In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“La deriva economicista del secondo Dopoguerra che ci impedisce quasi di pensare al di fuori delle categorie economiche, di immaginare progetti per il bene comune e per l’ambiente che osino contrastare la visione di un mercato supremo giudice delle cose del mondo, ha dato alla gilda degli economisti un ruolo enorme nel dibattito pubblico… Ma senza responsabilità e senza vera cognizione di causa, a quale titolo parlano gli esperti economici, condizionando la vita di tutti? Forse le idee più interessanti circolano al di fuori dei ristretti ambiti disciplinari. Per restare in campo economico, come valutereste una proposta fiscale che venisse non da un economista ma, per fare un esempio, da un docente di neuroscienze computazionali? La proposta in questione è semplice: dato che il gettito fiscale mondiale è un millesimo del volume globale delle transazioni finanziarie, perché non sostituire tutte le tasse oggi esistenti, dall’Iva alla tassa sul reddito alle patrimoniali, con una semplicissima tassa sulle transazioni finanziarie? Una tassa flat dell’uno per mille su tutte le transazioni finanziarie abolirebbe tutte le altre tasse, e una flat tax all’uno per cento creerebbe un surplus fiscale immenso da cui attingere per progetti infrastrutturali o ambientali o sociali di grandissima portata.” (R. Casati)

Ho tratto queste parole da una recensione scritta sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore dal filosofo Roberto Casati. Prima c’è una critica della “deriva economicista” e degli economisti in generale, i quali sono messi dall’autore più o meno tutti sullo stesso piano. Dubito che Casati sarebbe d’accordo se un profano facesse di ogni erba un fascio riferendosi ai filosofi. E avrebbe ragione a non esserlo.

Se avesse letto l’Azione Umana di Mises, ad esempio, avrebbe potuto verificare che lo studio dell’attività economica, o catallassi, è inserita all’interno del più ampio studio dell’azione umana, o prasseologia. Un approccio direi ben distante da quello mainstream a cui probabilmente Casati pensa quando parla di “deriva economicista”.

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Ciò nondimeno, di certo in Mises non avrebbe trovato una sponda per le sue posizioni in merito a “progetti per il bene comune e per l’ambiente che osino contrastare la visione di un mercato supremo giudice delle cose del mondo”. Non tanto perché avrebbe letto argomentazioni tese a dimostrare la superiorità del mercato (inteso come scambi volontari tra soggetti diversi) nell’allocare le risorse scarse; quanto perché avrebbe trovato una presa di posizione chiara e logica contro ogni pretesa di pianificazione centralizzata.

La mia sensazione, rafforzata leggendo le parole finali che ho riportato, è che a Casati non disturbi il fatto che qualcuno pianifichi, bensì il fatto che i politici si lascino influenzare più dagli economisti che da altri studiosi, ad esempio dai filosofi.

Ciò detto, ben vengano le opinioni di tutti, purché non si abbia la pretesa di usare la legge per imporre ad altri le proprie preferenze. Pertanto, va benissimo se un filosofo o un docente di neuroscienze computazionali avanzano proposte su questioni economiche o fiscali, anche se temo che quella che commenta Casati sia un’idea che non ha nulla di originale. Né di condivisibile, a mio parere.

Introdurre una sorta di Tobin tax su scala globale è un’idea vecchia di quarant’anni; aldilà di ciò che ognuno pensa della tassazione in sé (io credo che sia aggressione alla proprietà dei soggetti tassati), mi pare difficilmente difendibile dal punto di vista tecnico, colpendo solo una manifestazione della cosiddetta capacità contributiva. Insomma: neanche un tassatore senza remore credo appoggerebbe un sistema fiscale che colpisse solo le transazioni finanziarie.

Per di più, è facile accorgersi di quello che succederebbe. La proposta commentata da Casati sarebbe basata su un’aliquota dell’uno per mille su ogni transazione finanziaria a livello globale, e supponiamo che il gettito fosse effettivamente equivalente a quello attualmente raccolto con i sistemi fiscali vigenti. Posto che eliminare la concorrenza fiscale a livello globale è tanto poco probabile quanto indesiderabile, il pensiero di Casati è subito andato oltre: perché non mettere un’aliquota dell’uno per cento per ottenere “un surplus fiscale immenso da cui attingere per progetti infrastrutturali o ambientali o sociali di grandissima portata”?

Probabilmente prima di lanciare la proposta Casati non ha fatto due conti della serva per cercare di valutare che impatto avrebbe sull’esistenza stessa delle transazioni da assoggettare a prelievo, evidentemente non curandosi del fatto che la base imponibile potrebbe in breve divenire molto inferiore a quella corrente, rendendo quindi inattuabile il tutto. Mi si dirà, d’altra parte, che non si può pretendere che un filosofo si metta a ragionare con il supporto di una calcolatrice.

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Passi pure per questo “dettaglio”. Ma non crede che per realizzare i progetti “di grandissima portata” a cui lui pensa si finirebbe per rendere il mondo un inferno fiscale, quello sì di grandissima portata?

Io penso di sì. Ma ammetto di non essere un filosofo (né un economista, peraltro).

 

 

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Comments
  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Dio ci guardi dal governo dei filosofi, tanto caro a Platone e tanto esecrato da Popper. Quanto al “mercato come supremo giudice delle cose del mondo” mi pare che Casati vaneggi. Dove lo vede? Crollato il sistema sovietico,il mondo non è mai stato così dirigista e statalista come ora. Questi pensatori da quattro soldi si inventano “fantocci polemici”, come diceva Einaudi, per combattere le loro battaglie fasulle e costruire i loro castelli in aria.

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