In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI ALDO CANOVARI*

Lo statalismo dilaga – Il cittadino è suddito della burocrazia – La legislazione è pletorica e favorisce gli abusi – La tassazione è impari e persecutoria – La magistratura agisce come unico potere insindacabile – Di tutto questo bisogna liberarsi se si vuole uscire dalla nostra pseudodemocrazia.

Il grande male che si è radicato nel nostro Paese e ne compromette il benessere materiale, morale e psicologico sta nel fatto che lo Stato si comporta nei confronti dei cittadini – ed è da essi percepito – come un soggetto inaffidabile, ostile e nemico.

Su questo aspetto dello Stato si levano ogni giorno strazianti geremiadi. La consapevolezza è così unanime che ogni commento risulta banale. Il cittadino, nella sua veste di titolare di diritti, di interessi legittimi, di utente, avverte in ogni campo, in ogni occasione della propria vita quotidiana che le espressioni concrete, le manifestazioni reali, i comportamenti specifici dello Stato, degli apparati pubblici sono in realtà forme di inadempienza e spesso veri e propri atti di ostilità, soperchierie.

Perché lo Stato, al di là dell’astrazione concettuale, della formula linguistica e giuridica, impalpabile e inafferrabile, è in realtà una somma di atti, persone, comportamenti concreti: è il funzionario del Catasto che dietro lo sportello continua a conversare col collega, incurante dei cittadini in attesa; è il poliziotto che apostrofa con arroganza, forte della sua divisa; è l’impiegato dell’U.S.L. che arriva a snervarti, richiedendoti ogni volta documenti e certificati mancanti, sempre diversi; è il funzionario dell’INPS al quale telefoni per avere notizie su una pratica vecchia di anni, e non c’è mai perché – ti rispondono – è appena uscito … ; è l’ospedale che ti respinge quando hai bisogno, tramite un infermiere che ti risponde con mala grazia.

Ogni giorno insomma ci troviamo di fronte ad una inadempienza e ad una soperchieria da parte di chi – nostro concittadino, rappresentante dello Stato – è retribuito proprio per fornirci un pubblico servizio e il cui compito dovrebbe essere quello di renderci la vita migliore. Funzione pubblica che viene svolta non già come servizio, ma come esercizio arrogante di potere per conto di un tiranno invisibile: lo Stato, controparte inadempiente e proterva, che rapina il nostro reddito, senza darne corrispettivi.

Oltre a questo senso di delusione, rabbia, risentimento verso lo Stato, che non dà quel che deve e si beffa dei suoi creditori, il cittadino percepisce lo Stato come vero e proprio nemico da cui si sente oppresso e minacciato. Lo Stato dunque – si comporta nei confronti dei cittadini, ed è da essi percepito, come nemico.

Ciò deriva essenzialmente da tre cause: la metastasi normativa, la follia tributaria, la nuova inquisizione, o governo dei magistrati (“Ne habeas corpus” = Stato di Polizia).

La metastasi normativa

Parallelamente al dilagare delle funzioni dell’apparato pubblico in ogni campo e all’attribuzione allo Stato di una vera e propria “patria potestà” sul cittadino, si è avuta negli ultimi decenni una proliferazione delirante di leggi, prescrizioni, regole che ha superato ogni limite di ragionevolezza.

Sull’onda di una folle concezione hegeliano-etico-paternalistica dello Stato, si è ritenuto che fosse dovere e diritto dello Stato disciplinare minuziosamente ogni luogo, ogni momento, ogni azione della vita individuale e associata.

Una furia devastatrice degli spazi di libertà individuali è stata resa possibile dall’attribuzione allo Stato del compito di dettare regole di condotta fin nelle sfere più intime e personalissime. Abbiamo costruito così, gradualmente, un ambiente di vita associata che è più simile a un campo minato o a un penitenziario, in cui le nostre mosse autonome sono state ridotte al minimo, in numero e in ampiezza. Ad ogni nostro movimento, rischiamo di infrangere una regola, di violare un divieto che neppure siamo in grado di conoscere.

Alcuni banali esempi daranno consistenza a queste affermazioni.

Il barbiere che usa uno shampoo, nel gettare il flacone vuoto rischia di compiere un reato; altrettanto l’artigiano che ripone nel retro del magazzino il barattolo vuoto di lubrificante. Il cassiere di banca non avrà mai la certezza, alla fine della giornata, di non aver violato qualche nuova oscura norma antiriciclaggio; il professionista che ha nel computer l’anagrafe dei clienti sarà forse perseguibile per non aver adempiuto a qualche assurda formalità imposta a tutela della privacy; il pubblico funzionario, nell’apporre una firma avrà sempre il dubbio di poter essere accusato di qualche presunta omissione o abuso; il cittadino privato, l’uomo della strada, nel semplice atto di azionare l’interruttore nella propria casa avrà il timore di essere perseguibile per non aver adeguato l’impianto elettrico alle norme UE. E così via, letteralmente all’infinito.

Ad ogni nostro movimento insomma, rischiamo di violare una norma di cui spesso non abbiamo la più pallida idea, o di cui al massimo (e al peggio) abbiamo avuto un vago sentore in forma dubitativa, approssimata, attraverso articoli di stampa, o mozziconi di notizia televisiva.

Ad ogni nostro movimento, per tornare alla metafora del campo minato, rischiamo di pestare una mina piazzata alla cieca sul territorio, proprio da chi pretende di tutelarci, da chi dichiara di volere la nostra salute, la nostra incolumità: lo Stato, appunto.

I divieti, gli obblighi, le sanzioni ad essi collegate sono ormai tanti e tali che la nostra vita, se operosa ed attiva, è costantemente scandita da termini perentori, scadenze, prescrizioni, e minacciata da un qualche potere dello Stato che potrà in qualsiasi momento porci in stato d’accusa.

Il cittadino vive in un perenne stato di ansietà, la sua condizione è, per definizione, quella di reo. Tutti siamo suscettibili di punizione, per il semplice fatto di non conoscere la norma (“Come puoi dirti innocente, se nemmeno conosci la norma che hai violato?” Kafka).

Su tutto e su tutti aleggia sinistro e minaccioso il potere punitivo dello Stato e dei suoi uomini nostri “tutori”.

Lo Stato è vissuto ormai nella coscienza collettiva come un novello Jehovah che, pur avendo perso la patria potestas per indegnità, continua ad esercitare la sua vendetta.

Una macchina oppressiva e ossessiva, i cui ingranaggi lacerano la serenità dei cittadini, ledono il loro equilibrio e la loro sanità mentale, frenano il loro operare, inibiscono l’attività produttiva degli scrupolosi e degli onesti, distruggendo posti di lavoro e lasciano spazio ai furfanti e ai criminali che tranquillamente ignorano ogni norma legale, favoriti proprio dalla legge e dai suoi tutori.

In campo tributario, come in quello dell’ecologia, nell’edilizia, nella banca come nell’agricoltura e nell’industria, nelle professioni, nel commercio, chiunque opera e produce beni o servizi è oggi assillato da una quantità tale di grovigli normativi, che viene dissuaso dall’applicarsi, dall’incrementare o anche dal proseguire il proprio lavoro.

È dunque urgente e indispensabile ridurre il numero di regole, leggi, prescrizioni, la maggior parte delle quali sono innecessarie, insensate, vessatorie.

Occorre sfoltire drasticamente la selva normativa. Bonificare il nostro habitat inquinato dalle emissioni di miriadi di leggi e leggine che ne compromettono la vivibilità. Fare opera di ecologia normativa. Cancellare, eliminare regole, e non solo quelle superflue, ma anche tutte quelle che non siano assolutamente indispensabili.

Il problema dunque non è solo di semplificare, cosa sulla quale tutti concordano. Il problema vero è molto più radicale: si tratta di eliminare ogni norma, ogni divieto, ogni obbligo di cui non si comprovi l’indispensabilità.

Si obietterà, e sensatamente, a questo punto: con quali criteri e chi potrà stabilire quando una prescrizione è indispensabile? A questa domanda sensata si può rispondere solo in un modo: dovrà guidarci solo il vecchio e trito buon senso, l’ormai dimenticato “senso comune”.

Nel decidere se una prescrizione deve essere imposta alla collettività e quindi agli individui, dovremo smetterla di delegare tutto ai tecnici, agii specialisti, agli esperti, agli esegeti, agli azzeccagarbugli.

È accaduto, in questi ultimi anni, che nella elaborazione a livello legislativo delle varie regole di condotta si è delegato tutto, di volta in volta, agli “esperti” i quali, per inevitabile deformazione professionale, hanno dato nei vari settori di normazione un’impronta esasperantemente specialistica, senza tener conto della conciliabilità con l’insieme. Conciliabilità cioè con la primaria esigenza di non rendere complicata ed angosciosa la vita degli individui e di non accrescere ed estendere poteri di repressione, di sanzione (e quindi di ricatto) a favore di alcuni individui e a danno di altri.

Gli esperti purtroppo, quasi sempre, hanno un campo visivo limitato e non si curano troppo degli effetti collaterali.

Il metodo che si impiega ormai per le grandi opere pubbliche dovrà adattarsi a maggior ragione per le opere legislative che sono ancor più importanti e possono risultare altrettanto perniciose per la comunità. Si dovrà insomma, prima di imporre al cittadino una nuova prescrizione, valutare bene l’impatto ambientale della norma. Dovrà essere fatta una seria stima di tutti i possibili riflessi negativi indotti sulla serenità, sulla libertà, sulla semplicità, sulla vita dei cittadini. Si dovrà rinunziare alla soluzione astrattamente ottimale del problema specifico, a favore di un possibile ottimo globale. Si dovrà rinunziare al perseguimento del “rischio zero” in un singolo campo, perché questa meta si risolve il più delle volte in un aggravamento di disagi, rischi, danni, costi in altri campi.

Ad esempio, è preferibile accettare, nella sicurezza delle auto, una soglia di rischio più elevata, piuttosto che costringere milioni di automobilisti ad un’eccessiva frequenza nella revisione del veicolo. È preferibile accettare una soglia più elevata di evasione tributaria, piuttosto che costringere milioni di contribuenti a costosi, vessatori, idioti adempimenti formali. È preferibile lasciare a chi – maggiorenne non inabilitato – lo desidera, affrontare il rischio di fare una bella corsa in moto senza casco o in auto senza cinture, piuttosto che trattarlo da incapace o da interdetto imponendogli una misura precauzionale alla quale liberamente e consapevolmente vuoI rinunciare.

Ma il presupposto inderogabile per legittimare la permanenza di una prescrizione o la sua introduzione nell’ordinamento dovrà essere la sua indispensabilità. Dobbiamo uscire dal delirio demiurgico che ha preteso di organizzare, disciplinare, guidare, correggere il mondo, gli individui, noi cittadini come fossimo minori o minorati, per proteggerci dagli altri e da noi stessi e per proteggere gli altri da noi.

Dobbiamo smetterla di imbrigliare, ostacolare, scoraggiare il libero esplicarsi della creatività intellettuale ed economica con mille lacci legislativi e amministrativi. Dobbiamo uscire dalla maniacale ossessione di tracciare percorsi obbligati, di sterilizzare, bonificare il territorio, perché così facendo lo stiamo devitalizzando. Dobbiamo restituire ai cittadini l’autonomia negoziale di cui li abbiamo privati come fossero interdetti giudiziali.

Si tratta di abbandonare la folle pretesa di ergerci al ruolo di “guardiani” della repubblica platonica, imponendo minuziose prescrizioni, militare disciplina, di volta in volta in nome della salute, della sicurezza, della morale privata e pubblica, della protezione dei presunti più deboli, dell’ambiente, e di un “ordinato vivere civile”, della “giustizia sociale”.

Da osservare, infine, che su una ragnatela legislativa nazionale già patologicamente intricata e stretta, si è andata a calare quella comunitaria, la quale ha reso l’ambiente invivibile. Anche riguardo a questo (Direttive, Regolamenti UE) va riesaminata tutta la filosofia “europeistica”, vanno ridiscussi i criteri che hanno determinato la nascita mostruosa dell’Eurocrazia burocratica e normativa. La situazione è infatti aberrante e non tollerabile.

Concludendo, ciò che occorre è la cancellazione drastica di norme non indispensabili ed, ovviamente, la semplificazione di quelle residue. Ogni norma prima di essere emanata dovrà essere sottoposta alla verifica di indispensabilità, di impatto ambientale, di leggibilità e di intelligibilità (dovrà essere comprensibile da parte della generalità dei cittadini). Oggi siamo infatti arrivati al punto in cui neanche chi per professione opera nel campo del diritto riesce a intendere il senso di molte leggi.

Quali conseguenze pratiche ha provocato tale follia normativa?

a) La medioevalizzazione del Paese. Il cittadino è sempre più alla mercé del poliziotto, del pubblico funzionario, del magistrato, di chiunque sia incardinato nell’organismo pubblico ed eserciti una pubblica funzione.

b) L’impoverimento del Paese. Freno alle attività produttive. (Se mi muovo in un campo minato rischio di saltare in aria. Diviene quindi preferibile star fermi o muoversi il meno possibile). I nefasti riflessi della metastasi normativa e sanzionatoria sull’economia, sugli investimenti, sull’occupazione, non sono stati ancora sufficientemente esaminati nel nostro Paese e meriterebbero un’analisi accurata.

La follia tributaria

In questo contesto già malato strutturalmente (eccesso di regole di condotta, eccesso di norme punitive) si è innestata una politica fiscale letteralmente pazzesca che ha imbarbarito a tal punto l’ordinamento tributario da renderlo molto simile ai sistemi di prelievo adottati in passato dai Paesi coloniali nei loro domini.

In particolare, il sistema sanzionatorio che si è venuto imbastendo dal 1982 ad oggi è stato ispirato ai seguenti principi:

a) Le attività di lavoro autonomo e di impresa sono di per sé sospette e criminose, salva prova contraria. b) Tutti i contribuenti, ma in particolare gli imprenditori, gli artigiani, i professionisti, vanno posti in stato di soggezione totale all’arbitrio del Fisco e del magistrato penale. c) Le distrazioni, le banali violazioni di prescrizioni formali vanno criminalizzate, a prescindere dalla loro reale attitudine a favorire l’evasione.

Questo stato di cose non è più tollerabile ed ha contribuito assai ad esasperare il cittadino e a confermare in lui l’immagine dello Stato come nemico. Il nocciolo della questione tributaria non sta solo nell’eccesso di prelievo ma soprattutto nell’imbarbarimento del rapporto giuridico di imposta, i cui dati salienti sono: la condizione di borbonica sudditanza, la privazione di garanzie giuridiche del cittadino; l’inflessibile esosità del Fisco quando è creditore e la sua sorda morosità quando è debitore; l’aberrante sistema sanzionatorio, amministrativo e penale; l’ambiguità di leggi, decreti, circolari, l’illeggibilità dei moduli, l’esasperante complicatezza di idioti adempimenti; la permanenza di tributi di dubbia legittimità e di nulla utilità; la demonizzazione del lavoro non-dipendente. Quest’ultimo punto in particolare merita un chiarimento.

Ogni regime politico, quando si avvede che il consenso su cui legittima il proprio potere rischia di dissolversi, ricorre allo stratagemma della ricerca di un nemico. Questa manovra diversiva è divenuta una regola da manuale per il Principe. La scoperta di un Nemico Pubblico infatti finisce per dirottare l’attenzione, le tensioni dell’opinione pubblica dalla causa reale dei problemi, per dirigerle verso altri bersagli contro i quali possano scaricarsi. Ebbene questo si è verificato anche da noi, negli ultimi anni.

Il più appariscente sintomo dei mali italiani, come è noto, è il deficit pubblico. Ma questo, non essendo che un saldo fra due grandezze di segno opposto, esprime solo la misura del dislivello fra le due grandezze primarie, cioè fra la spesa e le entrate. Tutti sappiamo che, delle due, la variabile impazzita è la spesa pubblica, ma a questa consapevolezza se ne è sempre opposta un’altra: frenare la spesa significa affrontare l’impopolarità, perdere i consensi comperati col denaro pubblico. Meglio far credere che la causa del dissesto sia altrove, che il nemico è un altro.

Il nemico pubblico da combattere è stato dunque identificato con il lavoratore non-dipendente. Il comportamento scorretto di alcuni ha consentito l’innescarsi di un processo di criminalizzazione in blocco di intere categorie economico-sociali (lavoratori non-dipendenti). Il lavoratore non-dipendente è stato identificato tout court con l’evasore. Ciò ha finito per determinare una nuova contrapposizione manichea nel corpo sociale, suscettibile di facile strumentalizzazione: lavoratore dipendente contro lavoratore autonomo.

Il fenomeno dell’evasione viene enfatizzato ed ingigantito come alibi per sviare l’attenzione dalle vere cause dei mali del Paese.

Attraverso la denigrazione generalizzata del lavoro non-dipendente si è tentato di metterne in discussione la stessa legittimità. Una nuova utensileria semantica atta ad alimentare la lotta di classe: alla formula obsoleta “padrone-capitalista=sfruttatore”, si è sostituita l’altra “imprenditore-professionista-artigiano=evasore”. Di qui l’uso punitivo dell’arma fiscale, attraverso leggi spoliatrici e terroristiche.

A questo riguardo va anche denunciata una frode linguistica continuata nell’impiego del termine “accertamento”. Con questo termine infatti politici, fisco, finanzieri e stampa hanno sempre spacciato all’opinione pubblica per materia imponibile evasa quella che è solamente una pretesa del Fisco. Una pretesa che il più delle volte le Commissioni Tributarie dichiarano illegittima, accogliendo i ricorsi dei contribuenti. Una pretesa che nella massima parte dei casi è infondata ed arbitraria. L’uso fraudolento di questo termine è una scorrettezza deplorevole da parte di chi – Fisco e Guardia di Finanza – conosce bene il suo vero significato. Va ricordato, per inciso, che insigni giuristi avevano sconsigliato l’adozione del sostantivo “accertamento”, e del verbo “accertare”, proprio per la loro natura fuorviante, proponendo l’utilizzo del termine “imposizione”.

In conclusione: lo Stato, con la sua politica terroristica e spoliatrice, per l’assurda complessità dell’assolvimento dell’obbligo, per l’indecifrabilità delle norme, confisca, oltre al denaro, anche una spropositata quantità di tempo, di energie mentali, di serenità, rendendoci doppiamente schiavi e comportandosi doppiamente come nemico.

Una nuova inquisizione?

Prima considerazione. L’esplodere degli scandali ha reso evidente che nel sistema Italia la corruzione è strutturale e congenita all’organismo. Non si tratta di singoli episodi individuali.

La vera causa sta nella metastasi delle funzioni statali; nell’abnorme dilatazione degli interventi dello Stato (banche, industrie, servizi, trasporti, telecomunicazioni, sanità, ecc.), sia come soggetto appaltatore di commesse, cioè come Stato imprenditore, sia come soggetto appaltante di grandi lavori, sia come soggetto erogatore di benefici, provvidenze, agevolazioni, finanziamenti.

L’unica terapia è un restringimento drastico del ruolo dello Stato.

Senza pavidità, pudori ed eufemismi, bisogna tornare allo Stato minimo. Esso dovrà occuparsi direttamente solo di sicurezza, ordine pubblico, giustizia, sanità e previdenza per gli indigenti veri, ambiente e di quanto sia data prova inoppugnabile della “indispensabilità” del suo intervento. Per tutto il resto dovrà solo dettare chiare, eque regole del gioco e vigilare che siano rispettate.

Seconda considerazione. Oggi, le coste stanno così. Il clan dei magistrati penali è assurto a supremo reggitore della vita economica e politica della nazione. La soluzione di ogni problema assume una declinazione penalistica. Le Procure della Repubblica costituiscono i centri di governo della vita associata. I Pubblici Ministeri sono i padroni dei destini privati e pubblici del Paese.

La denuncia penale, la delazione, la diffamazione sono ormai lo strumento di lotta ordinariamente praticato sia a livello individuale che di gruppi politici. Si ha la netta sensazione che, grazie all’astuta e vile demagogia di molta stampa, gli italiani abbiano consegnato se stessi, il loro più prezioso patrimonio di libertà, alla casta dei magistrati, ai quali, (non è azzardato prevedere), fra poco si finirà per affidare anche compiti di direzione e gestione nelle grandi imprese pubbliche e private.

Magistrati, alcuni dei quali, sempre più spesso, legittimano il loro operato, invece che sulla sola legge, sul “consenso popolare”, sull’approvazione della cosiddetta opinione pubblica, cioè sulla piazza. Magistrati che travalicando dalle loro funzioni, esercitano di fatto attività politica, protetti da un’impunità che offende ogni decenza intellettuale, ancor prima che giuridica.

Come è sempre accaduto nella nostra storia, le fasi di più acuto disorientamento ricacciano l’italiano in uno stato minorile. Egli delega la sua responsabilità, i suoi diritti, il suo potere ad una figura paterna. Si spoglia della propria capacità d’agire, si riduce allo status di inabilitato-interdetto. Da cittadino a suddito, affidandosi alla rassicurante, onnipotente patria potestà che protegge, decide, domina, giudica, premia e castiga: l’altro ieri il Papa, ieri il Duce, oggi il giudice-giustiziere.

L’incisiva azione di alcuni magistrati è stata salutata da un vasto plauso e ha suscitato stucchevoli lodi da parte dei grandi comunicatori. Tutto questo è naturale. Ma fino ad un certo punto. L’assurdo – o il paradossale – è altrove.

Per uno strano meccanismo mentale, il tripudio popolare per i magistrati protagonisti dei processi di Tangentopoli ha finito per trasferirsi a tutto l’ordine giudiziario, identificando in esso l’unica parte sana del Paese, ma trascurando il dettaglio che proprio l’improvviso esplodere di questa finora sconosciuta efficienza è la prova stessa della quarantennale collusione dell’ordine giudiziario col sistema. In che senso? Nel senso che una parte dell’ordine giudiziario (non mi riferisco certo alla totalità dei magistrati, poiché fra di essi abbiamo avuto ed abbiamo molti uomini di altissima qualità professionale e morale), nel passato, ha omesso di fare il proprio dovere. Ha operato per un quarantennio in complicità con il sistema, preoccupata di non disturbare quei poteri dai quali traeva i propri ampi privilegi.

Attraverso l’enorme potere di pressione che è stato in grado di esercitare sull’organo legislativo e attraverso un uso a volte spregiudicato della domestica giurisdizione, l’ordine giudiziario si è costruito uno status retributivo-normativo talmente privilegiato da non aver riscontro in altri ordinamenti e da costituire un monstrum unicum anche nel nostro.

Orbene, quel che dovrebbe servire a dare evidenza alle colpe passate dell’ordine giudiziario cioè l’improvvisa eruzione vulcanica di tanta corruttela – per un uso distorto della proprietà transitiva, si è risolto a lode dei magistrati!

Quel che viene presentato come gran titolo di merito della magistratura – cioè l’attuale condotta di magistrati coraggiosi e onesti – dovrebbe, se solo si ragionasse un po’, costituire uno schiacciante atto di accusa per le omissioni del passato e suscitare sdegno nei confronti di quei magistrati ancora in servizio e che per decenni sono stati inerti. Inerti o peggio, e quindi conniventi con quella corruzione che oggi con zelo pignolesco perseguono e che con altrettanto scrupolo hanno ignorato.

Il ragionamento è di così palmare evidenza che sorprende assai constatare come esso sfugga alla coscienza popolare.

Altrettanto paradossale risulta la giustificazione che questi stessi magistrati adducono per la loro inerzia passata: “Allora non potevamo, allora ci veniva impedito”.

Qualunque imputato che si difendesse in questo modo, si dichiarerebbe reo confesso e verrebbe condannato immediatamente, se questi magistrati fossero lì a giudicarlo. Eppure essi stessi proprio così si difendono.

Affermare che “allora non potevamo” – dal momento che non si trattava certo di impedimento mediante violenza fisica equivale a dire che per interesse personale o politico, per carriera o per altro si cedeva alle pressioni di … di chi? È chiaro: dei propri superiori (magistrati) o direttamente di quegli stessi corrotti politici, sindacati, imprenditori, cooperative bianche e rosse, mafiosi e camorristi che oggi i magistrati, con tanto sprezzo del pericolo, perseguono.

Se non c’è il minimo dubbio che la vecchia classe politica debba essere spazzata via, è altrettanto giusto che con essa debbano andare a casa tutti quei magistrati che sono stati al comando delle tante capitanerie dei “porti delle nebbie” in cui si sono insabbiate mille inchieste scomode.

Onestà vera vorrebbe che tutti loro facessero pubblico atto di contrizione.

L’autoconsegna degli italiani alle cure del potere giudiziario è dunque paradossale. Essa ha tutti i contorni di un’isteria collettiva ed è leggibile solo nei termini della “sindrome del naufrago”: affondata la nave, ci si aggrappa anche ai rottami.

Essa mina alla radice il principio dell’equilibrio fra i poteri dello Stato.

Terza considerazione. Le vicende giudiziarie conseguenti agli scandali – in aggiunta alla folle politica fiscale di cui ho detto sopra – stanno paralizzando e strozzando l’economia italiana. Lo stato di paralisi investe governo, burocrazia, organi di amministrazione e organi di controllo, imprese, consumatori.

Esso è di origine normativa e psicologica. Sospetto, incertezza, paura. Nessuno più firma, nessuno più investe, nessuno fa acquisti che lascino tracce sul redditometro (immobili e mobili registrati). Quindi anche dannosa distorsione sui consumi, che vengono orientati verso l’effimero e il voluttuario.

I riflessi sull’occupazione saranno disastrosi entro breve tempo. Da questo stallo non si può uscire solo per le vie giudiziarie: è indispensabile ed urgente un atto di pacificazione nazionale.

È una situazione straordinaria che impone soluzioni straordinarie: si impone l’anno sabbatico, istituto peraltro collaudatissimo in millenni di storia del mondo giudaico (ogni 49 anni avveniva una sorta di remissione dei debiti, di restituzione, di azzeramento, proprio per disinnescare cariche esplosive sul piano sociale ed economico).

Tale atto – opportunamente dosato – di amnistia, indulto, dovrà essere però accompagnato da un provvedimento di vasta depenalizzazione dei comportamenti illeciti, a proposito di piccoli e medi abusi edilizi; piccole e medie violazioni di norme di polizia, ordine pubblico, circolazione stradale; piccole e medie infrazioni di norme antiinquinamento (ce ne sono di demenziali per barbieri, baristi, meccanici ecc.); e soprattutto di piccole e medie violazioni finanziarie, fiscali e contributive; tutte quelle di natura formale e tutte quelle che non siano palesemente dolose e preordinate all’evasione.

Saranno necessarie: una revisione delle pene legali; dovremo cioè limitare al minimo quelle detentive, riservando queste sanzioni esclusivamente ai casi di pericolosità sociale; una revisione dell’istituto dell’obbligatorietà dell’azione penale, peculiarità solo italiana che tanti guasti e strumentalizzazioni ha provocato; una separazione formale e sostanziale di ruoli e carriere dei magistrati giudicanti da quelli inquirenti; una nuova disciplina del segreto istruttorio, dell’avviso di garanzia e dell’esercizio della libertà di stampa in materia giudiziaria; una restituzione ai cittadini delle garanzie costituzionali delle quali sono stati confiscati dai recenti stravolgimenti legislativi e giurisprudenziali del nuovo Codice Penale; una revisione dei metodi di reclutamento, selezione e carriera dei magistrati, mediante la reintroduzione dei vagli di valutazione; una limitazione dei poteri di ordinanza su misure restrittive della libertà personale ai magistrati con almeno quindici anni di servizio.

Cosi facendo si otterranno questi risultati certi: 1) L’alleggerimento degli uffici giudiziari. L’apparato giudiziario potrà dedicarsi alle cose serie in campo penale e dirottare energie anche in quello civile, con beneficio dell’ efficienza della giustizia.

2) Si ridurrà un poco il potere della casta dei magistrati, sottraendole una gran mole di casi, e altrettanto alla polizia, ai finanzieri, eccetera.

3) Si renderà decisamente più civile l’ordinamento, più serena la vita dei cittadini che vedranno un po’ meno lo Stato come nemico e lo identificheranno un po’ meno con il pennacchio dei Carabinieri, con la fiamma gialla della Finanza, con il tocco dei giudici.

4) Si restituirà al cittadino la voglia e la gioia di operare, di produrre, di accrescere le opportunità di lavoro per sé e per gli altri.

5) La depenalizzazione di una vasta area di comportamenti illeciti – che verranno sanzionati solo con pene pecuniarie in via amministrativa – realizzerà fra l’altro rilevanti entrate a favore del bilancio dello Stato.

6) Si darà il via all’eliminazione di quella vergogna nazionale che è la condizione carceraria, che grida vendetta al cospetto di Dio e per la quale ciascuno di noi cittadini è chiamato a rispondere moralmente.

In conclusione, il nuovo parlamento dovrà muoversi in diverse direttrici, se vorrà riconciliare il cittadino con lo Stato: dovrà ridurre le funzioni dello Stato (“Stato minimo”, ma efficienza nel suo ruolo di garante delle regole del gioco). Dovrà dimostrare continenza al momento di varare nuove leggi e procedere ad una revisione generale delle stesse, con l’obiettivo di deforestare il corpus legislativo e normativo del nostro ordinamento. Dovrà proporsi un ripensamento radicale a proposito del “mostro legislativo” e burocratico europeo. Procedere ad un’ampia depenalizzazione dei comportamenti illeciti, in vista della pacificazione nazionale, e ad una drastica sostituzione delle pene detentive con altre forme di sanzioni.

Dovrà affrontare il ridimensionamento dei poteri (oggi illimitati) della magistratura, con la revisione “degli istituti del segreto istruttorio e dell’avviso di garanzia, in modo che quest’ultimo rappresenti un’effettiva garanzia dell’indagato. Dovrà procedere alla separazione dei ruoli, fra magistrato inquirente e giudicante, e promuovere una nuova disciplina per l’esercizio della libertà di stampa.

Si tratta, insomma, di restituire al cittadino i suoi diritti inalienabili e in particolare l’habeas corpus.

Si tratta, se vogliamo compendiare tutto in un’unica sintesi, di restituire all’individuo gli spazi morali, negoziali, economici che lo Stato gli ha sottratto; di arrestare la deriva delle libertà, la regressione verso il medioevo, la nuova inquisizione; di non degradare l’Italia, in nome delle esigenze della moralizzazione, al rango di Stato di polizia.

*Pubblicato sul mensile Commentari, n. 4 /1994, vol. 6, pagg. 6-15

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