In Anti & Politica, Libertarismo

di FABIO MASSIMO NICOSIA

Discutendo con alcuni anarchici, anche quelli di vedute più aperte e sostenitori della libera sperimentazione, emerge spesso la tesi che sarebbe impossibile prefigurare la futura società libertaria, perché tutto sarebbe affidato alle scelte della “comunità”. Anzitutto occorre chiedersi se abbia senso discutere di qualcosa che “verrà”, anzi, che non c’ alcuna certezza sul fatto che, in un domani più o meno lontano, “verrà”.

Io penso che una simile discussione sia tutt’altro che inutile, perché discutere del domani significa discutere dell’oggi, elaborando teorie, che possano fungere da indicatori per scelte attuali di “second best”, che vadano nella direzione del “first best”, ossia del meglio, che pur può apparire oggi utopico, che ci aspettiamo dall’ipotetica futura società libertaria. Insomma, non é insensato chiederci se una legge che venga approvata oggi dal parlamento sia o no conforme a principi non ancora vigenti nella pratica, ma rigorosamente fatti propri dai libertari come lume regolatore del domani, come diceva Malatesta.

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Ebbene, alcuni anarchici si rifiutano di effettuare questa operazione, per non apparire riformisti o gradualisti, e conservare una verginità rivoluzionaria, non si sa quanto proficua, una volta escluso –va dato atto a costoro- che essere “rivoluzionari” significhi ricorrere al cosiddetto “violentismo”: tirare sassi, infrangere vetrine o inviare pacchi bomba a Equitalia. Non è infatti dei Black Block che sto parlando, ma di pacifici studiosi o cultori approfonditi del pensiero anarchico. Ora, come dicevo, alcuni di costoro rifiutano il gradualismo in nome della fiducia nei confronti delle scelte che effettuerà “domani” la comunità, una volta liberata da gerarchie e centralizzazioni.

Ma che cos’è poi questa comunità, potrebbe chiedersi un filosofo analitico?

A tale proposito emergono alcuni temi.

a) La dimensione della comunità. Molti di questi anarchici ragionano avendo in mente l’idea che la comunità debba essere considerata come circoscritta a un territorio piuttosto delimitato, con un limitato numero di persone. E’ questo un retaggio Rousseauiano, o, nella pratica, una mimesi dei Cantoni svizzeri. Si noti, di passata, che anche molti anarco-capitalisti ragionano in questi termini, rimpiangendo, ad esempio l’Italia preunitaria e vagheggiando secessioni, che portino il mondo a essere una pluralità di San Marino o di Principati di Monaco, non si sa se confederati tra loro.

Il problema di questa visione é che, a un simile livello micro, possano essere prese decisioni limitate nello spazio, mentre la società moderna ci pone di fronte a sfide addirittura trasnazionali, come quelle ambientali, che una piccola comunità non può affrontare. C’é poi da dire che non v’è alcuna certezza che la piccola dimensione garantisca ai cittadini più diritti e libertà della grande dimensione, come dimostrano molti provvedimenti dei sindaci delle città, che sono più spesso restrittivi di libertà, piuttosto che ampliativi.

b) V’è poi incertezza sui meccanismi di funzionamento di queste comunità. Ad esempio, vien detto, se la comunità debba funzionare a maggioranza o all’unanimità dipenderà dalla libera sperimentazione della comunità stessa. Ma il punto é particolarmente delicato, perché una comunità che funzionasse in base al principio maggioritario non sarebbe particolarmente distinguibile da uno Stato, pur democratico, una volta poi che non siano chiariti i diritti delle minoranze. Il sistema a voto unanime, poi, sarebbe da escludere, perché noi dobbiamo immaginare che, in una società libertaria, ci saranno sempre dei dissensi, che anzi andrebbero incoraggiati dalle istituzioni: se non ci fossero oppositori, bisognerebbe inventarli!

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c) In generale, si pone il problema di difendere non tanto i diritti della comunità, quanto i diritti degli individui all’interno della comunità, e a volte capita che la grande dimensione tuteli questi diritti meglio della piccola. Ad esempio, negli Stati Uniti capita sovente che la legislazione locale, quella degli Stati membri, sia più arretrata, ad esempio in materia di diritti civili, rispetto ai diritti che vorrebbe garantire lo Stato federale, soprattutto invocando gli emendamenti alla Costituzione, sicché noi vediamo che a volte la Corte Suprema cassa leggi locali, in quanto non adeguatamente liberali.

d) Resta l’ultima ipotesi, quella del libero mercato. Il mercato é l’unico sistema di voto unanimistico, perché nessuno ne è escluso, che premia sia le maggioranze che le minoranze, col semplice fatto di consentire a ciascun individuo di esprimere le proprie preferenze, accordandosi con altri, indipendentemente dal fatto che si tratti di preferenza ampiamente condivisa od eccentrica. Il mercato, poi, non ha limiti spaziali, dato che, se è libero e non inquinato da barriere, dazi, o simili, esclude che un individuo non possa relazionarsi con chiunque egli desideri, ovunque si trovi, per scambiare non solo beni materiali, ma anche cultura, diritto, e, col voto monetario, beni collettivi e pubblici.

In definitiva, una comunità sarà libertaria se, al proprio interno, ciascun individuo sarà esaltato nelle sue potenzialità e se non ponga sbarramenti al rapporto tra i propri membri e membri di altre comunità, consentendo il diritto di exit, o, meglio ancora, il diritto di vivere in una comunità senza essere costretto a rispettare consuetudini che non condivide; si estende così alla comunità quello che diceva Herbert Spencer a proposito dello Stato: il diritto di ignorare lo Stato diviene anche diritto di ignorare la comunità.

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Showing 4 comments
  • TPM
    Rispondi

    Io dico che non dobbiamo batterci per una assenza di stato, sarebbe come lottare contro i mulini a vento, ma per uno stato con il 15% di tasse e non il 70%.

    Non potremmo più dirci anarchici ma potremmo dirci più liberi.

  • Nereo
    Rispondi

    “Io penso che una simile discussione sia tutt’altro che inutile, perché discutere del domani significa discutere dell’oggi […] ossia del meglio, che pur può apparire oggi utopico […]”.
    Assolutamente d’accordo! Tu evochi l’esigenza di una logica immaginativa che purtroppo è carente quasi dappertutto. Dappertutto oramai si vive nella mera logica intellettualistica, che io chiamo della logica quantitativa della catena di montaggio o del regno della quantità. In realtà vi sono quattro tipi di logica di cui l’uomo non fa ancora uso, dato che usa solo quella (la logica immaginativa, la logica ispirativa e infine quella più alta la logica intuitiva; potrei fare i relativi quattro esempi concreti ma mi fermo qui, dato che non siamo neanche a livello della logica immaginativa da te indirettamente auspicata, e che è il primo livello interiore da raggiungere nel nostro organismo umano per metamorfosare l’organismo sociale). Complimenti per lo scritto.

    • Nereo
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      Correzione: “che io chiamo logica quantitativa della catena di montaggio o logica del regno della quantità

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Perfettamente d’accordo con il contenuto dell’articolo.Non è per niente scontato che”piccolo è bello”. Talvolta può anche essere, ma molto spesso non è. Nel vecchio negozietto di dischi a stento riuscivo ad avere allettanti prodotti stranieri, oggi con un “clic” su Amazon com. mi arrivano dall’America compact disk che in Europa non si trovano. Avete presente certe demenziali ordinanze di sindaci, che magari vietano ai bimbi di costruire castelli di sabbia sulla spiaggia o ai turisti di mangiare panini in piazza?E il livello mentale subumano delle cosiddette Polizie Locali? Anche il mito della Svizzera andrebbe un po’ ridimensionato: un Paese dove più volte hanno rischiato di tirarsi la zappa sui piedi allontanando per referendum( l’ha voruu ol pòpol!)i lavoratori stranieriche “rubano lavoro” agli indigeni. Vorrei sapere chi andrebbe a fare il muratore in Svizzera, o l’infermiere, o a pulire i cessi pubblici senza gli “stranieri”. Ma anche a insegnare decentemente Greco e Latino nelle scuole del Canton Ticino.

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