In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Il decreto sulla spending review pone una scure monetaria che, non discriminando tra realtà inefficienti e quelle di eccellenza, indebolirà ulteriormente il settore culturale e creativo a danno, è bene ricordarlo, della qualità della vita dei cittadini, della diffusione della conoscenza, ma anche dell’economia reale e della competitività del Paese. Dall’inizio della crisi a oggi la spesa delle famiglie per la cultura è cresciuta del 7%, tenendo alto il gettito fiscale a favore dello Stato, l’occupazione diretta e indotta e l’attrazione turistica delle città italiane. Nello stesso periodo sono invece crollati produzione e consumi nel settore delle auto, del vestiario, degli alimentari. La cultura è quindi una parte viva della società che non può prescindere da un forte intervento pubblico… Occorre una piena collaborazione pubblico-privato e la valorizzazione di soggetti di gestione autonoma orientati ai risultati, ma senza subordinare le scelte a logica puramente di mercato.” (R. Grossi)

Roberto Grossi è presidente di Federculture. Ho tratto queste parole da un suo intervento sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore.

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Stando alle parole di Grossi, negli ultimi anni “la spesa delle famiglie per la cultura è cresciuta del 7%”, mentre “nello stesso periodo sono invece crollati produzione e consumi nel settore delle auto, del vestiario, degli alimentari”.

A me viene da dedurre che il settore di cui si occupa goda, quanto meno in termini relativi, di migliore salute rispetto agli altri citati. Ciò nondimeno, Grossi si lamenta dei tagli di spesa pubblica previsti dalla spending review, mettendo in primo luogo i danni che ne deriverebbero alla qualità della vita dei cittadini. Non so di quali dati disponga Grossi, ma messa così l’affermazione appare un po’ arbitraria.

Nonostante l’aumento della spesa delle famiglie per la cultura, par di capire che il settore non sia in grado di fare a meno di “un forte intervento pubblico”, che dovrebbe lasciare operare “soggetti di gestione autonoma orientati ai risultati, ma senza subordinare le scelte a logica puramente di mercato”.

Peccherò forse di insensibilità culturale, ma le argomentazioni di Grossi (peraltro tipiche di chi chiede sussidi o lamenta che gli stessi siano ridotti, soprattutto in campo culturale) mi sembrano inaccettabili. In sostanza, sostiene che il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato andrebbe a detrimento della qualità della vita dei cittadini, ma sostiene anche che la gestione degli enti culturali, ancorché affidata a privati, non dovrebbe essere subordinata “a logica puramente di mercato”.

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Il fatto è che la logica di mercato presuppone che chi offre un bene o un servizio cerchi di soddisfare al meglio la domanda di chi quei beni e servizi richiede. Subordinare le scelte alla logica di mercato significherebbe, pertanto, cercare di soddisfare la domanda dei cittadini.

Viceversa, voler prescindere dalla logica di mercato significa voler prescindere da ciò che i cittadini effettivamente chiedono, avendo la doppia pretesa di stabilire cosa essi dovrebbero chiedere e di imporre a tutti i contribuenti (fruitori i meno dei servizi offerti) di pagare il conto. Questa coercizione sarebbe per definizione inconciliabile con un miglioramento della qualità della vita dei cittadini, quanto meno perché una parte (verosimilmente maggioritaria) di essi non avrebbero libertà di scelta, pur essendo costretti a pagare.

E’ del tutto condivisibile l’idea che l’Italia farebbe bene a valorizzare il proprio grande patrimonio artistico, ma il voler prescindere dalla logica di mercato ha portato finora a una compressione della libertà individuale, per di più con risultati insoddisfacenti. Un po’ più di mercato non farebbe male.

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Showing 3 comments
  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    “I nostri avversari ritengono che un’attività che non sia né aiutata da sussidi, né regolata dal governo, sia un’attività distrutta. Noi pensiamo il contrario. […]. Il Signor Lamartine disse: “in base a questo principio dovremmo abolire le mostre pubbliche, che sono l’onore e la ricchezza di questo paese”. Ma io risponderei al Signor Lamartine: “in base al suo modo di pensare, non sussidiare significa abolire; infatti, partendo dal presupposto che nulla esista indipendentemente dalla volontà dello stato, Lei conclude che niente vive tranne ciò che lo Stato fa vivere. Ma io oppongo a questa asserzione lo stesso esempio che ha scelto Lei, e la prego di notare che la più grandiosa e nobile delle esposizioni, quella che è stata concepita nello spirito più liberale e universale (e potrei anche utilizzare il termine umanista, in quanto non sarebbe un’esagerazione) è l’esibizione che viene adesso preparata a Londra; l’unica in cui nessun governo ha parte alcuna, e che non è finanziata dalle tasse” (Frédéric Bastiat)

  • Borderline Keroro
    Rispondi

    Grossi tira acqua al suo mulino.
    Come gli attori quando si parla di tagliare il FUS.
    Tra le altre cose la cultura non si mangia, e fra poco i quadri e le opere d’arte italiche dovranno essere vendute per pagare lo stipendio ai dipendenti pubblici.
    Politici di MERDA

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    “La cultura non si mangia”,così disse qualche tempo fa un grande babbeo colbertista e criptosocialista pieno di sé: ed è vero, come è vero che non si mangia la terra o non si beve il petrolio, però se la terra o il petrolio vengono ben utilizzati, attraverso opportuni investimenti, diventano fonte di ricchezza e quindi danno da mangiare. Un quadro di Raffaello se rimane chiuso in uno scantinato ammuffisce miseramente; se viene esposto in piena luce nella bella sala di una pinacoteca e offerto alla vista di un pubblico pagante, diventa un gran bell’affare. Probabilmente se la cultura fosse lasciata per intero ai privati vedremmo in giro meno monumenti orridi partoriti da furbastri artisti “d’avanguardia”, la Biennale di Venezia o cambierebbe o chiuderebbe, non ci sarebbe più una RAI che produce film soporiferi, ascolteremmo nelle sale da concerto meno musica irritante d’un qualche Luigi Nono o Ennio Morricone (quando scrive musica “dotta” per i suoi colleghi di conservatorio, non colonne sonore per il popolino), direttori d’orchestra e cantanti d’opera sarebbero costretti ad abbassare i loro onorari, se non vogliono cambiare mestiere. A me andrebbe benissimo.

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