In Anti & Politica, Economia

di FRANK CHODOROV*

Questo saggio è originariamente apparso nel luglio 1945 in un bollettino d’informazione mensile fondato dallo stesso Chodorov, chiamato Analysis. Apparve successivamente come un capitolo del suo libro Out of Step: The Autobiography of an Individualist (1962).

New York in piena estate è notevolmente più miserabile rispetto a qualsiasi altro posto del mondo — e dovrebbe essere paragonabile al mondo per il modo in cui è stata ridotta dai pianificatori. Il perchè i Newyorkesi, altrimenti sani di mente, dovrebbero scegliere di abbrustolire i loro visceri in una campagna politica durante questo periodo dell’anno, è una domanda che viene in mente per la propensione enigmatica degli uomini per l’auto-punizione. E se un tizio sceglie che l’intera cosa gli scivoli addosso, alcuni energumeni socialmente consapevoli sono obbligati a farlo sudare con una lettura sul dovere civico, come per la cittadinanza che mi è stata data.

Per 25 anni il mio abbandono è stato risaputo dai miei amici e più di uno si è impegnato per raddrizzarmi; da queste discussioni venne fuori una solida difesa della mia posizione per il non-voto, cosicché la donna in questione fu ben evitata con abili repliche. Evidenziai, con molti esempi, che sebbene avessimo avuto candidati, piattaforme, partiti e campagne in abbondanza, abbiamo avuto un’equivalente abbondanza di povertà, crimine e guerra. La regolarità con cui la perenne promessa di “bei tempi” è finita in depressione ha suggerito l’incompetenza dei politici negli affari economici. Forse la buona società per cui abbiamo votato si trova da qualche altra parte; perchè non provare un altro bivio, quello che conduce verso l’auto-miglioramento individuale, in particolare nell’acquisizione di conoscenza economica? E così via.

C’era una domanda che mi fu posta dalla mia incantevole seccatrice che evasi abilmente, poichè il giorno era afoso e la risposta richiedeva un certo sforzo mentale. La domanda: “Cosa succederebbe se smettessimo di votare?”

Se si è curiosi di cosa possa risultare dal non magniare, ci si pone la domanda del perchè mangiamo. Così il quesito che mi fu posto dalla donna ripropone la ragione del voto. La teoria del governo composto da rappresentanti eletti è quella che questi tizi sono assunti dalla cittadinanza votante per prendersi cura di tutte le questioni riguardanti i loro comuni interessi. Tuttavia è differente da un’impiego ordinario poichè il rappresentante non deve attenersi a specifici ordini, ma gli viene data carta bianca per fare ciò che crede desiderabile per il benessere pubblico in alcune o tutte le circostanze; è soggetto inoltre a limitazioni costituzionali. In tutti i problemi riguardanti gli affari pubblici la volontà dell’individuo è trasferita all’agente eletto, la cui responsabilità è commisurata con il potere di cui è investito.

E’ questo trasferimento di potere dall’elettore agli agenti eletti che è il punto cruciale dell’ideologia repubblicana. Il trasferimento è pressochè assoluto. Anche le limitazioni costituzionali non sono così difatti, dal momento che possono essere eluse attraverso meccanismi legali nelle mani degli agenti. Eccetto per il fragile processo dell’impeachment, il mandato è irrevocabile. Per l’abuso o il mal utilizzo del mandato, il solo ricorso lasciato ai principali, le persone, è di spodestare gli agenti alla prossima elezione. Ma quando spodestiamo i furfanti, non è vero che, come conseguenza naturale, invitiamo una nuova folla? Il tutto si somma al fatto che scacciando i primi dal potere, le persone mettono le loro vite nelle mani di un gruppo diverso, sulla cui saggezza ed integrità giace il fato della comunità.

Tutto ciò cambierebbe se smettessimo di votare. Tale astinenza sarebbe equivalente ad un’avvertimento verso i politici: dal momento che noi come individui abbiamo deciso di badare ai nostri affari, i vostri servizi non sono più necessari. Avendo sostenuto il potere sociale dobbiamo, come individui, sostenere la responsabilità sociale — fornita, ovviamente, dai politici che accettano il loro congedo. Il lavoro di gestire la comunità cadrebbe su tutti noi. Potremmo assumere un’esperto per un resoconto sul migliore apparato per la lotta contro gli incendi, o un manager per prendersi cura della pulizia delle strade, o un’ingegnere per costruirci un ponte; ma la decisione finale, in particolare sulla questione di raccogliere i fondi per sostenere i costi, resterebbe nel meeting comunale. Gli specialisti assunti non avrebbero alcuna autorità se non quella necessaria per la prestazione dei loro doveri contrattuali; il potere coercitivo, che è l’essenza dell’autorità politica, sarebbe esercitato, se necessario, solo da tutta la commissione.

C’è una sorta di garanzia per il credo che un migliore ordine sociale sarebbe assicurato quando l’individuo è responsabile per esso e, perciò, responsabile dei suoi bisogni. Non si ha più la legge o i legislatori per coprire i propri peccati di omissione; il bisogno di una buona opinione del vicinato sarà un obbligo sufficiente per il dovere di giurato, niente più inganni nelle bozze di legge e nessun ricorso sarà possibile “all’influenza politica” quando il pericolo per la propria comunità chiama alle armi. Nei propri affari privati l’individuo, ora sovrano, dovrà conciliare il detto del mercato: produci altrimenti non mangi; nessuna legge vi sarà d’aiuto. Nel suo comportamento pubblico si deve essere decenti o soffrire della sentenza dell’ostracismo sociale, senza un ricorso ad un’esonero legale. Un cittadino rispettoso della legge sarà trasformato in un uomo che ha rispetto di sé.

Sarebbe caos questo? No, ci sarebbe ordine senza il disturbo da parte della legge.

Ma definiamo la parola caos. Non è disarmonia risultante dall’attrito sociale? Quando facciamo risalire l’attrito sociale alla sua origine, non scopriamo che si dissemina in un sentimento di dolore ingiustificato o ingiustizia? Allora il caos è una condizione sociale da cui scaturisce ingiustizia. Quando qualcuno potrebbe prendere, per legge, ciò che un altro uomo ha prodotto dal suo lavoro, otteniamo ingiustizia nella sua forma più incisiva, poichè la negazione del diritto di un uomo di possedere e godere di ciò che ha prodotto è affine alla negazione della vita. Tuttavia il potere di confiscare la proprietà è il primo business della politica. Vediamo come ciò sia reale nella questione delle tasse; ma la quantità di proprietà confiscata dai monopoli è di gran lunga superiore, il tutto basato sulla legge.

Mentre questa base economica dell’ingiustizia è stata persa nel nostro aggiustamento verso di essa, l’attrito risultante è abbastanza evidente. La maggior parte di noi è povera nonostante il nostro costante sforzo e risaputa abilità di produrre in abbondanza; la sconvenienza è aggravata da un sentimento di disperazione. Ma il dolore più pungente sorge dal pensiero che la ricchezza che vediamo è in qualche modo nostra per diritto di lavoro, ma non è nostra per diritto di legge. Il risentimento, intensificato dallo sconcerto, smuove un’avventata urgenza di fare qualcosa. Chiediamo giustizia; abbiamo attrito. Abbiamo scioperi, crimini, bancarotte e squilibri mentali. Truffiamo i nostri vicini ed ognuno cerca per sé un privilegio legale per vivere sul lavoro dell’altro. Ed abbiamo la guerra. Questa è una condizione di armonia o di caos?

All’inizio della storia del nostro paese c’erano meno leggi ma più ordine, poichè gli affari della comunità erano nelle mani dei cittadini. Sebbene le opere di narrativa possano dare un’impressione differente, è un dato di fatto che c’era meno crimine pro capite di cui occuparsi rispetto a quello che c’è ora quando la legge pervade ogni momento e minuto delle nostre vite. Quello che ha dato all’Occidente la sua fama incivile e senza cultura fu l’elegante teatro dell’intensa vita di comunità. Ognuno era ardentemente interessato all’impiccaggione dei ladri di bestiame; non era fatto nella quiete calcolata di una prigione, con la prontezza di un sistema meccanico. La punizione di un violatore dei dicta municipali doveva essere affare del procuratore municipale, che era rappresentato da tutta la comunità.

Sebbene i cittadini usassero raramente il proprio moschetto per difendere la protezione della propria vita e della proprietà, la sua presenza prometteva una giustizia rapida e positiva da cui nessun cavillo legale offriva una scappatoia e la relativa notizia annunciava la dignità della decenza. Ogni crimine era commesso contro la gente non contro la legge, e perciò la gente faceva molto rumore per i crimini. Erano commessi errori poichè il giudizio umano non è mai infallibile; ma, finchè non vennero i politici, non veniva commesso deliberatamente nessuno illecito; finchè non arrivò la legge, non esistevano violazioni ed il codice dell’umana decenza manteneva l’ordine.

Così se dovessimo smettere di votare per partiti e candidati, ci riapproprieremo individualmente della responsabilità delle nostre azioni e, di conseguenza, della responsabilità del bene comune. Non ci sarebbe alcun modo di evitare il verdetto del mercato; riceveremo solo in proporzione al nostro contributo. Ogni tentativo di approfittarsi a spese del vicino o della comunità sarebbe celermente scoperto e altrettanto velocemente messo a tacere, poichè la più lieve indulgenza di un’ingiustizia verrebbe riconosciuta da tutti come una minaccia per sé stesso. Dal momento che nessuno avrebbe il potere di imporre condizioni di monopolio, nessuno le otterrebbe. Sarebbe mantenuto l’ordine attraverso le regole dell’esistenza, le naturali leggi dell’economia.

Così è, se i politici permettessero di essere spodestati dalle loro posizioni di potere e di privilegio.

Lo dubito.

Ricordate che la proposta di smettere di votare è fondamentalmente rivoluzionaria; equivale ad un cambiamento di potere da un gruppo ad un altro, che è l’essenza della rivoluzione. Non appena il movimento non-voto acquista velocità, i politici molto sicuramente inizierebbero una controrivoluzione. Sarebbero istituite misure per imporre il voto; sarebbero imposte multe per le violazioni e sentenze di detenzione sarebbero inflitte ai reiteranti.

E’ una necessità del potere politico, senza importanza sul come è acquisito, per avere il supporto morale dell’approvazione pubblica ed il suffragio è lo schema più efficiente per registrarlo; notate come Hitler, Mussolini e Stalin insistettero nell’avere le votazioni. In ogni governo di ideologia repubblicana, anche il nostro, solo una frazione della popolazione vota per il candidato vincente, ma quella frazione è quantitativamente impressionante; è questo aspetto di travolgente autorizzazione che lo sostiene nell’esercizio del potere politico. Senza di esso sarebbe perduto.

La propaganda, anche, bomberderebbe questa resistenza passiva allo statalismo; non solo quella divulgata dai politici di tutti i partiti — la coalizione sarebbe tanto unanime quanto spontanea — ma anche quella di maggior efficacia emanata da fonti apparentemente disinteressate. Tutti i monopolisti, tutte le fondazioni di buoni sconto, tutte le istituzioni elemosinanti l’esenzione dalle tasse — in breve, tutti i “rispettabili” — si unirebbero in una difesa urlante dello status quo.

Ci verrebbe detto categoricamente che a meno che non continuassimo a delegare il nostro potere a persone responsabili, sarebbe allora catturato dagli irresponsabili; e ne risulterebbe la tirannia.

Ciò è probabilmente vero, vedendo come sin dall’inizio dei tempi gli uomini hanno cercato di acquisire la proprietà senza lavorare per essa.

La risposta si trova, come sempre, nell’uso giudizioso dell’artiglieria privata. A questo punto vale la pena raccontare una storia, senza dubbio apocrifa. Quando i conquistatori di Napoleone stavano considerando cosa fare con lui, un cowboy Americano pensò che uno di loro sarebbe potuto essere utile in questo nuovo paese e sarebbe dovuto essere invitato a venire da queste parti. La possibilità che un regime Napoleonico potesse essere avviato in America fu escluso dalla figura del rivoluzionario che sottolineava che il moschetto con cui sparava ai conigli poteva anche uccidere i tiranni. Non esiste sostituto alla dignità umana.

Ma il discorso è piuttosto ingannevole alla luce del fatto che ogni elezione è una confisca di potere. Il sistema elettorale è stato definito come una battaglia tra forze opposte, ognuna armata con propositi di benessere pubblico, per garantirsi il potere in modo da mettere in azione queste proposte. Per quel che vale, questa definizione è corretta; ma quando il candidato vincente acquisisce il potere, verso quale fine lo usa (non teoricamente ma praticamente)? Non corre, con un’occhio alla prossima campagna e con il denaro dei cittadini, ad accaparrarsi il sostegno di gruppi influenti? Se si rivolge ad un gruppo interessato al monopolio il cui contributo alla campagna è necessario per il suo scopo, o verso un gruppo in cerca di privilegi, o verso un’esercito affamato di disoccupati o di veterani, il metodo di catturare e mantenere il potere politico è una pratica standard.

Ciò non è, tuttavia, un’atto di accusa del nostro sistema elettorale. E’ piuttosto una descrizione del nostro aggiustamento verso la conquista. Tornando agli inizi — sebbene il processo sia ancora in voga, come in Manchuria, o più di recente negli Stati Baltici — quando una banda di filibustieri sviluppò l’appetito per la proprietà delle altre persone vi corsero dietro con forza e vigore. Ripetuti segni di questa natura lasciano le vittime senza fiato, se non senza vita, e senza proprietà. Così, come gli uomini agiscono quando non hanno altra possibilità, stipularono un compromesso. Assunsero una gang di ladri per proteggerli da altre gang, e col tempo il prezzo pagato per tale protezione divenne noto come tassazione. Gli esattori si sistemarono nelle comunità conquistate, possibilmente per rendere le riscossioni certe e regolari, e col passare degli anni una fusione di culture e di sangue resero due classi una nazione. Ma il sistema di tassazione rimase dopo che perse il suo significato originale; gli avvocati ed i profrssori d’economia, tramite un’abile circonlocuzione, trasformarono il tributo nella “politica fiscale” e la mascherarono con il bene sociale.

Ciononostante l’effetto sociale del sistema era di mantenere la cittadinanza divisa in due gruppi economici: pagatori e riceventi. Quelli che vivevano senza produrre divennero “servi del popolo” e così guadagnarono supporto ideologico. Si radicarono ulteriormente acquisendo alleati con l’esenzione delle tasse; ovvero alcuni del loro gruppo divennero proprietari terrieri, la cui riscossione di rendite rimaneva nei poteri delle forze dell’ordine al soldo della cricca governante, e ad altri venivano garantiti sussidi, tariffe, concessioni esclusive, diritti di brevetto, privilegi di monopolio di una sorta o dell’altra. Questa divisione di vantaggi tra coloro che esercitano il potere e coloro i cui privilegi dipendono da loro, è succintamente descritta dall’espressione “lo Stato nello Stato”.

Così quando facciamo risalire alle origini il nostro sistema politico, arriviamo alla conquista. La tradizione, la legge e la consuetudine hanno oscurato la sua vera natura, ma non ha avuto luogo nessuna metamorfosi; le sue zanne ed artigli sono ancora affilate, il suo appetito più vorace che mai. Sotto la luce storica non è un modo di definire la politica come l’arte di catturare il potere; ed il suo scopo attuale, come quello vecchio, è l’economia.

Non c’è alcun dubbio che gli uomini di grandi intenzioni daranno sempre i loro talenti per il benessere comune, senza pensare a nessuna ricompensa se non quella della benevolenza della comunità. Ma fintanto che il nostro sistema di tassazione rimane, fintanto che il mezzo politico per acquisire i beni economici è disponibile, fintanto che si sosterrà lo spirito della conquista; gli uomini cercheranno sempre di soddisfare i loro desideri con il minimo sforzo. E’ interessante ragionare sul tipo di campagna ed il tipo di candidato che avremmo se la tassazione fosse abolita e se anche il potere di dispensare privilegi svanisse. Chi concorrerebbe per la carica pubblica se non ci fosse “alcunchè in essa”?

Perchè un cittadino rispettabile appoggerebbe un’istituzione fondata sul furto? Poichè è ciò che qualcuno fa quando vota qualcun’altro. Se si afferma che dobbiamo metterci una pietra sopra, vediamo cosa possiamo fare tramite la pulizia dell’istituzione cosicché possa essere usata per la manutenzione di un’esistenza ordinata, la realtà però è che ciò non può essere fatto; uno dopo l’altro abbiamo votato per “buoni governi” e cosa ci ritroviamo? Forse il più sciocco ragionamento, pur tuttavia l’unico invariabilmente avanzato quando questa successione di fallimenti è evidenziata, è che “dobbiamo scegliere il minore dei due mali”. Sotto quale obbligo dobbiamo prendere questa decisione? Perchè non scansarli entrambi?

Per effettuare la rivoluzione suggerita tutto ciò che è necessario fare è stare lontani dai seggi elettorali. Diversamente da altre rivoluzioni, non richiede organizzazione, non richiede violenza, non richiede guerra, non richiede un leader. Nella quiete della sua coscienza ogni cittadino si impegna con sé stesso, promette a sé stesso, di non dare supporto morale ad una istituzione immorale ed il giorno delle elezioni rimane a casa. Questo è tutto. Ho iniziato la mia rivoluzione 25 anni fa ed il paese non si trova in una condizione peggiore di quella di prima.

*Traduzione di Johnny Cloaca

Recent Posts
Showing 9 comments
  • AGO
    Rispondi

    Non sono d’accordo. Non votare non serve a nulla, anche perchè ci sarà sempre qualcuno che andrà a votare lo stesso, è impossibile convincere tutta la popolazione!
    INVECE io propongo di VOTARE il cambiamento, ossia PROVARE a FAR VINCERE il MOVIMENTO A 5 STELLE… aspetta, non mi censurare: consiglio di leggere il programma del movimento per capire di cosa si stia parlando, e poi sfido chiunque a dire che i punti del programma non sono giusti… è proprio ciò che ci vorrebbe per risolvere tanti problemi. Quindi, leggere il programma del movimento e poi decidere se vale la pena votarlo… link:
    http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

  • daniele
    Rispondi

    Caro leonardo il tuo articolo è stato interessante penso che sia giusto (almeno per me) DI NON VOTARE PIU’ UNA MASSA DI PAGLIACCI PARLAMENTARI che nn sono buoni a nulla anzi SONO BUONI A FOTTERSI I SOLDI DEI PIRLA che pagano le tasse con le bustepaghe!
    Sicuramente ci saranno persone che nn saranno d’accordo su quello che ho detto MA NON MI INTERESSA!
    CIAO LEO

  • michele lombardi
    Rispondi

    basta dare leva a quei pagliacci di potere dire “il 3, 16, 28 ..% mi ha dato delega”

  • Borderline Keroro
    Rispondi

    Non sono d’accordo con il non votare.
    Io ritengo invece sia giusto andare al seggio, annullare la scheda, e incartarci una fetta di mortazza.
    Aggiungendo la scritta: “MANGIATEVI ANCHE QUESTA, LADRI!” :)

  • MauroLIB
    Rispondi

    Votare significa certificare il sistema!

    Significa dire ‘avete fatto male ma stavolta speriamo che vada meglio’. E intanto si bruciano le generazioni, una dietro l’altra,

    Not in my name !!!

    • Iano
      Rispondi

      Votare vuol dire solo offrire un posto “fisso”a un gruppo di persone,con stipendi da favola.E in cambio fanno solo disastri per questo paese.Tutti uguali nessuno escluso!!!Inoltre con questo governo (anomalo)abbiamo finalmente capito che tutti questi mangioni,non servono a un CAZZO!!!!!

  • Cristian Merlo
    Rispondi

    Quello che ci si ostina a non capire (atteggiamento che spesso accomuna anche molti di coloro che alle urne non ci vanno) è che le ragioni del non voto, dell’elogio dell’astensionismo (per dirlo alla Facco;), devono andare ben oltre al pur condivisibile ribrezzo, raccapriccio e sconcerto che i teatranti della politica non possono che suscitare. Sentimenti di antipolitica ci possono ben stare, certo. Ma tali ragioni sono ben più profonde: in quanto dovrebbero sempre esprimere e veicolare la forte presa di coscienza di coloro che hanno inteso, e per questo appunto vogliono contrastarla, la natura e le dinamiche dell’unica, vera lotta di classe moderna: quella tra produttori e parassiti, tra pagatori di tasse e consumatori di tasse. Il non voto, insomma, come una forma di disobbedienza civile: delegittimarli per affamarli…

  • maschile individuale
    Rispondi

    come posizione ideale è buona e coerente però dal punto di vista pratico fa molto meno male allo Stato che votare il candidato meno statalista (in Italia M5S e FLI)

  • Iano
    Rispondi

    Non capisco perchè dovrei fare un favore a questi (mangiapaneatradimento).Fino adesso hanno solo fatto dei danni all,Italia,prendono solo soldi dalle casse,e fanno solo leggi per costringerti a pagare.ma capisco che al popolo gli viene concesso solo il diritto di votare,allora i “manichini”corrono tutti contenti !!a votare.Che bello avere almeno un diritto…….(povera italia)…

Leave a Comment

Start typing and press Enter to search