In Anti & Politica, Libertarismo, Saggi

DI GIOVANNI BIRINDELLI*

Quando, trovandomi a Londra a fare un master in filosofia politica alla London School of Economics, mi resi conto che nel corso di filosofia dell’economia non c’era nessuna lezione, seminario, testo o articolo dedicato al liberalismo classico in generale e alla Scuola Austriaca in particolare, andai dal capo del dipartimento (Richard Bradley) a chiedergli perché. La risposta fu di poche parole: “noi quella roba lì (that stuff) non la trattiamo”. Più che dalla sostanza di questa risposta, cioè dall’assenza di argomenti (dopotutto Hayek, premio Nobel per l’economia e tra i maggiori esponenti della Scuola Austriaca, aveva insegnato in quella stessa scuola), rimasi colpito dal tono, che era quello che uno forse potrebbe aspettarsi da un responsabile poco elegante di una gioielleria Cartier a cui qualcuno propone di vendere bigiotteria da quattro soldi.

Se si vede il corso online di filosofia politica dell’università di Harvard fatto da Michael Sandel (peraltro avente un format eccellente), non si troverà una sola menzione degli esponenti del liberalismo classico e della Scuola Austriaca (il che forse riflette la non menzione di alcun liberale classico o esponente della Scuola Austriaca da parte del, purtroppo, ‘mito’ di Harvard John Rawls nel suo A Theory of Justice).

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Per non parlare del mio corso di laurea in economia alla Sapienza di Roma, dove in alcuni casi se uno menzionava Hayek a un professore questo ti chiedeva cosa c’entrasse un’avvenente attrice americana con l’economia e quando tu gli dicevi che era un esponente della Scuola Austriaca lui pensava che stessi parlando di una scuola di sci.

Ha dunque ragione Kukathas il quale, riferendosi a Hayek (ma lo stesso discorso vale per altri giganti quali Mises, per esempio, e, relativamente a periodi precedenti, Bastiat e Menger) afferma che “Hayek è una figura che non è stata riconosciuta dalla maggior parte dei teorici politici contemporanei come qualcuno che ha contribuito al pensiero liberale, e anzi al pensiero politico, nel ventesimo secolo … [che] è improbabile vedere corsi universitari sul pensiero politico di Hayek … [e che] le idee e le questioni sollevate da Hayek non sono discusse in nessuno dei maggiori testi di critica sul liberalismo che sono apparsi negli ultimi trent’anni”.

Perché? Da dove viene questo rifiuto a priori, da parte del mondo accademico, del liberalismo classico in generale e della Scuola Austriaca in particolare?

Non certo dai contenuti: in campo economico, le teorie liberali (basti pensare alla teoria dei cicli economici della Scuola Austriaca) sono forse le uniche  in grado di spiegare la crisi economica e finanziaria attuale, tanto per fare un esempio, e che la avevano prevista con larghissimo anticipo. In campo filosofico, il liberalismo è l’unico che si è dimostrato capace di trovare una coerenza astratta fra i più elementari e irrinunciabili comportamenti individuali e i più generali principi filosofici, e fra questi e l’uguaglianza davanti alla legge. Quindi no: i contenuti non c’entrano, nel senso che forse non c’è nessuna scuola di pensiero che ha avuto più successo (non nel senso di consenso, ma nel senso di solidità degli argomenti) del liberalismo classico in generale e della Scuola Austriaca in particolare. Perché allora questo così netto e totale rifiuto a priori?

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Le ragioni possono essere molte, non alternative ma anzi interdipendenti. Una per esempio può essere il fatto che il liberalismo implica un cambiamento grosso, quello di sistema di riferimento: cioè il passaggio dall’idea che è la legge a derivare dall’autorità a quella che è l’autorità a derivare dalla legge, cioè dall’idea che è la legge a orbitare attorno all’autorità a quella opposta. Contrariamente a quanto si tende a dare un po’ troppo frettolosamente per scontato, molto spesso l’establishment accademico è tendenzialmente conservatore e di per sé avverso ai cambiamenti. Come dice Koestler, “L’inerzia della mente umana e la sua resistenza all’innovazione sono più chiaramente dimostrate non, come uno potrebbe aspettarsi, dalla massa ignorante (la quale è facilmente governata una volta che si è riusciti a fare presa sulla sua immaginazione) ma dai professionisti con un interesse privato nella tradizione e nel monopolio dell’educazione. L’innovazione è una doppia minaccia per le mediocrità accademiche: mette in pericolo la loro autorità oracolare ed evoca la più profonda paura che l’intero edificio intellettuale che esse hanno laboriosamente costruito possa crollare”. Per questo ben vengano tutte le voci contro l’interferenza dello stato nell’educazione (di qualunque livello e tipo).

Un’altra delle ragioni che stanno alla base di questo rifiuto a priori del liberalismo, forse più complessa ma secondo me non per questo meno plausibile, può essere connessa alla specializzazione. Nelle università, nel mondo del lavoro, nelle aspirazioni delle persone, perfino nei giudizi delle persone sulle altre persone, la specializzazione (il sapere sempre di più di qualcosa che è sempre più piccolo) è diventata sempre di più l’unico parametro di riferimento. La specializzazione non è un male di per se, anzi (nelle parole di Hayek, “la ricerca necessariamente richiede specializzazione, spesso in un settore molto minuto”). Quello che è male, dal mio punto di vista, è quando la specializzazione diventa dogma, parametro universale di giudizio, unica via accettata, percorribile e percorsa; quando, soprattutto nelle scienze sociali, non lascia spazio ad altri approcci. Questo è un fatto negativo perché, in primo luogo, in molti casi comporta tarpare le ali alle persone, e ai giovani in particolare: è tanto bello vedere una persona che ha l’inclinazione per la specializzazione seguire questa sua inclinazione quanto è triste vedere una persona di per sé eclettica che, per conformarsi agli standard dominanti, è incentivata a castrare questa sua vocazione e a specializzarsi. Inoltre, contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa tirannia della specializzazione (o “barbarie” come la chiama Ortega y Gasset) è negativa perché contrasta la valorizzazione dell’individualità che, anche e forse soprattutto quando è eclettismo, è una condizione necessaria del libero mercato e una componente essenziale delle scienze sociali. Senza eclettismo la Apple non sarebbe nemmeno nata, e chi ha letto la biografia di Steve Jobs lo sa. Nel suo meraviglioso discorso di Stanford (di solito collegato alla frase finale “Be hungry, be foolish“: sii affamato, sii folle), per esempio, Jobs racconta quanto il suo interesse spontaneo per i corsi di calligrafia, che all’università (da esterno) seguiva per puro piacere senza avere nessun ‘progetto’ in testa di come mettere in pratica le cose che stava imparando per passione, siano stati fondamentali, molti anni dopo, per lo sviluppo e il successo del Mac, e conclude questa parte del discorso dicendo: “Non puoi connettere i punti guardando avanti; puoi connetterli solo guardando indietro. Quindi devi fidarti del fatto che in qualche modo i punti si connetteranno nel tuo futuro. Devi credere in qualcosa – il tuo istinto, il destino, la vita, il karma, qualunque cosa. Questo approccio non mi ha mai tradito e ha fatto tutta la differenza nella mia vita. […] Non perdere fiducia. Io sono convinto che l’unica cosa che mi ha fatto andare avanti era che amavo quello che facevo. Devi trovare quello che ami. E questo è vero per il tuo lavoro nello stesso modo in cui lo è con le persone che ami. Il tuo lavoro riempirà una parte importante della tua vita, e l’unico modo di essere veramente soddisfatti è fare quello che tu ritieni sia un bellissimo lavoro [nel senso di ‘produrre quello che tu ritieni sia un bellissimo prodotto’, in inglese: the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work]. E l’unico modo di fare un bellissimo lavoro è amare quello che fai. Se non lo hai ancora trovato, continua a cercare. Non ti fermare. Come per tutte le questioni di cuore, lo riconoscerai quando lo trovi. E, come ogni bella relazione sentimentale, diventa sempre meglio via via che gli anni passano. Quindi continua a cercare fino a quando lo trovi. Non ti fermare … Il tuo tempo è limitato, quindi non sprecarlo vivendo la vita di qualcun altro. Non farti intrappolare dal dogma – cioè non vivere con i risultati dei pensieri di altre persone. Non lasciare che il rumore delle opinioni di altri spazzi via la tua voce interiore. E, cosa più importante, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e la tua intuizione. Loro in qualche modo già sanno quello che tu davvero vuoi diventare. Tutto il resto è secondario”.

Dicevo che l’eclettismo, la non-specializzazione, è essenziale non solo per il libero mercato ma anche per la scienza in generale e per le scienze sociali in particolare, le quali sono così influenzate da tutto ciò che riguarda la persona umana e quindi sono così interrelate le une con le altre, da non poter essere capite senza in qualche modo, in qualche misura, essere combinate; la capacità di collegarle le une alle altre può essere una cosa più importante dell’approfondimento specialistico: “la specializzazione pura può essere d’ostacolo alla nostra competenza nel nostro campo di indagine particolare … nessuno può essere un grande economista se è solo un economista” (Hayek). Ecco, forse il liberalismo classico (che unisce economia e filosofia politica, filosofia della legge e storia, biologia e astronomia, e altro ancora) è indigesto al pensiero dominante (che osanna ed esalta la specializzazione e la compartimentalizzazione) a causa del suo eclettismo: il pensiero dominante (abituato alle sue formule, alle sue tabelle, a suoi dilemmi del prigioniero e alle sue aggregazioni macro che hanno così poco a che vedere con l’azione umana) non riesce a seguire il liberalismo, a organizzarlo; si perde, si arena. E allora, come i peggiori fra coloro che non riescono a capire, invece che andare a leggere, fare domande e incuriosirsi, denigrano, bandiscono, rifiutano a priori, si chiudono a riccio.

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Oggi si leggono spesso sui giornali, magari dette da qualche esponente del governo, cose del tipo: “al paese servono più scienziati e più ingegneri”. Frasi di questo tipo sono un’espressione molto chiara di quanto il collettivismo implichi una strage delle individualità. Da un lato, semmai al paese servirebbero persone che fanno quello che vogliono fare; che si entusiasmano per quello che fanno; che lo fanno bene, qualunque cosa essa sia; e che, nel cercare quello che amano fare e poi nel farlo, abbiano il necessario coraggio. Dall’altro, la frase “al paese serve” implica l’idea di società intesa come organizzazione, caratterizzata dal fatto che tutti i suoi membri, nei limiti in cui ne fanno parte e agiscono per essa, lavorano in funzione di uno scopo arbitrario stabilito dall’alto (il che può andare benissimo per le aziende, ma non per la società in quanto dove è la società a essere concepita come organizzazione si ha il totalitarismo). Una società libera è un ordine spontaneo in cui le persone, purché agiscano all’interno della legge, cioè di principi generali e astratti (di regole di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo), sono libere, nel perseguire i propri fini individuali (che è un termine che indica un concetto, non diverso, ma opposto a ‘egoistici’), da qualunque interferenza da parte della ‘società’ e, per conto di essa, dello stato in particolare. In una società libera, la frase “al paese serve” non ha senso alcuno: alle persone serve trovare quello che esse amano fare (sia che questo richieda specializzazione sia che richieda eclettismo) e, ciascuno partendo dalla sua situazione particolare, trovare il modo di farlo. E oggi più che mai, a coloro che, essendo eclettici, sono scoraggiati o addirittura schiacciati dai modelli dominanti, serve come il pane l’esempio di quelle rare persone eclettiche che hanno avuto il coraggio di trovare quello che amano fare e di farlo, con entusiasmo.

Questo breve saggio è dedicato e ispirato a Camilla Bruneri, che io non ho avuto la fortuna di conoscere ma di cui ho avuto la fortuna di leggere gli articoli.

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Mostrati 11 commenti
  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Ora sarà che non ho la cultura e la profondità di pensiero dell’amico Birindelli, ora sarà che quando si uniscono cose apparentemente fuori di noi (economia, politica e filosofia) con quello che è dentro di noi e nel nostro cuore (sentimenti, emozioni, speranze), io vengo preso dalla stessa senzazione che provo quando vado a un concerto, che ne so di Pino Daniele, o Ivano Fossati, o Michael Franks e nel silenzio generale della platea grido a gran voce : Ah Pì !!! (Daniele) tu si nnu gigante.
    Ora sarà che sebbene io abbia una cultura tecnica dove la specializzazione è stata considerata da sempre una specie di dogma, il post di G.B. mi conferma quello che ho sempre pensato, nonostante tutto, e che Steve Jobs ha espressamente magicamente : “be hungry, be foolish”.

  • leonardofaccoeditore
    Rispondi

    Grazie Giovanni per questo breve, ma intenso saggio.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie a te Leo, senza il Movimento Libertario forse sarebbe stato più difficile leggere gli articoli di Camilla

  • Gian Piero de Bellis
    Rispondi

    Belle riflessioni. Proprio qualche giorno fa ho iniziato a scrivere un pezzo che affronta alcuni punti qui trattati. Congratulazione Giovanni.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie Gian Piero, sono molto interessato a leggere il tuo pezzo

  • Luigi
    Rispondi

    Ciao Giovanni, bell’articolo e bella dedica.

    Volevo chiederti una cosa.

    Cosa intendi con:

    “cioè il passaggio dall’idea che è la legge a derivare dall’autorità a quella che è l’autorità a derivare dalla legge, cioè dall’idea che è la legge a orbitare attorno all’autorità a quella opposta”?

    Cioè, è l’autorità (dell’organo emanante) a rendere la legge tale o quest’ultima comporta l’attribuzione di autorità sulla base di un mero parametro di legittimità formale (del processo di emanazione)?

    Che è poi questione che investe i soliti profili dell’origine della norma giuridica, della validità del sistema, etc.

    Grazie

    Ciao

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Ciao Luigi,

    grazie della tua domanda. Oggi siamo abituati a intendere la ‘legge’ come provvedimento particolare, come decisione dall’autorità legalmente costituita, per cui la ‘legge’ esiste solo dopo che questa è stata approvata dal parlamento, il cui compito è appunto ‘fare’ la legge. La ‘legge’ così intesa ‘deriva’ quindi dall’autorità nel senso che essa viene prodotta dall’autorità: essa non esiste prima che questa la abbia ‘fatta’ e il compito del legislatore è appunto farla (pensiamo alla ‘legge’ finanziaria, per esempio).

    Esiste un’altra idea di legge, quella originaria, in base alla quale la legge non è e non può mai essere il provvedimento particolare, ma il principio generale e astratto. In base questa idea di legge il compito del legislatore non è quello di ‘fare’ la legge ma di scoprirla, custodirla e difenderla. La legge intesa come principio non può essere fatta più di quanto possano essere fatte le regole della lingua italiana, per esempio: esattamente come queste sono indipendenti dalla volontà, dagli interessi e perfino dalle opinioni di coloro che le devono scoprire, custodire e difendere (i linguisti), così è la legge intesa come principio. Nessuno ha deciso che rubare è illegittimo.

    In base a questa idea di legge, non è la legge a derivare dall’autorità, ma è l’autorità a derivare dalla legge nel senso che l’autorità merita rispetto solo nei limiti in cui difende una legge che esiste prima di essa e indipendentemente da essa, cioè nei limiti in cui il suo lavoro è simile a quello di un linguista: “Sarebbe … probabilmente più vicino alla verità se noi invertissimo la plausibile e ampiamente diffusa idea che è la legge a derivare dall’autorità e pensassimo che invece è l’autorità a derivare dalla legge – non nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) applica una legge che si presume esista indipendentemente da essa” (Hayek).

    Ma se non è il legislatore a fare la legge intesa come principio, chi la fa? Nessuno: la legge intesa come principio (esattamente come le regole della lingua) sono quello che in gergo si chiama un ordine spontaneo: frutto dell’azione delle persone ma del disegno di nessuno. Esattamente come le regole della lingua italiana, la legge è il risultato di un lentissimo processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo. Oggi è molto difficile trovare persone che riescano a concepire che l’assenza di ‘disegno’ razionale non solo produce ordine e non caos ma, nel caso della legge così come in quello collegato dell’economia per esempio, un ordine internamente molto più coerente di quello razionale.

    Io sono solito usare l’immagine astronomica della ‘legge’ che orbita attorno all’autorità per indicare la situazione attuale in cui è la ‘legge’ intesa come provvedimento particolare a derivare dall’autorità (e l’immagine inversa dell’autorità che orbita attorno alla legge intesa come principio per indicare la situazione corrispondente alla società libera in cui è l’autorità a derivare dalla legge, nel senso inteso sopra) per sottolineare che quello che ci troviamo davanti (il problema dell’idea di legge) è un problema di sistema di riferimento (come dice di nuovo Hayek, “Oggi il potere legislativo non viene più chiamato così perché approva le leggi, ma le leggi vengono chiamate così perché sono approvate dal potere legislativo”). In quanto tale, questo problema di sistema riferimento comporta delle difficoltà molto specifiche (e tra l’altro riscontrabili nell’altro grande cambiamento di sistema di riferimento con cui si è confrontato l’uomo: la rivoluzione copernicana).

    Per ovvi motivi di spazio non posso discutere qui queste implicazioni e difficoltà ma posso accennare al fatto che esse includono per esempio delle difficoltà psicologiche spesso insormontabili ad accettare la ‘nuova’ prospettiva da parte di molti in quanto il cambiamento di sistema di riferimento non è il cambiamento di una cosa specifica ma il cambiamento della prospettiva da cui si è imparato a vedere tutto. Il sistema di riferimento centrato sulla legge intesa come principio, invece che sul potere dell’autorità, implica infatti idee, non diverse, ma opposte non solo di legge ma di uguaglianza davanti alla legge, di certezza della legge, di libertà, di democrazia. Per questo è normale che questo sistema di riferimento sia rigettato a priori da molti. Quello che tuttavia essi non possono rigettare sono le incoerenze del loro sistema di riferimento e la catastrofe (economica e morale) che il loro sistema di riferimento necessariamente produce. Catastrofe della quale vedono gli effetti ma non le cause e quindi, come nel caso del problema dell’apparente retrogressione dei pianeti fino alla rivoluzione copernicana (problema che dipendeva dal sistema di riferimento geocentrico) continuano a cercare la soluzione all’interno del sistema di riferimento che ha prodotto questi problemi e dunque necessariamente in vano.

    Nel sistema di riferimento centrato sul potere politico non c’è differenza fra leggi e misure, cioè fra potere legislativo (cioè il potere di difendere la legge intesa come principio, cioè come limite al potere) e potere politico (il potere di approvare misure particolari, che in quanto tali sono uno strumento di potere), e questo conflitto d’interessi strutturale del parlamento (questa assenza di separazione di poteri) determina una situazione di totalitarismo, di uso del potere politico in funzione di interessi particolari (per esempio di gruppo) e di necessario declino economico: un potere politico senza limiti renderà necessariamente lo stato sempre più grande, ridurrà necessariamente lo spazio dentro il quale le persone e le imprese potranno decidere autonomamente, ridurrà sempre di più la legge a vantaggio delle ‘leggi’, ridurrà sempre di più la libertà e l’iniziativa individuale, ma, soprattutto, asfissierà sempre di più lo spirito umano. Chiudo questa lunga risposta (scusami per la lunghezza) con un passaggio di Tocqueville che secondo me è uno dei più belli che siano stati scritti su questo punto: “Dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano [nel senso dell’autorità, il potere supremo] estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente a impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo”.

    Grazie ancora per la domanda, un saluto

    Giovanni

    • macioz
      Rispondi

      Eccellente.
      Vorrei aggiungere che, in realtà, le “leggi” intese come principi astratti sono già ben presenti e radicate nell’animo della gente, non sarebbe poi così difficile “scoprirle”. Sappiamo bene che tutti hanno disprezzo per il furto, l’omicidio, la prevaricazione e la coercizione in generale.
      Il punto cruciale è che la nostra società ha abituato la gente ad ammettere una quantità di eccezioni a queste “leggi”. Rubare è male, a meno che non sia “a fin di bene” (ad es ai ricchi per dare ai poveri), o per garantire quelli che lo stato ha indottrinato tutti a considerare “diritti” (allo studio, alla pensione, alla casa, ecc.,). Quando poi questi comportamenti contrari alla “legge” divengono pressochè generalizzati e incoraggiati dall’autorità, scattano meccanismi di emulazione che portano tutti ad autogiusticarsi di fronte alla propria coscienza e di fronte agli altri. E’ lo stadio terminale della corruzione dei costumi di una società.
      In sostanza, ciò che distingue il libertario dagli altri è il non ammettere eccezione alcuna alla “legge”. In fondo è molto semplice, per chi lo vuole capire.

  • Fra
    Rispondi

    E’ il momento di fare qualcosa di concreto di fronte a questa situazione.
    Questa pagina vuole riunire tutti i libertari per fare delle azioni che smuovano le coscienze degli individui:

    http://www.facebook.com/pages/John-Galt/534498729899529?ref=hl

    Who is John Galt?

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