In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI ROBERTO ENRICO PAOLINI

Ormai da qualche tempo uno spot si aggira per l’etere di mamma Rai: gli scatti di una macchina fotografica, le immagini di alcuni simpatici animaletti si posano sul video e poi compare lui, il parassita: l’evasore. Faccia da galeotto, occhio da furbetto del quartierino. L’incarnazione del male. E poi la lezioncina finale: se tutti pagassero le tasse, più servizi per tutti e tutti pagherebbero meno. Questo è lo spot realizzato dall’Agenzia delle Entrate contro il quale Confcontribuenti ha presentato denuncia all’Agcom per pubblicità ingannevole: infatti, il parassita non è l’evasore, ma il burocrate, il politico, il nullafacente pubblico che da anni saccheggiano la parte produttiva del paese, paralizzandolo.

Per capire la colossale mistificazione operata dalla pubblicità di regime occorre chiedersi: chi è lo Stato? Per Bastiat è quella “grande illusione in virtù della quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”. Il francescano Ockham chiariva che concetti quali “Stato”, “società”, “umanità” ecc. sono mitologia dal punto di vista teorico, ma vengono per lo più utilizzati come strumento di oppressione politica. Per Ockham solo l’individuo, la persona umana esiste. La personificazione dello Stato, dice ancora Bastiat, è “la più umiliante delle mistificazioni”. Lo Stato dunque non esiste, ma è solo la maschera dietro la quale si nascondono i governanti, questi sì, fin troppo reali, che ormai quotidianamente infilano le mani nelle tasche dei cittadini.

Questa spoliazione legalizzata operata dall’apparato pubblico si chiama tassazione. Le tasse sono il pane quotidiano dello Stato. Adam fa notare che sinonimo di tassazione è esazione, che letteralmente significa “tirar fuori con la forza”. Anche la parola “imposta” chiarisce che non si tratta di un obolo volontario! Infatti, ricorda Lysander Spooner, “il governo come un bandito ti punta la pistola alla tempia e ti intima “O la borsa o la vita”. Sotto questa costante minaccia vengono pagate le tasse. Che cos’è la tassazione si chiede M.N. Rothbard se non “furto su scala gigantesca e incontrollata?” E’ chiaro dunque che il sistema delle tasse “è una forma di servitù volontaria”. Perché un individuo dovrebbe lavorare per lo Stato per più di metà dell’anno? Ha ragione Nozick, quando definisce l’imposizione fiscale “una forma di lavoro forzato”.

Leonardo Facco, amministratore delegato del Movimento Libertario, nel suo “Elogio dell’evasore fiscale” quindi conclude: “Se le tasse sono un furto non pagarle è legittima difesa”. Il parassita è servito.

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Parassita è colui che vive alle spalle di qualcun altro diceva Miglio. Può essere costui l’evasore? No, l’evasore è il produttore di ricchezza per definizione, colui che rivendica il sacrosanto diritto di tenersi ciò che è suo, il frutto del proprio lavoro.

E’ grazie all’operosità dei produttori, tutti i lavoratori del privato, ossia artigiani, operai, professionisti, imprenditori, che i parassiti prosperano e si mantengono.

Chi sono invece costoro? Tutti gli “occupanti” un posto pubblico i quali non solo consumano le risorse di chi produce, di chi lavora veramente, ma ogni giorno ostacolano i produttori nelle rispettive attività, ne rallentano le transazioni; a costoro non basta vivere saccheggiando sistematicamente le risorse generate da altri, ma si prendono pure la licenza di diffamare i produttori a reti unificate.

Non ci si può sbagliare, i parassiti si riconoscono dalla coda. Non per i caratteri somatici zoomorfi, ma perché la lentezza del loro pseudolavoro genera ritardi e quindi lunghe code in uffici zozzi, caldi e sgarruppati.

E’ clamoroso dunque il capovolgimento della realtà da parte dello spot. Nella propaganda di Stato, il profitto diventa saccheggio mentre si assiste alla beatificazione dell’estorsione legalizzata di Stato dove magicamente all’evasore viene appiccicata la lettera scarlatta del parassita.

Tra l’altro, come fa notare Facco, in Italia l’evasore è una specie estinta già da tempo. Chiunque, anche il più povero senzatetto, paga tasse, imposte, gabelle: hanno i nomi più svariati, ICI, IRAP, IRES, IVA, canone RAI (altra truffa linguistica, se fosse un canone si potrebbe disdire), bollo auto, ecc. Insomma basta prendere un caffè, fare il pieno di benzina, guardare la tv, comprare le sigarette, chiedere un permesso in comune… qualunque gesto quotidiano è accompagnato da un’imposta. Anche il quieto vivere. L’ultima trovata del più socialista dei governi Berlusconi è tassare anche il riposo! Oggi, il titolare di una partita IVA, se smette di lavorare per tre anni o dovrà chiuderla o incapperà in una sanzione per sanare l’”irregolarità”. In Italia è dunque impossibile evadere. Il Leviatano Italico è stato tanto vorace da inghiottirsi pure l’evasore!

Passiamo ora alla seconda mistificazione dello spot: se tutti pagassero le tasse, le tasse diminuirebbero per tutti. Niente di più falso.

Se tutti pagassero le tasse, si aggraverebbe l’obesità dello Stato, già abbondantemente in sovrappeso! Reagan amava ripetere: “lo Stato è come l’apparato digerente di un neonato: insaziabile in entrata, irresponsabile in uscita”. I parassiti pubblici avrebbero altre provviste per sfamarsi e si moltiplicherebbero a dismisura. I governanti avrebbero maggiori risorse per aumentare le prebende alle proprie clientele, per assumere ulteriori burocrati, per espandere la regolamentazione. Insomma più tasse a disposizione dei politici vorrebbe dire armare i propri aguzzini. Vorrebbe dire consegnare allo stato anche quel 30% delle risorse che oggi ci rimane in tasca: saremmo al socialismo reale.

Grazie a coloro, invece, che riescono a sottrarre le proprie risorse al furto legalizzato operato dal fisco, i ceti parassitari si devono accontentare. Non riescono a riprodursi come vorrebbero e così aumentano i margini di libertà per l’individuo.

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L’evasore fiscale dunque è un eroe moderno, una specie di Robin Hood. Sottrae risorse ai ricchi, le burocrazie parassitarie degli stati, per distribuirle volontariamente ai “poveri”, ossia tutti coloro che operano sul mercato, o attraverso lo scambio di beni e servizi o attraverso donazioni volontarie. Facendo shopping o lasciando l’offerta al sacerdote distribuiamo ricchezza. Ma senza alcuna imposizione.

Non vi è nulla di più equo e solidale del libero mercato. Non vi è nulla di più criminale del prelievo coercitivo, violento, forzoso sulle proprietà dell’individuo ad opera di quella banda di briganti che si fa chiamare Stato.

 

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Showing 5 comments
  • Brillat-Savarin
    Rispondi

    se tutto andasse in tasse (anche il residuo trenta per cento che ci lasciano, ma è probabilmente meno…), non ci sarebbe evasione fiscale e saremmo in un perfetto regime sovietico: il crollo sarebbe assicurato e la profezia di Mises non dovrebbe attendere 70 anni (probabilmente sono durati così tanto solo grazie alle due guerre mondiali e ai gulag – con le cataste di milioni di morti che hanno provocato – e forse ad un minimo di mercato nero interno: se no, come facevano a tiriarla così lunga!

    • Leonardo Facco
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      EFFETTIVAMENTE, DOPO CUBA E LA COREA DEL NORD TRA I PAESI PIU’ COLLETTIVISTI ARRIVA L’ITAGLIA!

  • Roberto Fedeli
    Rispondi

    Condivido da cima a fondo, l’unica cosa che mi disturba è la bandiera padanstatalista* sotto il grafico della spesa.
    *Non è un problema di bandiera ma del partito che la utilizza, il partito più cialtrone e spudoratamente statalista che si sia mai visto.

  • Leonardo Facco
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    Giusto, ma io la interpreterei così: PER COLPA DEI PADANSTATALISTI, LE COSE STANNO E RIMANGONO COME NELLA TABELLA!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    se le tasse avessero finalità vere di solidarietà e sussidiarietà, basterebbe girare in contanti i soldi rastrellati a tutti oppure fornire dei voucher per utilizzare i servizi di cui si ha bisogno, in un mercato libero e non monopolizzato dallo stato, dalle sue clientele. Mentre si fa pagare tutto a ciascuno di noi che consuma invece una limitatissima parte di quanto paga. Coi risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi.
    Le tasse e il sistema fiscale, sono la negazione manifesta dei più elementari principi di economia industriale e in particolare ai criteri di efficienza ed efficacia di qualsiasi sistema organizzativo.
    AMEN

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