenuto che, pur sussistendo il diritto alla piena coltivazione del mais MON810 (vedi decisione della Commissione delle Comunità europee n° 98/294/CE del 22-4-1998; art. 19 e 22 della direttiva 2001/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12-3-2001; art. 20 del Reg. (CE) n° 1829/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio del 22-9-2003; sentenza della CGUE nella causa C-36/11 del 6-9-2012; ordinanza della CGUE nella causa C-542/12 del 8-5-2013), la legislazione europea ha più volte ribadito il potere degli Stati membri di limitare la coltivazione all’interno del rispettivo territorio nazionale.
  4. A parere del Giudice Sonego questo potere di limitare la possibilità di seminare il mais OGM MON810 va rinvenuto nelle seguenti norme:
    1. a) 23 della direttiva 2001/18/CE sopra citato;
    2. b) 26bis della stessa direttiva;
    3. c) 34 del Reg. (CE) n° 1829/2003 sopra citato;
    4. d) la Raccomandazione 2003/556/CE della Commissione del 23/7/2003;
    5. e) la raccomandazione 2010/C 200/01 del 13/7/2010 che abrogava la raccomandazione di cui al punto d);
    6. f) l’art. 2 della L.R. 6/2013 che modificava l’art. 2 della precedente L.R. N° 5/2011;
    7. g) l’art. 2.1 della L.R. n° 5/2011[1], introdotto dall’art. 2, comma XXVI, lett. a), della L.R. n° 15/2014;
    8. h) la direttiva (UE) 2015/412 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11.3.2015;
    9. i) la decisione di esecuzione (UE) 2016/321 del 14/1/2016 della Commissione europea.
  5. Sintetizzando, sempre secondo il Giudice Sonego, “…la richiamata normativa europea ha costantemente riconosciuto agli Stati membri e, quindi, anche allo Stato italiano il potere di limitare fino a vietare attraverso misure urgenti, di coesistenza e di salvaguardia la semina di O.G.M., malgrado la loro commercializzazione fosse già stata autorizzata dai competenti organi dell’Unione europea...”.
  6. Ad ulteriore riprova della sua tesi, e cioè che l’orientamento dell’Unione europea in materia di semina di organismi geneticamente modificati sia stata quella di conferire un potere agli Stati membri di poter impedire o vietare la possibilità di semina sul proprio territorio, il Giudice estensore dell’ordinanza impugnata cita il sesto considerando della direttiva (UE) 2015/412 secondo cui “…in conformità dell’art. 2, paragrafo 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), gli Stati membri hanno il diritto di adottare atti giuridicamente vincolanti che limitano o vietano la coltivazione degli OGM sul loro territorio, dopo che per tali  OGM è stata rilasciata l’autorizzazione all’immissione in commercio dell’Unione…”.
  7. Ciò detto, il Giudice Sonego ha affermato di aver verificato “…che lo Stato italiano ha inteso fin dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4-8-2000 di avvalersi di questo potere, escludendo così in radice la possibilità che il Sig. Giorgio Fidenato, possa rivendicare “tout court” un diritto alla coltivazione di mais geneticamente modificato sulla base dei provvedimenti presi dall’Unione Europea..”.
  8. Ed infine, poiché il Signor Giorgio Fidenato “…venendo meno all’onere di allegazione e di prova su lui gravante, prima ancora che provare non ha neppure dedotto quelle circostanze idonee a dimostrare l’inesistenza dei presupposti che legittimavano lo Stato italiano a vietare ovvero a limitare il diritto alla coltivazione del mais MON 810 attraverso l’adozione di misure di emergenza e di coesistenza, e l’applicazione della clausola di salvaguardia…”, il Giudice Sonego ha stabilito che “…in difetto di una simile prova va escluso che al Signor Giorgio Fidenato possa riconoscersi il diritto alla semina di mais geneticamente modificato della varietà MON810 nei termini di cui al ricorso…”.
  9. In conclusione, il Giudice Sonego ha affermato che “…tenuto conto che l’aver escluso che il Signor Giorgio Fidenato sia titolare di un diritto alla coltivazione di mais geneticamente modificato comporta il rigetto della domanda risarcitoria attorea…”.

** *** **

Contro l’Ordinanza sopra riportata si propone appello per le seguenti violazioni.

I MOTIVI DELL’ATTO DI APPELLO

Violazione dell’art. 26 del TFUE; violazione dell’art. 22 della direttiva 2001/18/CEE; violazione dei punti 70, 71 e 75 della sentenza della CGUE C-36/11 del 6/9/2012; violazione dell’art. 34, 35 e 36 del TFUE e conseguente violazione degli artt. 11 e 117, comma 1, Cost.

  1. Nel capitolo del presente appello dedicato al fatto, è stato messo in evidenza che la violazione della corretta applicazione della direttiva 2001/18/CE si è concretizzata con divieti alla possibilità di seminare mais OGM MON810 posti dallo Stato italiano all’appellante dal 2006 al 2013, periodo per il quale il dott. Giorgio Fidenato ha chiesto un risarcimento per i danni patiti sotto diversi aspetti. Tutte le considerazioni che andranno fatte, per il principio del ratione temporis, dovranno quindi essere strettamente limitate a queste periodo. Ciò che è successo dopo il 2013 non ha alcuna influenza sulle rivendicazioni del ricorso per il risarcimento.
  • Si ribadisce che il Giudice Sonego, nella sua ordinanza, ha riconosciuto che il mais MON810 aveva ottenuto piena autorizzazione per essere seminato in tutto il territorio dell’UE. Quindi, dal momento della decisione della Commissione europea del 1998 che autorizzava l’immissione in commercio (che comprendeva anche la possibilità di seminarlo) del mais MON810, tale prodotto era liberamente seminabile in tutti gli Stati membri.
  • Il Giudice adito ha tuttavia rigettato tutte le richieste di risarcimento perché ha ritenuto che la normativa europea ha da sempre riconosciuto agli Stati membri il potere di porre dei limiti alla facoltà di seminare mais OGM MON810 e quindi, sempre secondo il Giudice, il diritto del dott. Giorgio Fidenato non era un diritto pieno.
  • È opinione dell’appellante però il Giudice Sonego abbia sbagliato per le motivazioni che si andranno ad esporre. Infatti, come è stato riportato in premessa, lo stato giuridico di una merce all’interno dello spazio economico della UE è quello della sua libera e piena circolazione (vedi art. 26 del TFUE citato).
  • Pertanto, dal momento della sua autorizzazione all’immissione in commercio del MON810, ai sensi dei trattati dell’Unione europea, il MON810 doveva essere liberamente seminabile in tutta Europa (a questo proposito va precisato che il termine frontiere utilizzato nell’art. 26 TFUE non è sinonimo di confine, bensì di ostacoli di tipo fisico, tecnico o giuridico alla libera circolazione delle merci).
  • Questo concetto è stato ribadito anche dalla sentenza C-36/11 del 6-09-2012 della CGUE: ai punti 63, 64 e 65 che si riportano integralmente, la Corte ha stabilito che:

“… 63 Il regolamento n. 1829/2003 enuncia, al considerando 1, che la libera        circolazione degli alimenti e dei mangimi sicuri e sani costituisce un aspetto essenziale del mercato interno. L’articolo 19, paragrafo 5, del medesimo regolamento precisa che l’autorizzazione concessa conformemente alle procedure di quest’ultimo è valida in tutta l’Unione.

 

64 Da parte sua, la direttiva 2002/53 enuncia, al considerando 11, che è necessario che le sementi e le piante alle quali si applica tale direttiva possano essere commercializzate liberamente all’interno dell’Unione dal momento della loro inserzione nel catalogo comune. Il suo articolo 16, paragrafo 1, prescrive, di conseguenza, agli Stati membri di vigilare affinché, con effetto a partire dalla data di pubblicazione nel catalogo comune, le sementi delle varietà ammesse in applicazione delle disposizioni di detta direttiva non siano soggette ad alcuna restrizione di mercato per quanto concerne la varietà.

65 Risulta, quindi, che il regolamento n. 1829/2003 e la direttiva 2002/53 mirano entrambi a consentire il libero impiego e la libera commercializzazione degli OGM sull’intero territorio dell’Unione, in quanto autorizzati conformemente al primo e iscritti nel catalogo comune in applicazione della seconda.”.

  • Un tanto era ed è ribadito anche all’art. 22 della stessa direttiva 2001/18/CE la dove viene precisato che “…Fatto salvo l’articolo 23, gli Stati membri non possono vietare, limitare o impedire l’immissione in commercio di OGM, come tali o contenuti in prodotti, conformi ai requisiti della presente direttiva.”.
  • La libera circolazione delle merci all’interno dello spazio economico europeo è inoltre rafforzato da divieti alle restrizioni quantitative e/o misure ad effetto equivalente previsti dagli art. 34 e 35 del TFUE. In particolare la Corte di Giustizia europea (vedi sentenza nella causa 80/77 e 81/77 del 20-4-1978) ha stabilito che “…Il divieto di restrizioni quantitative e misure ad effetto equivalente (…) costituisce il principio fondamentale della libera circolazione intracomunitaria delle merci ed è norma essenziale per la realizzazione degli obiettivi del mercato comun..”.
  • Come è stato già riportato in premessa, ai sensi della sentenza della Corte di Giustizia n° 256/06 ivi citata, il divieto all’uso di una merce (nella caso della sentenza erano le pellicole colorate da usare sulle automobili; per trasposizione qui si intende il mais OGM MON810 per essere seminato) è una misura ad effetto equivalente ad una restrizione quantitativa, vietata ai sensi dell’art. 34 del TFUE.
  • Un tanto era stato ribadito allo Stato italiano anche dal Direttore Generale della Direzione Generale Salute e Consumatori della Commissione europea (vedi all. 68 del ricorso principale) nella sua missiva del marzo 2011.
  1. I destinatari del divieto di restrizioni quantitative sono gli Stati membri, ovvero qualsiasi istituzione pubblica coinvolta nella gestione della tematica OGM (vedi sentenza della Corte di Giustizia europea C-1/90 e C-176/90 del 25/7/1991).
  • Ovviamente il TFUE prevede anche delle deroghe alla libera circolazione. All’art. 36 vengono elencati i motivi per cui si può derogare ad un principio fondamentale previsto nei trattati dell’Unione europea. Tuttavia, al contrario di quello che sostiene il Giudice Sonego, la sua collocazione sistematica indica che la competenza lasciata agli Stati membri non costituisce una riserva assoluta di sovranità e quindi non attribuisce loro una competenza esclusiva. Si crea invece un ambito normativo in cui possono coesistere misure UE di armonizzazione e protezione uniforme e norme nazionali derogative, nel rispetto del coordinamento con le convenzioni internazionali stipulate.
  • Infatti la C.G. (vedi sentenze C-182/82 del 26-11-1985, Mirò; sentenza C-333/08 del 28/01/2010, Repubblica Francese) ha stabilito che “…spetta alla Corte di Giustizia valutare la necessità degli ostacoli che gli Stati frappongono a importazioni, esportazioni e transito, poiché l’art. (36 del TFUE n.d.r.) non ha lo scopo di riservare agli Stati membri la competenza esclusiva nelle materie indicate e le legislazioni nazionali devono rispettare i limiti stabiliti del diritto UE…”.
  • Sempre la Corte di Giustizia ha stabilito anche che (vedi sentenza 7/61 del 19/12/1961, Carni suine e prodotti derivati; C-238/82 del 7/2/1984, Duphar; C-288/83 dell’11-6-85 Irlanda) “…Non rientra nelle deroghe la protezione degli interessi economici degli Stati, poiché le ipotesi previste nell’art. 36 non hanno carattere economico…”.
  • Infine la Corte di Giustizia ha stabilito che (vedi sentenza C-29/72 del 14-12-1972) “…la norma ha carattere eccezionale in quanto deroga al principio fondamentale dell’abolizione di tutti gli ostacoli alla libera circolazione delle merci fra gli Stati membri…”.
  • In quest’ottica di deroga al principio generale, vanno intesi la clausola di salvaguardia di cui all’art. 23 della direttiva 2001/18/CEE e le misure di emergenza di cui all’art. 34 del Reg. (CE) 1829/2003. Questi strumenti derogativi del principio generale possono essere attivati anche dopo che un OGM ha ottenuto una regolare autorizzazione, qualora vengano rilevate problematiche inerenti alla salute umana, degli animali e dell’ambiente.
  • Tuttavia la Corte di Giustizia ha stabilito che (vedi sentenze C-231/83 del 29/1/1985, Cullet; C-358/95 del 13-3-1997, Morellato; punto 90 della sentenza C-333/08 del 28/01/2010 Repubblica francese) “…l’onere di provare che l’eccezione al principio della libera circolazione delle merci consentita in base all’art. 36, spetta alle autorità nazionali che devono dimostrare di aver rispettato il principio di proporzionalità rispetto allo scopo perseguito…”.
  • Per quanto riguarda il principio di coesistenza di cui all’art. 26bis della direttiva 2001/18/CE, la CGUE ha stabilito che (vedi punto 75 della sentenza C-36/11 del 6/9/2012) “…75 -In definitiva, l’articolo 26bis della direttiva 2001/18 può dar luogo a restrizioni, e perfino a divieti geograficamente delimitati, solo per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate in osservanza delle loro finalità. Tale disposizione non consente, pertanto, agli Stati membri di decidere una misura come quella oggetto del procedimento principale la quale, nelle more dell’adozione di misure di coesistenza, vieta in via generale la coltivazione di OGM autorizzati ai sensi della normativa dell’Unione e iscritti nel catalogo comune.
  • Orbene, la richiesta di risarcimento dei danni patiti fatta dal dott. Giorgio Fidenato riguarda un lasso di tempo compreso tra il 2006 e il 2013. In questo periodo lo Stato membro italiano non aveva mai attivato nessuna misura di emergenza di cui all’art. 34 del Reg. (CE) n° 1829/2003 (per il mais OGM MON 810 la clausola di salvaguardia di cui all’art. 23 della direttiva 2001/18/CE, stante il punto 62 della sentenza della CGUE dell’8-9-2011 nelle cause da C-58/10 a C-68/10, non è più applicabile dal 2006).
  • Per quanto riguarda le misure di coesistenza, che in Italia sono prerogativa delle Regioni, fino alla L.R. n° 15 del marzo 2014 non era mai stata realmente adottata alcuna misura di coesistenza da parte della Regione Friuli Venezia Giulia.
  1. In conclusione del presente capitolo di motivazioni, la decisione di rigetto del Giudice Sonego è errata perché innanzitutto, la normativa europea non ha mai conferito una riserva assoluta di sovranità allo Stato italiano che gli permettesse di porre limiti, ostacoli o divieti alla possibilità di seminare il mais OGM MON810, ma solo un potere residuale attivabile in ben determinate circostanze e sotto il controllo dei giudici dell’Unione.
  • In secondo luogo lo Stato italiano e la Regione Friuli Venezia Giulia non avevano, nel lasso di tempo di cui si discute, mai realmente adottato le prerogative in deroga all’obbligo della libera circolazione delle merci previste dall’Unione europea che gli permettessero di porre dei divieti alla semina di detto mais, alle condizione previste dal diritto europeo.
  • In terzo luogo è destituito di qualsiasi fondamento giuridico la pretesa, formulata dal Giudice di prime cure, che l’odierno appellante avrebbe dovuto “…prima ancora che provare…”, dedurre “…quelle eventuali circostanze idonee a dimostrare l’inesistenza dei presupposti che legittimavano lo Stato italiano a vietare ovvero limitare il diritto di coltivazione del mais MON 810 …”. A questo proposito si veda quanto stabilito dalla Corte di Giustizia riportato al punto 37 di questo atto.
  • Al contrario di quanto affermato dal Giudice Sonego, il quale ha affermato che “…lo Stato italiano ha inteso fin dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4/8/2000 avvalersi di questo potere, escludendo così alla radice la possibilità che il Signor Giorgio Fidenato, possa rivendicare “tout court” un diritto alla coltivazione di mais geneticamente modificato sulla base di provvedimenti presi dall’Unione europea…”, il comportamento tenuto dallo Stato italiano da quel decreto del 2000 citato fino al 2014, dimostra la sua assoluta illegalità nella pretesa di frapporre limiti, ostacoli o di porre dei divieti alla possibilità di seminare il mais OGM MON810, illegalità bocciata di volta in volta dal TAR del Lazio, dalla Corte di Giustizia europea, dal Tribunale di Pordenone.
  • È dimostrato invece che il diritto a seminare mais OGM MON810 del dott. Giorgio Fidenato nel periodo di tempo di cui si discute era pieno e incomprimibile e né lo Stato italiano, né la Regione Friuli Venezia Giulia potevano porre dei divieti in tal senso non avendo nemmeno adottato in quel periodo quelle deroghe limitate e provvisorie alla libera circolazione delle merci che la legislazione europea pur concedeva.
  • Per queste motivazioni va parzialmente riformata la decisione del Giudice Sonego per le violazioni che sono state messe in evidenza.

Istanza di rinvio pregiudiziale ex  art. 267 del TFUE-1° istanza

  • Come già riferito in fatto, il Giudice Sonego, fra le norme di natura europea che, a suo dire, dimostrano che l’orientamento dell’Unione europea in materia di semina di organismi geneticamente modificati sia stato sempre quello di conferire agli Stati membri un potere sovrano di porre dei limiti e dei divieti alla loro libera circolazione, cita la recente direttiva (UE) 412/2015 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 marzo 2015 che ha modificato la direttiva 2001/18/CE, introducendo l’art. 26 ter. con il quale è stata prevista la possibilità degli Stati membri di vietare sul proprio territorio la semina di un OGM autorizzato al di la delle motivazioni necessarie di cui all’art. 36 del TFUE.
  • Anche se temporalmente la direttiva è stata approvata solo nel 2015 (quindi, in un arco temporale non interessato dalla richiesta di risarcimento), tuttavia al 3° comma del 6° considerando di detta direttiva viene affermato che “…in conformità dell’art. 2, paragrafo 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), gli Stati membri hanno il diritto di adottare atti giuridicamente vincolanti che limitano o vietano la coltivazione degli OGM sul loro territorio, dopo che per tali OGM è stata rilasciata l’autorizzazione all’immissione in commercio dell’Unione…”.
  • Secondo il Giudice Sonego tale considerazione sintetizza adeguatamente l’orientamento sempre tenuto dall’Unione, e che giustifica la sua ordinanza di rigetto, dal momento che il paragrafo 2 dell’art. 2 del TFUE è in vigore almeno da quando si è posta la questione della semina degli OGM.
  • Sulla base delle pronunce giurisprudenziali della Corte di Giustizia europea citate nelle motivazioni dell’impugnazione dell’ordinanza, si viene a porre un problema di contraddizione tra questa giurisprudenza e la nuova direttiva (UE) 412/2015, ovvero si pone un problema di conflitto tra la norme previste nella nuova direttiva e i trattati europei.
  1. Va innanzitutto sottolineato che, a parere dell’appellante, non possa essere applicato il paragrafo 2 dell’art. 2 del TFUE alla libera circolazione delle merci, e nel caso specifico alla libera circolazione degli OGM. Infatti il paragrafo 2 dell’art. 2 del TFUE opera nell’ambito dei settori in cui i trattati hanno attribuito una competenza concorrente fra l’Unione e gli Stati membri. In tal caso gli Stati membri possono adottare atti giuridicamente vincolanti nell’ambito di tali settori.
  • L’affermazione fatta dal legislatore europeo, nel promulgare la direttiva (UE) 412/2015, secondo cui “…gli Stati membri hanno diritto di adottare atti giuridicamente vincolanti che limitano o vietano la coltivazione degli OGM sul loro territorio, dopo che per tali OGM è stata rilasciata l’autorizzazione all’immissione in commercio dell’Unione…”, pare in totale contrasto con gli art. 3, 34, 35 e 36 del TFUE stesso.
  • Infatti innanzitutto l’art. 3 del TFUE ha attribuito all’Unione competenza esclusiva in materia di Unione doganale, di definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno. Tali competenze, che includono la libera circolazione delle merci, sono quindi di esclusiva competenza dell’Unione europea e possono essere ri-nazionalizzate solo se si modificano i trattati. Come stabilito dalla sentenza della Corte di Giustizia C-3/76 del 14-7-1976, gli Stati membri non possono più legiferare nelle materie di esclusiva competenza della UE a meno che non siano autorizzati dalle istituzioni UE.
  • In secondo luogo le restrizioni quantitative all’esportazione e all’importazione e qualsiasi misura ad effetto equivalente sono vietate ai sensi dell’art. 34 e 35 del TFUE.
  • In terzo luogo le deroghe a quanto previsto agli artt. 34 e 35 del TFUE di cui all’art. 36 del TFUE possono essere adottate secondo precisi criteri che sono totalmente esclusi nella direttiva in parola (vedi 14° considerando);
  • In quarto luogo emerge pure che in ragione all’indicata potestà concessa agli Stati membri di poter limitare o vietare la semina e la coltivazione di OGM sul proprio territorio, per motivi ulteriori rispetto a quelli previsti dall’art. 36 del TFUE, si pongono le premesse perché l’approccio all’OGM possa essere diverso tra Stato e Stato, per ragioni indipendenti da esigenze connesse alla tutela della salute dei cittadini. Con un approccio diverso fra Stato e Stato, si pone un problema con l’art. 3, comma 3 del T.U.E. che prevede un unico mercato interno che si contrappone alle misure applicabili in base all’art. 26 ter della direttiva n. 412/2015 in grado, come si è detto, di stabilire diversità di disciplina, su medesimi prodotti, tra Stati e Stati.
  • In quinto luogo si considerino le seguenti disposizioni: -) 16 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, secondo cui “…È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto dell’Unione e alle legislazioni e prassi nazionali…”. -) art. 6 del T.U.E., al paragrafo 1, sul riconoscimento dei diritti di libertà sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo. Ciò in relazione al loro valore giuridico e all’esigenza di una loro interpretazione in conformità alle disposizioni generali del titolo VII della Carta sulla sua interpretazione e applicazione. Il fatto che la direttiva in parola offra la possibilità agli Stati membri di vietare la possibilità di seminare piante OGM sul proprio territorio, si traduce in una limitazione della libertà d’impresa per quegli imprenditori agricoli che svolgono la loro attività economica negli Stati che opteranno per tale decisione, ovvero che andranno a replicare per ragioni indipendenti dall’ambiente, ovvero della salute, al manifestato interesse del produttore OGM di coltivare all’interno di quel medesimo Stato.
  • Orbene, poiché il Giudice Sonego, a conferma e a supporto della sua convinzione che il diritto europeo è sempre stato orientato nel senso di attribuire agli Stati membri un potere sovrano di limitare, ostacolare o vietare la possibilità di semina di OGM sul proprio territorio, ha indicato anche la direttiva (UE) 412/2015 e poiché è del tutto evidente che quanto previsto nella direttiva appare in contrasto con i trattati e con la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, si rende necessario sottoporre alla Corte di Giustizia europea, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, una questione pregiudiziale sulla conformità ai trattati (secondo quanto argomentato) della direttiva (UE) 412/2015.

Istanza di rinvio pregiudiziale ex  art. 267 del TFUE-2° istanza

  • Vista la decisione del Giudice Sonego, alla CGUE va sottoposta un’altra questione pregiudiziale. Ci si riferisce alla citata norma regionale di cui all’art. 2.1 della L.R. 5/2011 della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, introdotto dall’art. 2, comma XXVI, lettera a), della L.R. n° 15/2014. In pratica la Regione FVG è l’unica Regione italiana che ha introdotto un divieto generale ai sensi della facoltà riconosciuta dal paragrafo 2.4 della raccomandazione 2010/C200/01 della Commissione europea del 13 luglio 2010.
  • La raccomandazione di cui sopra è stata emanata dalla Commissione europea ai sensi dell’art. 26bis della direttiva 2001/18/CE.
  1. È pur vero che una raccomandazione è applicabile in via facoltativa da uno Stato membro, ma attraverso questo strumento in Friuli Venezia Giulia si è ottenuto, nei fatti, una restrizione quantitativa degli OGM che è vietata, come argomentato, dai trattati europei.
  • Si è già argomentato che, ai fini della decisione nel merito della richiesta di risarcimento, la CGUE al punto 75 della sua sentenza C-36/11 del 6-12-2012 ha già chiarito che l’eventuale divieto può essere fatto valere solo per misure di coesistenza effettivamente adottate (e il Friuli Venezia Giulia, nel periodo di cui si discute, non aveva mai applicato alcuna misura di coesistenza).
  • Tuttavia il Giudice Sonego ha citato questa normativa regionale per evidenziare che, a suo parere, da un lato esiste un continuum di norme di derivazione europea che negavano in sostanza il diritto ad una libera semina di OGM in Italia e, di conseguenza, la pretesa risarcitoria del dott. Giorgio Fidenato andasse rigettata; e dall’altro lato che questo potere è stato nel tempo sempre esercitato, anche se talvolta in maniera erronea, dalle Istituzioni pubbliche interessate.
  • Ma è parere dell’appellante che le misure di coesistenza che permettono una sostanziale divieto alla semina del mais OGM, siano in contrasto con le norme previste nei trattati europei.
  • Infatti dall’insieme normativo della raccomandazione emerge che i diritti e le libertà che si intendono proteggere con le misure di coesistenza sono diritti e libertà di natura indiretta, legati a valori economici delle produzioni, convenzionale e biologica, in caso di contemporanea coltivazione nello stesso areale di prodotti OGM.
  • Si tratta, pertanto, di una situazione di conflitto di interessi economici tra le diverse tipologie di coltivazione che la raccomandazione del 2010 intende risolvere in termini di prevalenza e non di armonizzazione, permettendo un sostanziale divieto od impedimento alla coltivazione di una coltura OGM a vantaggio delle altre metodologie di coltivazioni.
  • A tal proposito, si osserva che il problema derivante della coesistenza, rappresentato dalla contemporanea coltivazione nella stessa area di una coltivazione OGM, convenzionale e/o biologica, non è una pratica agronomica sconosciuta al mondo agricolo.
  • Tant’è che tale problematica ha trovato riconoscimento nella stessa raccomandazione 2003/556/CE del 23/7/2003, poi sostituita dalla nuova raccomandazione del 2010, che al comma 5 del punto 1.1. sostiene che “…La coesistenza di diverse filiere di produzione non è una novità in agricoltura. I produttori di sementi, ad esempio, vantano una lunga esperienza in fatto di pratiche di gestione agricola atte a garantire la purezza delle sementi. Un altro esempio di separazione tra diverse linee di produzione agricola è costituito dal granturco indentato destinato all’alimentazione degli animali, che nell’ambito dell’agricoltura europea è coesistito senza difficoltà con vari tipi di granturco speciale coltivato per il consumo umano e il granturco ceroso destinato all’industria dell’amido…”.
  • Poiché la maggior parte delle piante coltivate sono allogame (e fra queste vi è sicuramente il mais) in quanto affidano al vento e/o agli insetti la propagazione del polline per permettere la fecondazione; e, poiché, non è prevedibile la direzione verso cui il polline può espandersi, il diritto agrario ha già risolto tale problematica rifacendosi al principio della “normale tollerabilità” previsto nel Codice Civile. Nel caso dell’Italia la problematica è già affrontata dall’art. 844 del C.C. Partendo dalla constatazione che è impossibile impedire l’immissione di diversi tipi di propagazione su un fondo (vedi calore, esalazioni, scuotimenti, polveri, o pollini ecc. …) dal fondo del vicino, si deve per forza di cose, fare riferimento al concetto di normale tollerabilità. Solo se viene superata questa soglia della normale tollerabilità, la presenza di OGM in altri prodotti può essere considerata un danno economico suscettibile di risarcimento, ovvero anche di sanzione in forma specifica.
  • Ci si permette di ricordare che la Commissione europea, consapevole di questa problematica, diede mandato all’EcoB (European Coexistence Bureau) di elaborare le Best practice Documents for coexistence of genetically modified crops with conventional and organic farming.
  • Nel 2010 il gruppo di lavoro emise un documento che riguardava la Maize Crop Production ( n° 157) dove sono indicate tutte le tecniche che devono essere adottate da parte di chi ha il problema di evitare la commistione delle proprie coltivazioni con prodotti OGM. Il documento rappresenta una guida pratica per gli agricoltori convenzionali e biologici che hanno la necessità di limitare od evitare del tutto la presenza involontaria nelle loro produzioni di elementi OGM. Tutte le misure ivi indicate non prevedono, tuttavia, la possibilità di radicale impedimento della coltivazione delle colture biotecnologiche sui propri terreni degli imprenditori confinanti, perché tale divieto sarebbe in contrasto con il diritto del produttore di OGM di perseguire la sua libera iniziativa economica.
  • Il che sta a significare che esistono tecniche idonee ad impedire la presenza involontaria di OGM in altri prodotti, attraverso sistemi meno invasivi rispetto a quelli previsti dalla contestata raccomandazione (e della sua applicazione in Friuli Venezia Giulia), cioè, l’adozione di opportune tecniche colturali specificatamente indicate nel documento dell’ECoB succitato, in grado di contemperare, armonizzandole, le diverse esigenze produttive.
  • Sicché, il divieto, totale o parziale, di coltivazione di OGM ai sensi della raccomandazione di cui si discute, si dimostra strumento sproporzionato ed irragionevole per l’appropriato ed efficace perseguimento dell’obbiettivo di consentire l’esercizio del diritto all’attività di impresa nei limiti e nel contemperamento della tutela della salute e dell’ambiente. Ne deriva che la limitazione della libertà d’impresa, estrinsecabile con il divieto di coltivazione di un OGM ai sensi della raccomandazione contestata, non trova proporzionata spiegazione nell’esigenza di proteggere i diritti e le libertà di terzi. Dal momento che, l’esistenza di strumenti tecnici idonei per consentire l’idonea ed efficace presenza di coltivazione con ogni metodo si presenta strumento efficace per garantire la coltivazione di OGM, non solo nel rispetto dell’ambiente e della salute, ma in termini armonizzanti con la coesistenza delle altre essenze vegetali coltivate con metodo convenzionale e/o biologico.
  • Per le motivazioni su esposte e nel rispetto della sentenza della CGUE di cui al punto 34 del presente atto, si ritiene necessario chiedere alla CGUE, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, un giudizio pregiudiziale sulla compatibilità del divieto di semina di un OGM ai sensi del paragrafo 2.4 della raccomandazione 2010/C200/01 con i trattati dell’Unione europea.

** *** **

COCLUSIONI

Per l’insieme di tali ragioni, i sottoscritti procuratori, ut supra legittimati, così

c o n c l u d o n o :

preliminarmente: si dichiara, ai sensi e per gli effetti dell’art. 9, comma 5, della L. n. 488/99 e succ. mod., che il valore della presente causa è indeterminato e che, conseguentemente, il valore del contributo unificato è di € 975,00;

in via pregiudiziale richiedere, nei termini esposti, un parere pregiudiziale, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, sulla compatibilità ai Trattati dell’Unione della direttiva (UE) 412/2015 e del divieto di cui al paragrafo 2.4 della raccomandazione 2010/C200/01;

In via preliminare: in riforma dell’ordinanza del Giudice Mauro Sonego nella causa n° 512/2015 di R.G, annullare parzialmente detta ordinanza, non modificando quella parte della decisione in cui il Giudice Sonego ha riconosciuto che il dott. Giorgio Fidenato ha fornito tutti gli elementi per giudicare accoglibile la richiesta di risarcimento del danno (vedi punto 8 del presente atto);

nel merito: in riforma della gravata ordinanza del Tribunale civile di Trieste accogliere integralmente la domanda attorea di cui al ricorso introduttivo.

Con vittoria di spese e di onorari di giudizio come da generale norma, in quanto i principi della libera circolazione delle merci nell’ambito europeo dovrebbe essere un concetto noto ed arcinoto agli Stati membri e la questione non è affatto una novità. Salvis juribus.

In via istruttoria si depistano il seguente documento: 157 – copia del documento dell’ECoB sulla gestione delle coltivazioni di mais convenzionale, biologico.

Pordenone – Trieste, 28 agosto 2017

Avv. Francesco Silvestri

Avv. Cristian Molaro

[1]              A questo proposito è sintomatica la vicenda dell’art. 2 della L.R. n° 5 del 2011. Quando venne approvata nel marzo 2011,  l’art. 2, primo comma, prevedeva il divieto di semina di OGM in Regione. In seguito alla richiesta da parte della Presidenza del Consiglio nell’ambito della procedura relativa al “Caso EU Pilot 3972/12/SNCO” (vedi pag. 6 della lettera della Commissione europea di cui all. 77 dell’atto introduttivo), di alcune informazioni per valutare la coerenza della L.R. con le norme europee, con art. 2, comma 2, lettera a), L. R. 6/2013 venne eliminato tale divieto dalla Legge regionale.

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Mostrati 2 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    In un mondo normale non ci dovrebbe esser bisogno di scrivere tanto per poter fare liberamente gli imprenditori.
    Troppe leggi e troppi regolamenti.
    Io attuerei una disobbedienza civile senza autodenunzia.
    Pianterei tutto l’Ogm che mi pare su centinaia o migliaia di ettari d’accordo con colleghi agricoltori.
    Alla brutta.
    E poi se ne parla.
    Naturalmente non voglio insegnare alcun che a Fidenato.
    E’ solo il mio punto di vista.
    Di un non addetto ai lavori sfiduciato nel vedere battaglie in punta di fioretto quando , invece, ci vorrebbero spranga e catene.
    Auguri a Fidenato.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      HAI RAGIONE

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