In Anti & Politica, Libertarismo

DI LEONARDO FACCO*

Il mito della democrazia come sistema, se non perfetto, almeno il più avanzato tra tutti quelli, passati, presenti e futuri, è un mito strampalato e assurdo che può reggere solamente per i seguenti due motivi:

1 – E’ alimentato da una macchina propagandistica gigantesca che da decenni martella il cervello delle persone con il messaggio: democrazia è bello.

2 – E’ messo subdolamente in alternativa con il concetto di dittatura nel senso che, se una persona afferma di essere contro la democrazia, allora, per non si sa quale logica mirabile, è implicitamente catalogato tra coloro che sono a favore della dittatura. Una specie di ricatto ideologico.

In presenza di questi due presupposti si possono fare le seguenti due considerazioni.

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1 – Il martellamento a favore della democrazia, attraverso cui si arriva al dato di fatto che è politicamente corretto e indispensabile parlarne sempre e comunque bene, è molto simile al martellamento subito per 70 anni dai cittadini dell’ex-Unione Sovietica dal messaggio-mito “il comunismo è bello”. Questo nonostante i massacri, le purghe, il dissesto morale, sociale ed economico, l’asservimento di un intero popolo.

2 – Per quanto riguarda l’alternativa nuda e cruda (e per questo fasulla), democrazia o dittatura, già nell’Ottocento, Alexis de Tocqueville affermava che “le pouvoir de tout faire, que je refuse à un seul de mes semblables, je ne l’accorderai jamais à plusieurs”. Traduzione: “Il potere di fare e disfare che io rifiuto di accordare ad un singolo individuo [la dittatura] non lo concederei mai a parecchi individui [la democrazia]”. (La Démocratie en Amérique, 1835, vol. I, Deuxième partie, chapitre VII).

Per essere ancor più chiaro nel non vedere alcuna differenza, se non di numero, tra dittatura e democrazia, essendo la democrazia la tirannia o la dittatura della maggioranza, Tocqueville affermava: “Quando vedo accordare il diritto e la facoltà di fare e disfare a una qualsiasi potenza, che si chiami il popolo o il re, la democrazia o l’aristocrazia, che la si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là esiste il germe della tirannia, e io cerco di andare a vivere sotto altre leggi”. (La Démocratie en Amérique, 1835, vol. I, Deuxième partie, chapitre VII)

In sostanza, detto in parole povere, non c’è distinzione teorica tra democrazia e dittatura, essendo entrambe forme di tirannia, esercitate in modo diverso, certo. Non a casola Germania dell’Est, quella agli ordini di Mosca, quella che aveva costruito il muro di Berlino per intrappolare i suoi cittadini nel “paradiso” comunista, si chiamava Deutsche Democratik Republik (Repubblica Democratica Tedesca).

Per quanto riguarda l’affermazione su quanto stupenda sia la democrazia, basta solo guardarsi intorno e rendersi conto che la democrazia è davvero la lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi la cassa generale, per ottenere favori da parte di un gruppo a discapito di tutti gli altri. Questo concetto, lo spiegò assai bene Frédéric Bastiat alla metà del Diciannovesimo secolo. Attraverso la democrazia i peggiori, cioè quelli più affamati di potere, si fanno eleggere promettendo mari e monti ad un popolo di illusi e di imbranati che non vogliono prendersi cura di risolvere i propri problemi e sperano che una schiera di eletti faccia meglio di loro. In cambio si aspettano di ricevere quote delle ruberie dalla fazione che risulta vincente.

Insomma, per chi ha studiato Hans Hermann Hoppe, la democrazia è molto peggio di una monarchia ereditaria. In una monarchia ereditaria poteva capitare che, tra tante generazioni che si succedevano sul trono, vi fossero persone intelligenti e tutto sommato pregevoli. E anche quelli spregevoli dovevano fare attenzione a non inimicarsi né il popolo (da cui potevano essere cacciati o addirittura ghigliottinati), né Dio (da cui potevano essere sconfessati e scomunicati tramitela Chiesa). Invece con la democrazia i peggiori prevalgono sempre senza che corrano molti rischi; al più saranno sostituiti alle prossime elezioni (capita sempre più di rado) da una altra fazione dopo avere, nel frattempo, svaligiato la cassa (moltiplicando il debito statale) e introdotto misure che garantiscano loro posti e prebende.

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E così la democrazia è la lotta all’ultimo coltello tra fazioni contrapposte per il bottino, seguendo la cosiddetta legge della giungla, se non fosse che nella giungla non avvengono le nefandezze e le porcherie che ci sono, in maniera costante e abominevole, sotto il regime della democrazia. Dove quello che dice di fare il tuo bene e di curare gli interessi generali è lì solo per spennarti ben bene e curare i suoi propri (sporchi) interessi a danno di tutti. Ricapitolando, la democrazia è la dittatura dei più forti e corrotti contro i più deboli e ingenui; è una lotta fra caste che si caratterizza per un contrasto permanente tra gruppi di parte (che per questo si chiamano partiti) che vogliono prevalere l’uno sull’altro perché solo prevalendo possono dominare tutti (questo è il dogma della democrazia) ed estorcere risorse da tutti.

Allora, quando vi presentano l’alternativa burlesca tra dittatura e democrazia mettetevi a ridere e iniziate a fare sberleffi, a meno che la persona non sia un povero ignorante a cui forse qualche spiegazione potrebbe tornare utile. Se poi vi dicono che la democrazia opera per il bene comune, allora lì scompisciatevi dalle risate e invitate la persona a presentare altre barzellette comiche che servono per scaricare le tensioni in questi periodi assai cupi.

Di tutto cuore, però, vi suggeriamo che cominciate a documentarvi. Ci sono su Internet scritti a non finire su questi temi e ci sono proposte e percorsi diversi che suggeriscono di sostituire al potere della massa (democrazia) quello dell’individuo, della persona responsabile e libera di interagire con altri in società consensuali e non dittatoriali.

In ogni caso, il criterio distintivo di tutto ciò che si oppone alla democrazia-dittatura è: pensare con la propria testa e agire tutti in piena libertà (senza essere danneggiati o ostacolati da chicchesia; e questo vale per tutti non solo per i potenti di Stato). E questo e l’unico modo per fuoriuscire dalla demoscemenza e dalla demotirannia.

Charles Bukowski, scrittore sui generis, usava dire quanto segue: “La differenza tra una democrazia ed una dittatura è che in una democrazia prima voti e poi prendi ordini. In una dittatura non devi perdere tempo a votare”! Apperò…

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* Link all’originale: http://www.lindipendenza.com/mito-democrazia-potere/

 

 

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Showing 4 comments
  • Carlo Maggi
    Rispondi

    Carissimo Leo ,

    leggerti è sempre un grande piacere.

    Un saluto libertario

    Carlo Maggi

  • Checo
    Rispondi

    Un necessario pugno nello stomaco per molti, me compreso. Complimenti per la chiarezza!

  • fabrizio romano
    Rispondi

    Caro Leonardo,
    sono d’accordo alla sostituzione del potere della massa con quella del singolo,e quindi ad una nuova struttura della società. Bisogna rovesciare la piramide istituzionale che ora vede in cima lo stato e in basso il singolo (o se vogliamo, la famiglia), anche se ci propinano che il popolo (concetto astratto) è sovrano(!).
    Rovesciare la piramide, mettendo al primo posto il singolo, l’individuo vuol dire abbracciare il principio di sussiadiarietà, ad esempio la tassazione che non dovrebbe supererare il 10% per tutti dovrebbe andare direttamente e per una percentuale alla comunità locale per i bisogni primari della stessa (trasporto pubblico locale, depurazione acque, gestione rifiuti, manutenzione e costruzione strade ecc.). Un altra percentuale allo stato o a chi per esso, per altre necessità che riguardano un livello territoriale più ampio, come grandi reti di trasporto (pur necessarie!), sicurezza dei cittadini (altrimenti non si garantisce la propietà privata e le regole del libero scambio), protezione civile per la grandi catastrofi (alluvioni, terremoti ,ecc.), gestione del territorio, altrimenti potrebbe accadere in nome di una malintesa libertà, che tutti possono costruire dove vogliono: guardate il nostro sud, ci sono ville, case e cemento anche sulle spiagge!
    E’ questo che non riesco a capire nel passaggio dalla teoria alla pratica, chi deve prendere dunque queste decisioni? la maggioranza all’unanimità? la maggioranza relativa o qualificata? una sorta di amministratore di condominio che propone le necessità della comunità?
    E’ il cosidetto paradosso del liberista, che per garantire il libero mercato, deve essere interventista: per garantirne il corretto funzionamento sono necessarie le guardie annonarie che camminano tra in banchi!
    Purtoppo non sono riuscito a trovare nè su internet, nè sui libri una risposta convincente, sappiamo bene che non tutto è acquistablie nel libero mercato in regime di concorrenza, chi dovrebbe pagare le guardie annonarie che ci garantiscono (o dovrebbero) garantirci dalle frodi? i consumatori o i venditori? ambedue?
    Ti prego fammi capire, grazie.

  • Alessandro Ferri
    Rispondi

    “Le tasse sono bellissime”: risuona ancora, tra le pieghe di questo delicato percorso di esistenza, il tono cinico e teatrale con cui si espresse, anni fa, il mai troppo esecrato Padoa Schioppa (RIP).
    La sinistra, tutto sommato, ha sempre accolto positivamente il principio della tassazione, intesa come vessazione del singolo a favore della cosa pubblica. E lo ha fatto – cosa che rende la cosa ancor più grave – con una sorta di devastante, incosciente, lucidità. La lucidità di chi è ben consapevole come in fondo, alimentando le sempre più voraci casse di Fisco, Istituzioni ed Enti Locali (le maiuscole sono d’obbligo, ma se continua così ancora per poco), si dia continuità al perverso meccanismo di sostegno del sistema collettivo su cui la sinistra ha, da sempre, fondato la sua esistenza, il suo successo elettorale, il proprio consenso. PIù tasse, più fondi in cassa. E quindi, maggiori opportunità di organizzare eventi, manifestazioni, indire appalti già preordinati, assegnare consulenze, allargare piante organiche, assumere, gestire, coordinare e, ogni tanto, governare.
    Da qui alla sottolineatura su come in effetti, la sinistra, abbia saputo addestrare – con efficienza degna del miglior squadrismo filosovietico – i quadri e i dirigenti degli Enti Locali (si pensi, ad esempio, alla celebre “Scuola delle Frattocchie”) nell’ottica dell'”avere per dare”, logico contrappunto del “dare per avere”, il passo è breve. E lo è talmente, al punto da spingerci a riflettere sul gran novero di notabili della politica – assessori, deputati, consiglieri e via elencando – che da qui a un anno saranno, inevitabilmente, costretti a procedere alla più impegnativa e delicata riqualificazione delle loro professionalità.
    Il tempo della politica consueta è finito, e quello che è successo vent’anni fa con Tangentopoli è uno scherzo al confronto: e se il tempo è finito, le risorse sono esaurite da un pezzo. E se la crisi fosse uno stimolo per costruire nuove opportunità verso la creazione di figure professionali? E a porre le basi per quella cultura della PA realmente liberista – e inevitabilmente di centrodestra – che è finora mancata perché mai esistita?
    Complimenti per lo spunto, e congratulazioni a Fabrizio per l’ottima allocuzione.

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