In Anti & Politica, Libertarismo

DI FABIO MASSIMO NICOSIA

Un caso particolare, nel panorama politico italiano, è stato rappresentato, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, dal Partito Radicale del leader carismatico Marco Pannella. Di ciò mi occupo anche “dal punto di vista interno”, come avrebbe detto Uberto Scarpelli, perché è dalla metà degli anni ’70 che seguo i radicali molto da vicino, in passato da militante (critico), e poi da simpatizzante (sempre molto critico).

I radicali sono infatti il partito che ha sdoganato, nel linguaggio comune della politica, il termine “libertario”, prima appannaggio dei soli anarchici classici. Com’è noto, nell’odierna “società dello spettacolo”, chi non va in televisione non esiste, e così, per tutta l’epoca della battaglia divorzista, Pannella in effetti nemmeno esisteva per il grosso pubblico, anche perché, non essendo lui parlamentare, la legge sul divorzio recava i nomi di Fortuna (socialista) e Baslini (liberale), benché Pannella fosse acclamato dai seguaci come leader della mitica LID, la Lega Italiana sul Divorzio, della quale facevano parte esponenti di ogni orientamento politico, con la sola esclusione della DC e del MSI. Si noti che, nella campagna elettorale del 1972, apparvero affissi dei manifesti che invitavano a votare tutti i partiti laici, dai liberali ai comunisti, e io, quattordicenne, feci fatica a capire il senso di questa indicazione, abituato com’ero all’anticomunismo di mia madre, liberale malagodiana. Ma i radicali agivano per issues, come dicono i politologi, e quindi appoggiavano tutti i partiti, anche molto lontani tra di loro, che appoggiassero la propria iniziativa principale, partiti del resto accomunati dall’essere “laici”.

Dal punto di vista culturale, i radicali, e Marco Pannella in particolare, individuavano i propri progenitori nella sinistra liberale o socialista liberale di Gobetti, Rosselli e Rossi, e tuttavia, Pannella, nel 1972, cercò anche un contatto con il movimento anarchico, intervenendo a un congresso della F.A.I., Federazione Anarchica Italiana, proponendo addirittura di sciogliere il PR nel movimento anarchico, ma la proposta cadde nel vuoto, si vede che gli anarchici temevano di essere egemonizzati dai radicali. Nel 1975, in piena campagna per l’aborto, i radicali avevano acquistato una pagina sul Corriere, per invitare a votare socialista alle amministrative del 15 giugno, che avrebbero visto l’inizio del boom comunista e di Berlinguer. I radicali si presentarono per la prima volta soli alle elezioni politiche del ’76, che diedero grosso modo questi risultati, come ricordava sempre Giorgio Galli: 44% circa tra PSI e PCI; 1,1, radicali e 1,5 Democrazia Proletaria, il cartello dei gruppi extraparlamentari di sinistra. Già siamo al 46,6%. Se a questi aggiungiamo i partiti laici (che pure non erano per l’alternativa di sinistra) siamo ben oltre il 50%. In tale contesto è singolare che il risultato sia passato come una sconfitta della sinistra, e solo un presunto genio come Berlinguer poteva ricavarne la necessità di un monocolore democristiano (la DC non arrivava al 40%) presieduto da Andreotti con appoggio esterno (“non sfiducia”) della sinistra. La DC era reduce dalla mazzata del referendum sul divorzio, e già il PCI si preoccupava di fare la respirazione bocca a bocca ai cattolici. Io, che provenivo da posizioni di destra e anche di estrema destra, come lascito di una famiglia di destra liberale, non ebbi difficoltà a trasformare la mia antica matrice anticomunista di destra in un neo-anticomunismo di sinistra.

La polemica con il PCI fu estremamente dura, e i radicali ne ricavarono spesso accuse di radical-fascismo, per la sua contrapposizione alla politica di compromesso storico del PCI. In realtà, nella seconda metà degli anni ’70, nei congressi del PR facevano sempre bella mostra di sé grandi tabelloni che si riferivano idealmente a un imprecisato “socialismo libertario autogestionario”, e ciò anche prima di quando il PSI, per opera di Luciano Pellicani, avrebbe scoperto, sia pure con maggiore puntualità e approfondimento culturale, il socialismo di mercato di Proudhon. Ciò, a me pareva, contrastava con l’affermato anti-ideologismo pannelliano, se è vero che inneggiare al S.L.A. significa alludere a un modello perfetto di società, che appartiene alla sfera dell’utopia, per quanto non vi sia in ciò nulla di male. Anzi, come detto, è sempre bene usufruire di un “lume regolatore”, come diceva Malatesta, per vagliare la coerenza delle nostre posizioni attuale, col modello ideale e perfetto della propria utopia, per quanto improbabile nell’oggi questa sia.

Il riferimento non fu mai approfondito, e anzi presto abbandonato, dato che il PR, o per meglio dire Pannella, ha sempre rifuggito dalla teoria politica, preferendo agire sulla base di un empirismo esasperato, dal quale semmai avrebbe dovuto emergere, aggiustata di volta in volta, l’unica teoria valida per Pannella, ossia la teoria di Pannella, sufficiente a sé stessa, così come esposta in migliaia di comunicati stampa e di interminabili, e spesso inascoltabili, monologhi radiofonici logorroici.

Per la precisione, Pannella almeno due contributi “teorici” li ha forniti: la prefazione al libro del direttore della rivista undergorund “Re Nudo” Andrea Valcarenghi, “Underground a pugno chiuso”, e il “preambolo” allo statuto del PR su nonviolenza e lotta alla fame nel mondo. Il primo, che fu festosamente salutato da Pasolini, si faceva apprezzare, oltre che per il tipo di critica alla violenza rivoluzionaria (“morale”, ma suicida), per qualche riferimento retorico all’anarchismo (meno comprensibile il riferimento alla destra storica), in particolare nel passaggio in cui si leggeva: “Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia di occuparlo”. Ho sentito una sola volta, in un discorso congressuale, un Pannella così davvero e coerentemente libertario: quando, in un momento di buona forma, teorizzò che la funzione del diritto doveva essere quella di estinguere, “far deperire”, il potere e lo Stato, sia pure in tempi storici imprecisati. Il diritto come contrapposto allo Stato, dunque, non come emanazione sua.

Se il Marco nazionale avesse insistito su tale filone, avrebbe meritato di essere inserito nella storia del pensiero e dell’azione anarchica, avrebbe potuto essere, con la sua debordante personalità, un nuovo leader libertario, diciamo il Malatesta del XX secolo; ha preferito invece disperdersi in una ricerca affannosa, che ha trovato il suo polo però nel concetto, del tutto insoddisfacente sul piano teorico e libertario, di “Stato di diritto”. Valeva la pena di digiunare, anzi, condurre addirittura uno sciopero della sete, per chiedere il ripristino del plenum del CSM o della Corte Costituzionale ? Mi pare di no, mi sembra il frutto di un eccesso di formalismo giuridico al limite del fanatismo. In altre parole, chissenefrega del plenum delle istituzioni? Che crepino.

Con ciò non voglio sottovalutare il valore dell’intuizione del porre a fondamento del diritto la nonviolenza, piuttosto che la “forza”, ossia la violenza, secondo tradizione: quel che critico è che questa nonviolenza sia al servizio del “rispetto” del diritto vigente, al quale non riconosco meriti particolari, e non della creazione di nuovo diritto.

Tale formalismo esasperato trovò il suo vertice nel citato “preambolo” allo statuto del PR, approvato nel 1980.

Vi si legge infatti che il partito “proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni; proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta non-violenta per la difesa, con la vita della vita, del diritto, della legge”.

Ma di quale “diritto” e “legge” stiamo parlando? Di quelli dello Stato e delle istituzioni ufficiali? Ma questa è una concezione a dir poco datata, che riconosce il monopolio dello Stato alla produzione del diritto, esattamente ciò che un libertario dovrebbe contestare. Il diritto è anche diritto consuetudinario, è diritto di produzione individuale o delle istituzioni spontanee; dire il contrario equivale a un salto indietro di un secolo, oltre che fare un regalo immeritato alle istituzioni formali. Che poi uno debba mettere in gioco la propria vita con la nonviolenza per il rispetto di quel diritto pare un sacrificio eroico davvero degno di miglior causa, quando la maggior parte delle persone cerca semplicemente, ma più radicalmente, di ignorare la legge, e di eluderla, quando se la trova tra i piedi, come ho teorizzato col concetto di “disobbedienza incivile”.

Del resto, scopo di un libertario è di massimizzare nei limiti del possibile la libertà di tutti: ma chi dice che ciò avvenga difendendo la stretta legalità? Quando si dice: “noi invochiamo l’applicazione di una legge, anche pessima, per spingere alla sua modificazione”, in realtà si sta teorizzando una nuova forma di “tanto peggio, tanto meglio”, dato che l’obiettivo ottimale, la soppressione della norma illiberale, passa per un gradino pessimo: l’applicazione di una legge che allo stato riduce, e non incrementa la libertà. D’altra parte, è del tutto normale che vi sia sempre uno scarto tra diritto scritto e diritto praticato, sarebbe da fanatici ritenere che possa accadere il contrario, e, come dicono i sociologi del diritto, è anche desiderabile che ciò non sia, data la quantità di leggi assurde che ci circondano.

E allora la “lotta” allo stremo per un’applicazione sistematica e alla lettera di qualunque norma positiva sarà sempre una grottesca fatica di Sisifo, che oltretutto fa perdere di vista il criterio sostanziale di azione.

E poi, la sparata: il Partito “dichiara di conferire all’imperativo cristiano e umanistico del ‘non uccidere’ valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa”. Bum!

Ma come si concilia questa a dir poco impegnativa, e un po’ insensata, presa di posizione di principio, con le ambiguità messe in campo in occasione delle due guerre del Golfo? Nessuna discussione seria ho mai sentito sulla questione.

L’escamotage retorico, messo in piedi da Pannella nella prima occasione, fu di dichiarare che un nonviolento è contro la guerra, ma, una volta che la guerra sia scoppiata, egli può o deve fare il tifo per la meno peggio delle due parti (che è sempre quella americana). La seconda volta si tirò in ballo, tra distinguo. la promozione globale della democrazia.

Ma, datemi pure a mia volta del sentimentalista, la visione dei bambini senza braccia (a tacere di chi sotto i bombardamenti ci è morto, con sorte che mi pare addirittura migliore) sembra un prezzo troppo alto per la conquista di quella incerta democrazia. Nemmeno il più becero utilitarista proporrebbe un baratto di questo genere: “Taglia le braccia di quel bambino, e avrai in cambio la democrazia”. Nel dibattito etico contemporaneo, nessuno osa proporre posizioni del genere. Ma si sa che la guerra deroga a un tal dibattito: l’importante è non cascarci anche noi, dando vita a una regressione culturale di dimensioni immani.

Un altro abbozzo di teorizzazione pannelliana è emerso in occasione della sacrosanta battaglia antiproibizionista. In vari discorsi, il leader enfatizzò come fosse irrazionale impedire per legge un comportamento “naturale” come l’ingestione di una sostanza. “Un cane azzanna le merde che incontra”, diceva non senza finezza analitica. Ci fu poi una fase in cui lo slogan radicale era “antiproibizionismo su tutto”. Davvero su “tutto”? Ma l’antiproibizionismo su tutto è allora pura anarchia.

Se, del resto, è vero che la “proibizione” è irrazionale e inefficace (perché l’uomo “può” comunque agire in ispregio alla norma), ciò varrà sempre e in ogni caso, o no? Altro che “Stato di diritto”! Se la proibizione aggrava i problemi, aboliamo tutte le norme. Né si invochi come alternativa la semplice “regolamentazione”, come i radicali talora fanno, perché una regolamentazione implica sempre un grado di proibizione, che in sé però viene giudicata dannosa. Viene allora in mente quel che De Sade scriveva sull’omicidio, che sarebbe stato eliminato dalla faccia della terra, solo una volta che fosse stato liberalizzato, attraverso l’abolizione di qualsiasi norma di penalizzazione dell’omicidio stesso. Sicché i radicali saranno veramente coerenti, quando proporranno un referendum per l’abrogazione non solo di alcuni articoli del codice “fascista”, ma dell’intero codice penale e di tutte le leggi speciali in appendice. Un piccolo passo in tale direzione fu compiuto da un consigliere regionale antiproibizionista, che organizzò dieci anni fa a Milano un “convegno abolizionista” del carcere; ma poi non se ne parlò più, anche se ho notato riprese in tempi recenti. La stessa giustissima battaglia per l’amnistia è insufficiente se non si accompagna a una cultura del superamento delle istituzioni totali (Carceri, OPG e simili), per sostituirle con una rete di comunità, di case-famiglia e simili.

Riprendendo il filo del discorso, abbiamo visto poi che il “socialismo libertario e autogestionario” degli anni ’70 si è trasformato, negli anni ’90 (anche qui senza alcun dibattito serio), in un’invocazione “liberale, liberista e libertaria” non ben meditata, come formula politica dell’appoggio offerto al primo governo Berlusconi e delle illusioni a lungo riposte sulle di lui capacità “riformatrici” se non addirittura “rivoluzionarie” di questo personaggio, su cui un giorno o l’altro varrebbe la pena di soffermarci senza conformismi.

A me risulta che l’opzione a destra del ’94 –oltre che frutto dell’abbandono, ormai decennale, della strategia dell’alternativa di sinistra- fu dovuta a ragioni del tutto contingenti, non di principio, e probabilmente altresì di interesse “spicciolo” (radio-televisivo, ad esempio). Tuttavia, si cercò anche di darne una non del tutto infondata giustificazione teorico-politica, individuando nello schieramento di sinistra (i “Progressisti”) la rappresentanza dei ceti della conservazione burocratica e corporativa: insomma, stare a destra avrebbe senso in quanto la sinistra stia più a destra della destra. E del resto non fu Malatesta a scrivere che sarebbe venuto il giorno in cui i libertari avrebbero dovuto farsi carico di difendere i fascisti dai comunisti?

Giocava ancora a tal proposito l’esperienza della cosiddetta unità nazionale del triennio ’76-’79, di cui gli stessi “Progressisti” apparivano i diretti eredi. In quel periodo, in effetti, i comunisti furono alla testa di ogni più reazionaria iniziativa, dalle leggi speciali alla gestione del caso Moro, per cui, anche alle mie orecchie, attaccare, ancora nel ’94, la tradizione comunista recente, non appariva necessariamente come espressione di una posizione conservatrice o peggiore di quella. Avvisaglie si erano avute già persino dall’area dell’Autonomia operaia, alcuni superstiti della quale non a caso non furono immuni da sbandate filo-berlusconiane negli anni ’90 (compreso, mi risulta, lo stesso Toni Negri, che ricostruì l’autonomia e il movimento del ’77 come elementi di “liberalizzazione” della società italiana).

Ricordo in particolare un numero della rivista di alcuni esponenti dell’autonomia “Metropoli”, in cui, sotto il titolo “America, America”, si esaltava la portata rivoluzionaria del reaganismo e si liquidava come burocratica e corporativa la sinistra “democratica” e statalista di McGovern. Il liberismo come sede del comunismo, e l’intuizione non era priva di intelligenza.

Del resto, venendo ai nostri lidi, Berlusconi aveva ancora l’immagine positiva del diavolo, del campione del consumismo e della fica televisiva, prima che questa immagine fosse ancor più rafforzata dallo scandalo del “bunga bunga”: tuttavia sul piano normativo Berlusconi ha sempre cercato di non scontentare la Chiesa, la quale solo tardivamente ha preso le distanze dal suo stile di vita.

Ma, a parte ciò, si può essere “liberisti”, senza una riflessione sulla legittimità dei titoli di proprietà che devono essere giocati in quella cornice liberista? Perché il misero dovrebbe mai accettare di rispettare il proprietario, o di essere licenziato senza possibilità di reintegro (vedi art. 18 dello statuto dei lavoratori), se l’alternativa è il lastrico? Un liberismo così inteso, che non presupponga quale fondamento il diritto alla sopravvivenza, ad esempio con un reddito di cittadinanza, è una posizione reazionaria, che non può persuadere, se non chi ci guadagna direttamente. E infatti oggi tale posizione è inevitabilmente recessiva nelle stesse iniziative radicali, che addirittura, durante la campagna elettorale della “Rosa nel Pugno”, accettarono il contributo dei compagni di cordata socialista di inserire nel programma il reddito di cittadinanza.

Altre considerazioni. Pannella ha sostanzialmente azzerato un partito che, sempre nella seconda metà degli anni ’70, si componeva di una pluralità di “partiti regionali”, e poteva vantare una base vivace e molto composita, e anche contestativa nei confronti del leader; il PR si è invece trasformato in un PR2 (per riprendere un ritornello di Giuseppe Ramadori, avvocato radicale molto attivo nei congressi degli ’70, sempre su posizioni critiche verso la leadership), in un partito sostanzialmente di apparato, per quanto minuto, di fedelissimi (spesso stipendiati) del leader carismatico e della sua, pur meritoria (ma troppo filo-istituzionale), radio. Il tutto quando il PR stava diventando un piccolo partito di massa, come si diceva un tempo dei repubblicani, con insediamenti molto interessanti in molte regioni d’Italia. Ma questo piccolo partito di massa è stato smantellato con due strumenti, principalmente: il primo l’elevazione del costo della tessera a livelli impossibili per un comune cittadino (centinaia di euro all’anno), e l’altro, ricordato da Piero Ignazi, della sostanziale fondazione da parte di Pannella niente di meno che di un partito concorrente, i “Verdi”, invitando implicitamente i dissidenti, e a chi voleva entrare negli enti locali, a farvi ingresso. Forse si è trattato anche di un modo per evitare di essere coinvolto nel sistema dei partiti tradizionali e, così, nella futura tangentopoli, denotando però in tal modo una forte sfiducia nei confronti dei propri militanti. Del resto, è vero che nei Verdi hanno abbondato i carrieristi, ma non mi pare che siano stati coinvolti in scandali di particolare gravità. Sicché non si tratta di un destino ineludibile.

Nel passaggio dagli anni ’70 agli anni ’90 si è assistito anche a una modifica dei ceti sociali di riferimento: ai miei tempi era visibile anche fisicamente l’alleanza tra spezzoni di borghesia illuminata e diversi cani sciolti più o meno alternativi, simpatici cascami della controcultura degli anni ’60 e ’70; si arrivò invece all’invocazione, per lo più inefficace, delle “partite IVA” negli anni ’90, cercando un’improbabile concorrenza sul terreno della Lega e della Life. Tanto più inefficace e improbabile, in quanto il PR continuava a essere percepito come il partito dei froci e dei drogati, quindi inavvicinabile da parte dei ceti piccolo borghesi, non tanto per censo, quanto per cultura.

I radicali degli anni ’90 si sono sforzati a loro volta nel tentativo di fondere libertà economiche e civili, considerando la scissione impossibile, ma hanno a loro volta fallito, confermando a loro volta l’erroneità della teoria.

Tant’è che gli stessi radicali hanno dovuto rinunciarvi, e hanno cercato spazio nuovamente a sinistra, ma per far ciò hanno rimesso nel cassetto il liberismo in versione spinta degli anni ’90.

Insomma, non dico che stiamo parlando della storia di un fallimento, ma occorrerà pur chiedersi come mai il PR non sia mai riuscito a stabilizzarsi oltre il 2% dei voti, nonostante le occasioni avute e perse. D’altra parte, che cosa ci si può aspettare da un partito che ha cambiato mille volte “brand”, che una volta si chiama PR, un’altra Federalisti Europei, un’altra ancora Antiproibizionisti, ma anche Verdi Arcobaleno, e poi Lista Pannella, e anche Riformatori, ma poi ancora Lista Bonino, a tacere della mancata Lista Coscioni, fino alla Rosa nel Pugno. Eppure non conosco nessuno che non abbia votato almeno una volta nella sua vita radicale; in proposito circola una battuta, che gl’italiani si dividano in due categorie: i radicali, che sono il due per cento, e gli ex radicali, che sono il rimanente novantotto per cento.


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Mostrati 53 commenti
  • dave
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    Ma quale fallimento!

    Il Partito Radicale e’ il partito italiano piu’ antico di tutti: e’ nato nel 1956 ed esiste tutt’ora.
    Essere al 2% sebbene espulsi da tutti i mezzi d’informazione e’ un autentico miracolo.

    • Fabio Massimo Nicosia
      Rispondi

      Per la precisione è nato nel 1955, ma bando alle pignolerie. Il problema è che sono stato anche ottimista: i sondaggi di Mentana del lunedì danno i radicali attorno allo 0,6, mentre Grillo oscilla tra il 4,5 e il 5%.
      Dove sta lo sbaglio? Un partito con tanti anni di dure lotte alle spalle è ridotto al lumicino, mentre un fesso venuto dal teatro comico prende dieci volte tanto. E non si può dire che Grillo oggi vada spesso in televisione. Ed è un bene per lui, che non corre il rischio-Pannella, di far perdere voti ogni volta che appare sul piccolo schermo…

      • fagiano1974
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        Se hai le palle, grande uomo, discuti gli argomenti che ti sembrano cosi osceni di Grillo. Oppure chiuditi in bagno con uno che campa a sbafo degli italiani da sempre. Il M5S ci salverà dalla TUA italia.

        • Mario
          Rispondi

          Mauro Suttora ha scritto e postato in rete vari post che invitano gli anarchici ed i libertari ad entrare in massa NON nei radicali ma nel M5S, Curioso , vero ?

  • rik
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    e’ vero che la percentuale elettorale di un partito che ha dato molto al paese e’ estremamente esigua e cio’ deprime lo spirito,perche’ offre anche l’esatta dimensione di cio’ che e’ l’elettorato italiano,sempre diviso o fatto dividere,tra guelfi e ghibellini.Personalmente penso che la stessa struttura organizzativa del partito radicale abbia delle grossissime lacune, inoltre a mio giudizio,molti temi delle battaglie radicali,pur essendo giusti e sacrosanti,non sono prioritari in rapporto alla quotidianita’ dei problemi della gente che sente su di se un sempre maggiore affanno per la lotta all’esistenza e mi azzardo a dire ,senza voler cadere nella superficialita’ che prima di parlare di filosofia e’ necessario avere la pancia piena percio’ e’ evidente che un Grillo qualunque,possa fare da cassa di risonanza dell’antipolitica in un paese sfasciato come ilnostro da un’infame banda di malaffaristi. Personalmente vorrei o meglio desidererei che i libertari scendessero in campo,ma forse e’ un ‘illusione troppo idealistica.

    • Fabio Massimo Nicosia
      Rispondi

      Condivido in toto, compreso l’auspicio a che i libertari di ogni provenienza scendano in campo, anche elettoralmente, come proposto nel mio ultimo libro “Il dittatore libertario”.

  • rik
    Rispondi

    x fabio massimo nicosia : come ho a volte espresso, pur nella limitatezza del mio pensiero,ritengo molto importante che il movimento scenda in campo,soprattutto perche’ e’ di vitale importanza che si formi nella gente un nuovo tipo di cultura,una nuova coscienza, contro questa ritrita divisione tra comunisti e non,tra berlusconiani e non che costituisce il cancro primario del paese, Ho detto nuova cultura anche se si tratta di vecchia cultura,quella nobile del pensiero libero,ovvero della riacquisizione della liberta’ spirituale capace di pensare e giudicare liberamente e di ricreare i veri e fondamentali valori etici e sociali di progresso,da diversi lustri oscurati, calpestati o quasi annichiliti da pseudo pensieri unici o falsamente liberali,ma tutti indemocratici ed liberticidi, che continuano a regredire le menti,la societa’ cioe’ praticamente tuttii i molteplici aspetti del paese.dei quali ne abbiamo ampio esempio dagli avvenimenti quotidiani. Spero percio’ che da tanti arrivi un forte imput per la nostra discesa sul campo di battaglia. saluti

  • Spezio Bilasti
    Rispondi

    Grazie per questo interessante articolo che ripercorre la storia dei radicali, condivisibile o meno che sia è un punto di vista lucido e rispettabile.

    E non ci scordiamo dell’improbabile ‘mutazione’ nel “transpartito, transnazionale” che creando confusione ha contribuito a compromettere le già scarse possibilità dei radicali di richiamare consenso. Con l’ultimo sviluppo dai risvolti grotteschi: l’elezione di un segretario le cui strombazzate qualità sono quelle di essere “musulmano e del Mali”, oltreché “avvocato”, e che non si sogna nemmeno di venire a dire “ciao” in Italia se non gli pagano aereo e albergo.

    • maschile individuale
      Rispondi

      ma i radicali italiani e il partito radicale transnazionale non sono soggetti distinti?
      il primo ha come segretario Mario Staderini, il secondo uno del Malì.
      il primo fa politica in italia, il secondo è una specie di internazionale.

  • Luciano
    Rispondi

    L’unico vero merito, secondo me, del PR è quello di essere ed essere stato coerentemente sempre anti-clericale. E’ l’unico partito che si è battuto per la realizzazione di uno stato laico: siamo ancora fermi al “libero Stato in libera Chiesa” di 150 anni fa.

    • Vito
      Rispondi

      Coerentemente sempre laicista, massonico ed anticlericale.

      • Mario
        Rispondi

        Coerentemente sempre stronzo e cialtrone.

  • Carmelo
    Rispondi

    Un grande articolo, sempre attuale, su Marco Pannella, per ricordare un grande Maestro Libertario a cui bisognerà continuare ad ispirarsi facendo proprio il suo nobile ed immenso insegnamento.

    • Carmelo
      Rispondi

      E qui lo riconfermo. Sempre attuale .

      • Mario
        Rispondi

        E qui lo riconfermo. Sempre stronzo.

  • marco cencetti
    Rispondi

    Spiace farlo notare, ma di mestiere il nostro cosa faceva? Il dottore? L’operaio? Noo… il politico! Non ho altro da aggiungere.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    In realtà faceva il giornalista. Dopo aver esrecitato per breve tempo la libera professione di avvocato. Politico ci è diventato dopo lo scisma liberale ma una professione, anzi due, ce la aveva.

    • Vito
      Rispondi

      Marco Pannella faceva il giornalista. Se Giovanni Negri è stato vicedirettore del quotidiano IL TEMPO, non certo un giornale di sinistra, invece Marco Pannella si presenta alla redazione de IL GIORNO a Parigi, divenendone corrispondente.
      Marco Pannella risultava nell’elenco degli iscritti all’Ordine dei giornalisti. Fu quindi giornalista corrispondente de ”IL GIORNO” da Parigi e cominciava a versare i suoi contributi previdenziali nel 1958 con l’ottenimento dei primi contratti di lavoro , principalmente come giornalista del quotidiano, allora fresco di fondazione, ”IL GIORNO” e quasi due decenni prima della sua entrata alla Camera dei deputati.

      • Vito
        Rispondi

        Per chi non lo avesse capito, io sono uno stronzo che scrive commenti ad mentula canis con il solo obiettivo di mandare in vacca questo spazio.

        • Vito
          Rispondi

          Per chi non lo avesse capito, io sono un Amministratore di Wikipedia.

          • Vito

            Anche se stronzo sono e stronzo resto.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Nell’articolo di Nicosia mi sembra di torvare il solito equivoco di fondo. Destra e Sinistra. Non usciremo mai dalle secche verbali se non diamo loro un significato autentico. I marxisti vogliono essere definiti di sinistra? O gli si dice “no” subito, spiegandone il motivo, o si accetta e rispetta questa legittima pretesa. Ma se loro sono la sinistra (come ritengo giusto che sia) tutti gli altri lo sono necessariamenhte un po’ meno o non lo sono affatto. Sinistra significa maggiore presenza dello stato. Destra significa una sua minore presenza o una sua completa assenza. E’ chiaro che se raffrontiamo Pol Pot e Hitler, il secondo appare più a destra del primo. Per forza: sul piano formale i titoli di proprietà nella Germania del 1935 esistevano ancora, mentre nella Cambogia del primo dittatore citato no. Ma non si può definire un movimento nazionalsocialista come “di destra”, il nome stesso lo smentisce. Purtroppo, malgrado abbiamo avuto la fortuna di avere Popper, ancora ragioniamo dialetticamente in termini hegeliani. Per cui la corrente di destra dell’hegelianesimo diventa automaticamente “destra” in senso lato. Come se Schmitt e Gentile fossero stati dei liberali! La scissione dei radicali dai liberali avvenne perché per i primi apparivano troppo morbidi i secondi nelle battaglie contro i monopoli pubblici. Come si fa a parlare di una scissione “da sinistra”? L’alleanza con Berlusconi avvenne non perché la sinistra fosse “più a destra della destra”, grossa sciocchezza semantica, ma perché il traditore della rivoluzione liberale aveva promesso quella. Liberalizzare significa anche che quello che svolge lo stato può e deve svolgerlo il privato al posto dello stato. La sinistra proporrebbe questo? Se mai sono stati i suoi apparenti oppositori a continuare a mantenere carrozzoni pubblici. Per cui è la destra ufficiale a mantenere un sistema di sinistra e sul caso della Centrale del Latte di Roma a essere più a sinistra della sinistra. Se la sinistra difende posizioni corporative è perché il corporativismo è una costola del socialismo. Quell’alleanza con Forza Italia avvenne proprio per ragioni di principio liberale, liberista e libertaria. Il capo di Forza Italia preferì poi le sirene ammaliatrici e politicamente insipienti di Casini e Giovanardi che imponendogli di rompere l’alleanza stessa, portarono la coalizione a sconfitte programmatiche ed anche elettorali. Fu dopo che le ragioni di visibilità portarono i radicali a preferire alleanze innaturali, simili a quella tra liberali e socialdemocratici tedeschi contro la Democrazia Cristiana della Germania in nome dell’anticlericalismo. I socialisti dovrebberio stare da una parte, i liberali dall’altra. Se ci sono clericalismi presenti in tutti e due gli schieramenti, su alcune questioni ci si divide trasversalmente ma sulle tematiche di politica economica non si può generare ulteriore confusione. Gli inizi relativi al cosiddetto “socialismo di mercato” sono una concessione alle brutture verbali condite da parossismi e inutili ossimori. Se è di mercato non è socialismo. Ma si riferiva alle esperienze di comunitarismo volontario, non coercitivo, simile a quello dei kibutzim israelliani (spero di aver scritto bene la translitterazione dall’ebraico). Una proprietà comune ma una proprietà privata. Per me individualista sarebbe non soddisfacente, forse “più a sinistra” del mio individualismo, ma sempre inserita in un contesto economico autenticamente liberale. In questo senso non è incomprensibile il richiamo pannelliano alla destra storica. Se mai è limitativo perché anch’essa si autotradì, rivelandosi centralista nella formazione dello stato unitario con l’accettazione passiva dello statuto albertino. Non si capisce bene l’espressione “il liberismo come sede del comunismo” riferita alla rivista Metropoli. Quel “come sede” aumenta l’oscurità del concetto. Né è molto chiaro il passaggio relativo alla posizione di Toni Negri (il quale, peraltro, affermò di essere estimatore di Gaetano Mosca). Sull’articolo diciotto della legge Giugni, l’alternativa alla sua abolizione non è il lastrico. Ci si può accordare su risarcimento o reintegro in luogo del reintegro obbligatorio. Sul lastrico ci va il dipendente del negoziante che non ha né l’uno né l’altro. Sul lastrico rischiano di andarci in tanti per colpa dell’obbligatorietà della contrattazione collettiva che rende schiavi dei vertici sindacali sia le maestranze che gli imprenditori. Ampia letteratura dimostra come la fusione tra libertà economiche e le improrpiamente definite libertà civili, non sia affatto una teoria erronea. Mises e Rothbard hanno portato all’attenzione il problema con un linguaggio più chiaro dei loro predecessori. Ma è dall’epoca di Gorgia da Lentini (o Leontini se si preferisce) che la teoria mostra tutta la sua robustezza filosofica. La loro fusione non è solo auspicabile ma necessaria. Senza l’una rischia l’altra ma senza la prima non c’è alcuno spazio per le alltre. Il tiranno “illuminato” può concedere qualcosa ogni tanto e non per sempre. Se ne facciano una ragione gli utopici cercatori della libertà all’interno di pensieri totalitari all’origine: la libertà è a destra. A sinistra si tengano pure la socialità coatta. Ma se la tengano solo per loro.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    L’avvocato radicale Fabio Massimo Nicosia è stato vittima di un’ iniezione a rilascio prolungato che le è stata oculato contro la sua volontà e per questo motivo ha dichiarato “che non sta bene” nella Riunione dell’Associazione “Enzo Tortora” – Radicali Milano dedicata al prossimo Congresso del Partito Radicale. Ecco spiegata la vergogna di una pratica brutale, inumana e degradante che si chiama TSO . La Germania ha abolito questa pratica. Certo, Fabio Massimo Nicosia si era scagliato contro una sedia interrompendo gli astanti congressisti radicali, per l’appunto durante un congresso radicale. Non condividendo questo scatto d’ira violenta per difendere le proprie idee, ma in quanto modalità poco consona con la prassi radicale rigorosamente nonviolenta e gandhiana, dai congressisti è stato costretto con la forza ad affidarsi nelle braccia degli pseudoscienziati psichiatri ed alle cosiddette “cure psichiatriche” degne delle peggiori tirannie e dei regimi totalitari altrettanto poco consone con l’ideologia radicale, non quella radical-chic ma quella liberale, liberista, libertaria e libertina.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Non credere a Nicosia, un consiglio da amico.

      • Carmelo
        Rispondi

        Chiamalo fesso ! Dov’è finita quel cesso ?

        • Carmelo
          Rispondi

          (Giuseppina Torrielli)

        • Vito
          Rispondi

          Ah, bè, allora… credevo ti riferissi a Rossella

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Siamo due Alessandro Colla? Il commento sull’avvocato Nicosia non è dello stesso autore del commento presente. Né di quello precedente all’invito di Leonardo Facco a non credere all’avvocato. Quello sì, è mio e approfitto per delle errate corrige. “Trovare” e non “torvare”; i socialisti “dovrebbero” e non “dovrebberio”; “israeliani” con una “elle” sola; “impropriamente” e non “improrpiamente”; anche “altre” con una sola “elle”. Dell’incidente segnalato dal mio omonimo non ero a conoscenza. Se “gli”, e non “le”, è stato oculato del liquido contro la sua volontà, occorrerebbe forse verificare. Sono però curioso di conoscere il mio omonimo, specie se anche lui appartiene all’area libertaria. Io sono di Roma e sto a Roma, lui di dov’è?

    • Vilma
      Rispondi

      Il commento è di Fabio Massimo Nicosia, l’ha scritto lui, è lui che ha ricevuto la telefonata di Michele Capano, il tesoriere di Radicali Italiani ! ! !

    • Michaela Kajšová
      Rispondi

      Sopra c’e’ scritto “oculato“, mentre correttamente si dovrebbe dire “inoculato“.
      Sotto c’e’ scritto “incoculazione“, mentre correttamente si dovrebbe dire “inoculazione“.

    • Vito
      Rispondi

      Evidentemente Alessandro ha ancora la colla attaccata sotto la suola delle scarpe

  • Michaela Kajšová
    Rispondi

    “Matti da slegare. Una lotta radicale” http://www.radioradicale.it/scheda/503254/matti-da-slegare-una-lotta-radicale MATTI DA SLEGARE Penso di non svelare segreti destinati a essere tali, se dico che mi ha telefonato il tesoriere di Radicali Italiani Michele Capano per parlarmi di riforma del TSO. Gli ho espresso alcune mie considerazioni di fatto e di diritto, nel senso che il fatto non corrisponde praticamente mai al diritto. Mi sono però dimenticato di sottolineare che io vivo, di fatto e di diritto, in una sorta di TSO permanente, la cui legittimità sarebbe tutta da verificare. Ora, è vero che io oggi accetto determinate cure, ma sta di fatto che se per caso io non accettassi il mese prossimo di sottopormi al depot mensile, sarei IMMEDIATAMENTE sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, indipendentemente da ogni mia effettiva pericolosità. Funziona infatti che, contrariamente a quello che voi pensate, il TSO non viene imposto a soggetti effettivamente pericolosi, ma a soggetti che gli psichiatri ritengono meritevoli di cure, che sono due concetti molto diversi. Ora, e può darsi che non abbiano tutti i torti, i miei psichiatri ritengono che io debba essere soggetto a questa fiala mensile: se pure io non fossi PER NULLA pericoloso, se io il mese prossimo non mi recassi all’incoculazione, nel giro di un paio di giorni mi troverei la polizia locale sul pianerottolo a picchiarmi sulla porta per portarmi via, a un ricovero di almeno una settimana, nel corso del quale sarei costretto a subire l’incoculazione stessa. Come definire tutto ciò se non un TSO permanente, a mio avviso illegittimo? Il T.S.O. è il trattamento sanitario obbligatorio strumento di
    coercizione psichiatrica applicato a persone che NON hanno commesso
    reati.
    Si basa su denunce di chiunque ha interesse a far sparire persone
    fastidiose.
    Le denuncie vengono fatte a personale psichiatrico e deliberate dal
    sindaco in quanto responsabile sanitario del territorio, in un secondo
    momento viene convalidato dal giudice tutelare.
    I sindaci hanno responsabilità giuridica sull’atto del trattamento
    sanitario obbligatorio.
    La coercizione è bandita dalla costituzione italiana ed è una forma di
    tortura che trova applicazione con escamotage medico. In nessun altro
    ambito nè medico nè giuridico è legittima la coercizione fisica.
    La truffa psichiatrica autorizza la violazione del principio
    fondamentale di libertà di espressione personale.
    https://firmiamo.it/notso#comments

    • Vilma
      Rispondi

      Questo commento è di Fabio Massimo Nicosia, l’ha scritto lui, è lui che ha ricevuto la telefonata di Michele Capano, il tesoriere di Radicali Italiani ! ! !

      • Michaela Kajšová
        Rispondi

        Sopra c’e’ scritto “oculato“, mentre correttamente si dovrebbe dire “inoculato“.
        Sotto c’e’ scritto “incoculazione“, mentre correttamente si dovrebbe dire “inoculazione“.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Sopra e sotto c’e’ scritto anche inculata, incuLettare, incuLettamento ???
    Secondo me l’ha scritto Gianni Letta ! hehehehehe :=)

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Sopra e sotto c’e’ scritto anche inculata, incuLettare, incuLettamento ???
    Secondo me l’ha scritto Gianni Letta ! hehehehehe :=)

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Sopra e sotto c’e’ scritto anche inculata, incuLettare, incuLettamento ???

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Secondo me l’ha scritto Gianni Letta ! hehehehehe :=)

  • Vito
    Rispondi

    Sopra & sotto c’e’ scritto “inculato”, incuLettamento”, mentre correttamente si dovrebbe “incuLettare”. Forse l’ha scritto Gianni Letta.

  • Vito
    Rispondi

    Ovviamente si dovrebbe incuLettare sopra & sotto Michaela e Vilma !

  • Michaela
    Rispondi

    Esatto, proprio tu Vito sarai condannato per diffamazione nei miei confronti !

    Michaela

    https://it.cam4.com/michelina87

  • Michaela
    Rispondi

    Eccolo qui il personaggio in questione interessato alla denuncia per diffamazione pubblica e che sarà presto davanti al giudice https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu

    SI, proprio cosi’: VITO, SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE ITALIANA

    Ecco cosa scrivono pure altre ragazze:

    Ciao Vito ( https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu)….ti sembra bello agire così…rubare al tuo amico il mio indirizzo mail… Come sai io sono Jolanda Mosca, 28 anni, suono il pianoforte, anch’io …amo…nuotare, tutto ciò che ha a che fare con l’acqua. Il mio primo rapporto… è stato un sogno. Avevo tredici anni…l’età in cui … si vuol anche perdere la verginità…frastornata…sul bordo della piscina. Non lo dimenticherò… mai. La tua lezione… molto intima…. caro Vito… aveva funzionato . E non si può fingere… mai. Leggo…ascolto musica…penso molto…forse anche troppo….spesso la mia mente vaga in spazi sconosciuti…. eterei…sospesa dalle cose reali… epoké…a proposito mi parlavi di un maneggio di cavalli….mia sorella che ha fatto per anni concorsi di equitazione ora per forza maggiore deve vendere il suo cavallo … ed ora non può montare in sella con una tua spinta…potresti ancora aiutarmi…in qualche modo tu che sei nel settore. Se vuoi scrivermi in seguito volentieri… ma non su Wikipedia…che non è lo spazio adatto…. per certi discorsi… troppo osé. Il mio indirizzo vero dovresti averlo verooooooo ? La mia mail ce l’hai di sicuro, visto che me l’hai rubata ! Comunque… Jolanda Mosca V. Caboto 4 13048 Santhià (Vc) Alla prossima…Vito fai il bravo …a proposito io ho una paura folle dei cavalli. Mi trovi anche nella chat (che tu conosci bene…ma che non so bene per quale motivo…tu non usi da un bel pò….mi trovi con il mio nick: delfin) Ciao Jolanda Mosca

  • Michaela
    Rispondi

    Eccolo qui il personaggio in questione interessato alla denuncia per diffamazione pubblica e che sarà presto davanti al giudice https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu

    SI, proprio cosi’: VITO, SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE ITALIANA

  • Michaela
    Rispondi

    Ecco cosa scrivono pure altre ragazze:

    Ciao Vito ( https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu)….ti sembra bello agire così…rubare al tuo amico il mio indirizzo mail… Come sai io sono Jolanda Mosca, 28 anni, suono il pianoforte, anch’io …amo…nuotare, tutto ciò che ha a che fare con l’acqua. Il mio primo rapporto… è stato un sogno. Avevo tredici anni…l’età in cui … si vuol anche perdere la verginità…frastornata…sul bordo della piscina. Non lo dimenticherò… mai. La tua lezione… molto intima…. caro Vito… aveva funzionato . E non si può fingere… mai. Leggo…ascolto musica…penso molto…forse anche troppo….spesso la mia mente vaga in spazi sconosciuti…. eterei…sospesa dalle cose reali… epoké…a proposito mi parlavi di un maneggio di cavalli….mia sorella che ha fatto per anni concorsi di equitazione ora per forza maggiore deve vendere il suo cavallo … ed ora non può montare in sella con una tua spinta…potresti ancora aiutarmi…in qualche modo tu che sei nel settore. Se vuoi scrivermi in seguito volentieri… ma non su Wikipedia…che non è lo spazio adatto…. per certi discorsi… troppo osé. Il mio indirizzo vero dovresti averlo verooooooo ? La mia mail ce l’hai di sicuro, visto che me l’hai rubata ! Comunque… Jolanda Mosca V. Caboto 4 13048 Santhià (Vc) Alla prossima…Vito fai il bravo …a proposito io ho una paura folle dei cavalli. Mi trovi anche nella chat (che tu conosci bene…ma che non so bene per quale motivo…tu non usi da un bel pò….mi trovi con il mio nick: delfin) Ciao Jolanda Mosca

  • Michaela
    Rispondi

    RIPETO ANCORA UNA VOLTA , a VITO ( ALIAS VITUZZU) https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE E CIVILE ITALIANA PER DIFFAMAZIONE NEI MIEI CONFRONTI :
    https://it.cam4.com/michelina87

  • Michaela
    Rispondi

    RIPETO ANCORA UNA VOLTA , a VITO ( ALIAS VITUZZU) https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE E CIVILE ITALIANA PER DIFFAMAZIONE NEI MIEI CONFRONTI :
    https://it.cam4.com/michelina87

  • Michaela
    Rispondi

    https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Vituzzu

    RIPETO ANCORA UNA VOLTA , a VITO ( ALIAS VITUZZU)
    SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE E CIVILE ITALIANA PER DIFFAMAZIONE NEI MIEI CONFRONTI :
    https://it.cam4.com/michelina87

  • Michaela
    Rispondi

    RIPETO ANCORA UNA VOLTA , a VITO ( ALIAS VITUZZU)

    SARAI FINALMENTE CONDANNATO DAI TRIBUNALI DALLA GIUSTIZIA PENALE E CIVILE ITALIANA PER DIFFAMAZIONE NEI MIEI CONFRONTI :

  • christian
    Rispondi

    Occhio. Penso ci sia un Troll che sta scrivendo commenti con nick di altri.

  • Carmelo
    Rispondi

    MARCO PANNELLA IL 5 DICEMBRE 1989 ERA STATO SEQUESTRATO A TORINO VICINO ALLA SEDE DEL PARTITO RADICALE IN VIA SAN TOMMASO DOVE SI STAVA RECANDO A PIEDI DA UN VICINO RISTORANTE

    Una via d’uscita – giugno 1992- l’Italia è ancora un paese democratico? – un romanzo di fantapolitica dove il futuro segue il presente con inquietante logicità / Lucio Malan
    Agorà, 1987
    Italia 1992: un giornalista, diventato famoso per aver scoperto i mandanti di un clamoroso delitto politico, caduto in disgrazia, per salvarsi e guadagnare 800.000 $, deve estorcere un segreto ad un ideologo dell’opposizione, finito in carcere per reati fiscali ( Leonardo Facco?) Ma la missione gli riserverà molte sorprese.. Bisogna a questo punto che spieghi l’intera vicenda del caso Pannella. Il 5 dicembre 1989 Marco Pannella era stato sequestrato a Torino, vicino alla sede del Partito Radicale, in via San Tommaso, dove si stava recando a piedi da un vicino ristorante. Quattro sconosciuti l’avevano preso e costretto a salire su un’auto. Ci furono rivendicazioni da parte di diversi gruppuscoli (tra cui le Nuove Brigate Rosse), ma nessuna sembrava credibile. Di lui non ci furono più notizie. Lo stile del delitto faceva pensare alla mafia, e le sinistre diedero subito credito ad un complotto del crimine organizzato con ambienti della destra reazionaria. Chi nella realtà potesse impersonare questi famosi ambienti non si è mai saputo con precisione. Tutti comunque ci immaginavamo congiure di piccoli industriali (piccoli perché i grandi erano erano generalmente legati al governo, “rinnovatore e progressista“ per definizione, che ricambiava con tante sovvenzioni e leggine compiacenti) con biechi ufficiali fascistoidi e agenti dei sevizi segreti in impermeabile. Naturalmente noi giornalisti allineati al governo, cioé quasi tutti, dammo ampio credito alla voce, parte perché ci credevamo e parte perché sapevamo di sostenere un ‘ipotesi comoda. Io, che tra i colleghi avevo la fama di usufruire di chissà quali informatori, mi potevo permettere di formulare ardite ipotesi, cosi’ ricche di particolari da non sembrare più ipotesi. ” Mettendo insieme le tessere del mosaico- scrivevo- che ci arrivano da voci incontrollate trapelate da ambienti vicini al Viminale, il rapimento del sottosegretario per gli aiuti al Terzo Mondo sarebbe stato deciso da una casa patrizia alla periferia di Roma, verso metà novembre, in un incontro in cui avrebbero partecipato industriali rampanti e ufficiali con ambizioni di junta alla sudamericana. Si dice anche che all’esclusiva serata fossero presenti alcuni agenti (forse ex agenti) dei servizi segreti…” Naturalmente era tutto inventato, ma, come ho detto era una storia che pieceva a chi contava e pur non essendoci un solo indizio concreto che lo avvalorasse la si dava ormai per vera.. Questo mi procuro’ una certa celebrità: il mio quotidiano passo’ i miei pezzi, relegati generalmente nella pagine interne di cronaca, in prima; un settimanale di alta tiratura mi offri’ cento milioni per “ulteriori particolari” sulla vicenda. Io accettai e mi inventai che si era “ormai prossimi al ritrovamento del corpo di Marco Pannella”. Mi misi cosi’ alla ricerca di un qualsiasi rinvenimento di cadavere che potesse darmi ulteriore slancio per sfruttare quella cuccagna, Trovai la notizia che faceva al caso mio: in una discarica abusiva presso Tortona, il 28 dicembre era venuto alla luce durante l’opera di un bulldozer un cadavere in avanzato stato di decomposizione. “Forse ritrovato il corpo di Pannella ” scrisse il mio giornale a tutta pagina.. Tuttavia, nonostante lo scempio fatto dal cingolato, in breve tempo si arrivo’ ad accertare che quello non era il corpo del leader radicale, ma, si presumeva, quello di un balordo sui trent’anni scomparso da alcune settimane. Stavo già mettendo a punto l’ipotesi di un depistamento, cercando di attribuire a chi conduceva le indagini la falsa identificazione (che invece era solo una mia idea), quando- era il 3 gennaio 1990- ricevetti una telefonata con la quale mi si invitava a recarmi in un ufficio della Sicurezza di Torino. Ci andai subito, ma temevo che volessere spiegazioni sulla fonte delle mie notizie. Trovai ad aspettarmi il commissario Iomma, col quale avevo avuto diverse volte a che fare, quando lui faceva trapelare per mio tramite le notizie che gli interessava andassero in giro. Di qui la mia fama di ben informato.

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