In Economia, Primo Piano

DI MATTEO CORSINI

“Nel dibattito sulle politiche economiche si tende a dare per scontato che gli stimoli hanno avuto la loro occasione e hanno fallito. Il “partito del dolore” continua a dirci che l’austerità è la strada per ripristinare la fiducia, ma nonostante l’austerità la fiducia latita. L’Irlanda, ad esempio, ha imposto un piano di austerità durissimo e nonostante ciò continua a pagare sui titoli di Stato decennali un tasso di interesse più alto di 6.7 punti percentuali rispetto ai Bund, meno dei massimi toccati recentemente, ma parecchio al di sopra del livello di partenza, prima dell’introduzione del programma di rigore.” (P. Krugman)

Paul Krugman ha l’abitudine di ritenere che chi non è favorevole alla perpetuazione degli stimoli fiscali, soprattutto nella variante di aumento della spesa finanziata aumentando il debito pubblico, sia un sadico che vuole vedere la gente soffrire.

Una delle parti in cui Krugman si immedesima con maggiore naturalezza è quella del genio incompreso. A suo parere, si sta dando per scontato che gli stimoli fiscali abbiano fallito. A dire il vero restano in molti a pensarla come Krugman, ossia che gli stimoli siano stati sin qui insufficienti. Gli altri si limitano a considerare le dimensioni, in valore assoluto e in rapporto al Pil, degli stimoli stessi e, verificando lo stato dell’economia, ne traggono la conclusione che “hanno fallito”.

Alcuni ne erano convinti fin dall’inizio e trovano conferma nei numeri.

Altri si limitano semplicemente a prendere atto dell’evidenza. Quella stessa evidenza che Krugman nega.

Gli appartenenti al “partito del dolore”, allora, non sono altro che coloro che ritengono che da un eccesso di debito non si esca facendo altro debito.

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Il che potrebbe sembrare scontato, ma evidentemente non lo è. E il problema, come ho già sostenuto in altre occasioni, a mio parere è in buona parte attribuibile al fatto di considerare l’aumento della spesa pubblica come un aumento del Pil, a parità di altre condizioni.

Per dare valore alla sua posizione, Krugman tira in ballo l’Irlanda. La quale, peraltro, sta dando segni di recupero molto migliori di quelli degli altri Paesi europei in stato più o meno comatoso, e si è trovata in difficoltà perché lo Stato nel 2008 ha sconsideratamente deciso di socializzare le perdite delle banche dopo il default di Lehman e lo scoppio della bolla immobiliare, finendo per essere travolto dallo tsunami delle sofferenze.

Ma non si può pretendere che chi nega l’evidenza porti esempi incontestabili a sostengo delle proprie tesi.

 

 

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