In Economia, Libertarismo

werhdi FRANCESCO SIMONCELLI

Oggi 11 dicembre ricorre il quarantesimo anniversario in cui F. A. Hayek ricevette il Premio Nobel per l’economia. Sebbene il suo iter teorico prese una strada diversa da quella tracciata da Mises, dal punto di vista socio-economico, egli rimane ancora uno dei più grandi contributori al pensiero Austriaco quando parliamo di ciclo economico e sistema dei prezzi.

La sua conoscenza dell’economia lo portò a scalare ben presto le vette della materia, conducendo i suoi studi a lasciare un segno indelebile nella storia di tale materia. Non mancò neanche di risultare determinante in materie come la giurisprudenza e la psicologia. La figura di Hayek, infatti, si è prestata nel corso del tempo ad una mutazione perenne dettata dalla sua inclinazione alla ricerca e allo studio dell’essere umano in tutta la sua completezza.

Non basterebbero dieci vite per presentare un lavoro omnicomprensivo dell’essere umano, ma l’economista viennese è riuscito a lasciare una sintesi più che adeguata attraverso la quale avere dei paletti di riferimento nel caso in cui dovessimo perdere di vista il nostro obiettivo: l’essere umano agente. Oggi io voglio cercare di presentare una “sintesi della sintesi”, con tutta la modestia del caso; voglio proporvi una biografia esaustiva di quest’uomo e del suo pensiero per onorare la sua memoria e la grande conoscenza senza tempo che ci ha lasciato.

Nato a Vienna l’otto maggio del 1899, a diciotto anni entra nell’Università di Vienna dove riesce a conseguire una laurea in giurisprudenza nel 1921 e una in scienze politiche nel 1923. E’ proprio in questo ambiente che inizia a sviluppare il suo interessamento per la teoria Austriaca, stimolato dapprima dal professor Friedrich Wieser e poi cementato da Ludwig von Mises.

Ciò risulta evidente per molte idee che hanno costellato il pensiero di Hayek, soprattutto quelle relative al ciclo economico, all’inefficienza dei sistemi socialisti, alla nocività dell’interventismo statale e la metodologia di studio. Dopo un breve viaggio negli Stati Uniti, Hayek nel 1925 diventa presidente dell’Austrian Institute for Business Cycle Research. Sebbene in quel momento fosse ancora una piccola realtà, presto avrebbe guadagnato prestigio.

Hayek sul ciclo economico

Ciò sarebbe accaduto con la pubblicazione del libro Prices and Production (1931), il quale non era altro che la raccolta di una serie di seminari che Hayek tenne all’inizio degli anni ’30 a Londra presso la London School of Economics. Questo manoscritto divenne così influente che con esso crebbe vertiginosamente anche la fama dell’economista di Vienna.

Ma la differenza vera la fa il libro Monetary Theory and the Trade Cycle (1933) in cui Hayek inaugura la sua sfida decennale contro Keynes sulla teoria economica, e non a caso il terreno di scontro è proprio la Grande Depressione. Nella sua opera Hayek descrive come un attivismo febbrile da parte della Federal Reserve negli anni ’20 abbia portato all’accumulo di una serie tale di errori da culminare con quella che viene ricordata come una delle peggiori crisi della storia umana.

In quegli anni il mondo aveva accolto un nuovo tipo di gold standard, in cui l’oro era stato relegato a semplice comparsa nel panorama monetario, lasciando la scena a dollari e sterline. Tale organizzazione iniziò a sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni nel 1925, quando l’allora governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, convinse il governatore della Federal Reserve di New York, Benjamin Strong, a sollecitare il governatore della Federal Reserve affinché inflazionasse l’offerta di moneta statunitense.

Gli inglesi tentavano in questo modo di arrestare l’enorme deflusso di oro dal paese che lo stava mandando in bancarotta. Tornare alla parità aurea senza considerare l’espansionismo monetario della prima guerra mondiale fu un grave errore, ma ciò venne ignorato. Fu un errore che richiese un prezzo alto da pagare.

Infatti l’interventismo della FED non rimase senza conseguenze, perché all’aumentare dell’offerta monetaria aumentarono di riflesso le riserve bancarie. Di colpo il panorama economico si ritrovava per le mani una quantità di fondi mutuabili disponibili da sfruttare senza un risparmio reale a sostenerli. La struttura economica ne venne pesantemente influenzata, andando ad abbassare artificialmente i tassi di interesse e inducendo gli individui ad accendere una quantità spropositata di mutui.

All’inizio del ciclo economico ciò che si percepisce è una presunta sensazione di stabilità, ed è quello che accadde anche durante la seconda metà degli anni ’20: prima che il denaro di nuova creazione influenzasse l’economia più ampia c’era bisogno di tempo, perché la sua propagazione non avviene uniformemente e tutta in una volta. Avviene per gradi e in modo scomposto.

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Nel frattempo quegli investimenti che con un tasso di mercato non manipolato non erano realizzabili, con un tasso di mercato manipolato diventano miracolosamente accessibili, inducendo gli individui a concentrare risorse umane e materiali nella loro realizzazione. Data la loro impossibile conclusione, tali progetti richiedono dosi crescenti di finanziamenti e con un crescente calo dei tassi di interesse la speranza di realizzarli resta viva.

Essa si infrange contro il muro della realtà una volta che la banca centrale tira il freno a mano, ovvero, quando un aumento generalizzato dei prezzi costringe i banchieri centrali a smettere di manipolare il mercato per cercare di capire cosa stia succedendo. Nel biennio 1928-1929 si verificò proprio questo, con la Federal Reserve che smettendo di gonfiare l’offerta di moneta e di deviare ricchezza reale verso attività in bolla, innescò la liquidazione di queste ultime che culminò con il crash azionario dell’ottobre del 1929.

Hayek, nel suo libro, non aveva fatto altro che raffinare la teoria di Mises esposta nel 1912 e affermare che l’azzardo morale del settore bancario commerciale non era altro che una conseguenza della falsa lungimiranza dei banchieri centrali. Credendo di poter stabilizzare il mercato attraverso i loro interventi, avevano innescato un processo decisamente peggiore che avrebbe richiesto anni di dolore economico per essere pulito.

Infatti la bancarotta delle attività in bolla, grazie al previo inattivismo della banca centrale, avrebbe consentito al mercato di eliminare tutti quegli investimenti in disaccordo con la volontà di mercato, di riaggiustare la struttura dei prezzi in modo da rispecchiare una realtà economica in sincronia con i desideri degli attori economici e di riallocare forza lavoro e risorse materiali verso quegli stadi della produzione più necessitanti di tali fattori di produzione.

Nonostante la chiarezza degli argomenti di Hayek e la prova storica della depressione del 1920, la propaganda statalista ebbe il sopravvento sfruttando il malcontento di tutte quelle persone che erano state risucchiate dalle attività in bolla e che non volevano veder ridimensionata la loro posizione. Ciò alimentò i sindacati. Ciò alimentò la burocrazia. Ciò alimentò la richiesta di ulteriori interventi nell’economia. E con Keynes che si erse ad alto dacerdote di queste “soluzioni”, oscurò la figura dell’economista viennese nel 1936 quando pubblicò con la Macmillan la sua General Theory.

Qui Hayek commise un errore: non rispose direttamente con una confutazione dettagliata. Questa sarebbe arrivata circa 25 anni dopo con Henry Hazlitt, ma ormai era tropo tardi. Il keynesismo era ormai divenuto predominante. Hayek si limitò a tradurre una serie di articoli e saggi di Mises che cercavano di indirizzarsi al problema, ma il pubblico non recepì il messaggio. Il libro Collectivist Economic Planning venne ignorato poiché strategicamente e intellettualmente inadatto ad indebolire la nuova macroeconomia spacciata da Keynes.

L’influenza di Hayek andò via via scemando nel mondo accademico e nella mente della popolazione in generale, e così anche la teoria Austriaca. Questo trend si invertì nel 1948, quando Hayek iniziò lentamente a spostarsi da temi strettamente economici a quelli più socio-economici e filosofici.

Hayek sull’importanza della conoscenza decentrata

Quello fu l’anno di Individualism and Economic Order (1948). In questo fantastico libro apprendiamo come l’economista viennese si stesse chiedendo come l’agire umano influenzasse l’ambiente circostante, e come quest’ultimo influenzasse l’attore economico. Studiare le vie dell’azione umana lo portarono a sondare il meccanismo di coordinamento che intercorre tra le varie azioni degli individui: il sistema dei prezzi.

Questo, infatti, rappresenta una sorta di smistatore di tutte le informazioni presenti sul mercato, la cui decentrazione e soggettività impedisce ad un qualsiasi ente centrale di poterne usufruire a piacimento senza ripercussione alcuna. Ogni individuo è possessore di conoscenze esclusive che gli permettono di decifrare la mole di informazioni che ogni giorno percorrono il mercato.

La specializzazione in questo compito permette ai vari individui di avere successo economicamente e, soprattutto, è quella che permette alla divisione del lavoro di assegnare compiti specifici ad individui specifici secondo le loro abilità. Tali concetti vengono rafforzati nel capolavoro The Use of Knowledge in Society (1945) in cui Hayek prosegue con la sua analisi dell’azione umana e porta ad un livello superiore le basi gettate in precedenza.

Qui apprendiamo che nella società esistono, principalmente, tre tipi di conoscenza. Una è la conoscenza scientifica, quella che si può acquisire attraverso uno studio particolareggiato di determinate materie. Questo tipo di conoscenza viene acquisita da coloro che, ad esempio, frequentano le università o il sistema scolastico più in generale; ovvero, coloro che rinunciando a parte del loro tempo lo impiegano per approfondire schematicamente il loro sapere riguardo un campo di studio specifico. In secondo luogo c’è la conoscenza delle circostanze particolari, quella che si ritrova nelle cosiddette esperienze di vita.

Credo che ognuno di noi abbia sperimentato nella propria vita un momento in cui, nonostante tutte le sue conoscenze accumulate durante gli anni di studi, si sia ritrovato ad andare nel panico poco prima di applicarle. O, per fare un altro esempio, immaginate uno speaker ad una conferenza. Immaginate che sia la sua prima volta. Nonostante tutto il sapere che può aver accumulato nella sua carriera, ritrovarsi in quella situazione nuova per lui lo potrebbe indurre a commettere errori a causa dell’ansia o della titubanza davanti ad un pubblico che pende dalle sue labbra.

Sebbene avesse provato giorni addietro esercitandosi davanti ad uno specchio, l’impatto con la realtà si potrebbe dimostrare diverso da quello che si era prefigurato in mente. Può pur sempre chiedere aiuto o consiglio a chi ha già affrontato esperienze simili, provando di conseguenza a cercare di acquisire una dose di sicurezza maggiore in vista del suo turno, ma ciò non toglie che qualsiasi cosa abbia studiato in precedenza non riuscirà a prepararlo adeguatamente per quel primo impatto.

Solo una esperienza continua di discorsi pubblici lo farà diventare esperto, e soprattutto lo forgerà per affrontare tutti quegli imprevisti che possono spuntare nei momenti meno opportuni. Lo stesso vale per un qualsiasi altro lavoro in cui eventi eccezionali possono destabilizzare la capacità conoscitiva del capo di un’azienda, il cui successo dipenderà ovviamente da come supererà tali eventi.

Infine abbiamo la cosiddetta conoscenza tattica. Questa classificazione è pittoresca perché con essa si intende tutte quelle persone capaci di svolgere un compito ma che non saprebbero esprimerlo a parole, ovvero, non saprebbero comunicare verbalmente ad un altro individui la loro conoscenza. Immaginate ad esempio una madre e un padre che si ritrovano a crescere un figlio. Sicuramente cercheranno di ottenere consigli da altri genitori che hanno già passato l’esperienza.

La maggior parte di loro non saprà spiegare compiutamente e dettagliatamente come performare questo compito. Ci si limiterà ad enunciare un paio di frasi di rito e qualche incoraggiamento, lasciando l’arduo compito alla coppia di neo-genitori. Non sapranno spiegarlo, ma ci sono riusciti lo stesso a crescere in modo sano (si spera) i loro figli. Ciò vale, ovviamente, per qualsiasi altro lavoro.

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Dal punto di vista imprenditoriale ciò lo si nota nella prontezza dei riflessi da parte degli imprenditori nel vagliare il mercato e scoprire quelle opportunità che potrebbero fare al caso loro, e, sfruttandole, staccare un profitto e soddisfare i desideri dei consumatori. Così come Hayek raffinò la posizione di Mises, oggi Israel Kirzner sta raffinando la posizione di Hayek in questo campo.

La realtà di tutti giorni, quindi, suggerisce che l’informazione non è mai un asset completamente pubblico, e ognuno di noi è depositario esclusivo di qualche rilevante frammento di informazione. L’informazione è asimmetrica. Se l’informazione fosse distribuita perfettamente tra tutte le parti, invece, non ci sarebbe alcun incentivo a scambiare, perché tutti sarebbero dotati delle stesse preferenze. Lo scambio economico è anche uno scambio di informazioni. Se non fossimo dotati di informazioni differenti sulle varie opzioni che derivano dalle scelte, non esisterebbe scambio.

Ma il discorso di accettazione del Nobel segna la rinascita di Hayek e The Pretense of Knowledge segna una pietra miliare nella storia dell’economia Austriaca. In quel memorabile pezzo di antologia, l’economista viennese ci descrive come le forze di mercato saranno sempre superiori a qualsiasi pianificazione centrale diretta da un qualche essere umano illuminato o manciata di essere umani presumibilmente onniscienti, la quantità sconfinata di informazioni presenti nel mercato assicura un sempiterno fallimento di coloro che hanno l’ardire di intraprendere un simile percorso.

I pianificatori centrali, infatti, non comprendono come la natura dell’informazione non sia solo quantitativa, ma anche qualitativa. Quindi loro potranno raccogliere tutte le informazioni che desiderano, ma non avranno mai gli strumenti per decifrarla con successo e per loro tornaconto.

Non potranno avere mai le capacità e le conoscenze di un imprenditore che è in grado di anticipare i movimenti del mercato, perché mentre l’imprenditore segue la corrente del mercato per trarne profitto i pianificatori centrali vogliono controllare e direzionare la corrente del mercato per trarne profitto.

Se immaginiamo il mercato come un fiume, l’imprenditore ci naviga; il pianificatore centrale vuole costruire una diga invece, peccato, però, che non abbia le competenze e la diga finirà per crollare. Scrisse Hayek:

«La complessità organizzata indica questo: il carattere delle strutture che la espongono dipende non solo dalle proprietà dei diversi elementi di cui sono composte e dalla frequenza relativa con cui si presentano, ma anche dal modo in cui i diversi elementi sono collegati tra loro. Nella spiegazione del funzionamento di tali strutture non possiamo, per questo motivo, sostituire le informazioni sui diversi elementi con informazioni statistiche, ma necessitiamo delle informazioni complete su ogni elemento se dalla nostra teoria dobbiamo dedurre previsioni specifiche su eventi separati. Senza tali informazioni specifiche sui diversi elementi saremmo limitati a ciò che, in un’altra occasione, ho chiamato “semplici previsioni della struttura” – previsioni di alcuni degli attributi generali delle strutture che si formeranno, non contenenti specifiche dichiarazioni circa i diversi elementi di cui le strutture si comporranno. Ciò è particolarmente vero per le nostre teorie che spiegano la determinazione dei sistemi dei prezzi e degli stipendi relativi che si formeranno in un mercato funzionante. Nella determinazione di questi prezzi e stipendi entreranno gli effetti di informazioni particolari possedute da ciascuno dei partecipanti nel processo di mercato – una somma di fatti che, nella loro totalità, non possono essere noti all’osservatore scientifico o a qualunque altra mente individuale. È, in effetti, la fonte della superiorità dell’ordine del mercato e la ragione per cui, quando non è soppresso dai poteri pubblici, rimuove regolarmente altri tipi di ordine, il fatto che nella risultante allocazione delle risorse sarà utilizzata una conoscenza particolare, la quale esiste soltanto dispersa fra innumerevoli persone, più grande di quella che una sola persona può possedere. Ma poiché noi, gli scienziati che osservano, non potremo mai conoscere tutti i fattori determinanti di un tale ordine e di, conseguenza, nemmeno potremo sapere a quale particolare struttura di prezzi e stipendi la domanda eguaglierebbe ovunque l’offerta, allo stesso modo non potremo misurare le deviazioni da quell’ordine; né possiamo verificare statisticamente la nostra teoria, secondo la quale sarebbero le deviazioni da quel sistema di “equilibrio” di prezzi e stipendi a rendere impossibile vendere certi prodotti e servizi ai prezzi a cui sono offerti. […] Il conflitto fra ciò che il pubblico nel suo umore attuale si aspetta dalla scienza, al fine di soddisfare speranze popolari e ciò che è realmente in suo potere fare, è una questione seria perché, anche se i veri scienziati riconoscessero tutti le limitazioni nel campo degli affari umani, finché il pubblico si aspetterà di più, ci sarà sempre chi fingerà, e forse onestamente crederà, di poter fare di più, di quanto sia realmente in suo potere, per rispondere alle esigenze stesse. È spesso abbastanza difficile per l’esperto, e certamente in molti casi impossibile per il profano, distinguere fra pretese legittime ed illegittime avanzate nel nome della scienza. L’enorme pubblicità, recentemente fatta dai media a un rapporto “scientifico” circa I limiti alla crescita e il silenzio degli stessi media sulla critica devastante che questo rapporto ha ricevuto dagli esperti competenti, deve renderci, in qualche modo, prudenti riguardo l’uso che può esser fatto del prestigio della scienza. Non solo nel campo dell’economia sono stati lanciati proclami esagerati, in nome di una direzione più scientifica di tutte le attività umane e dell’opportunità di sostituire processi spontanei con il “controllo umano cosciente”. Se non sbaglio, la psicologia, la psichiatria e alcuni rami della sociologia, per non parlare della cosiddetta filosofia della storia, sono ancor più influenzate da ciò che ho definito pregiudizio scientistico e dai proclami speciosi su ciò che la scienza può realizzare. Se dobbiamo salvaguardare la reputazione della scienza e impedire l’arrogarsi di conoscenza basata su una somiglianza superficiale della procedura con quella delle scienze fisiche, un grande sforzo dovrà essere orientato verso la confutazione di tali pretese, alcune delle quali sono ormai diventate interessi acquisiti di sezioni di università riconosciute. Non possiamo essere abbastanza riconoscenti a moderni filosofi della scienza come sir Karl Popper, il quale ci ha consegnato un test con cui possiamo distinguere fra cosa possiamo accettare come “scientifico” e cosa no – un test che, sono sicuro, alcune dottrine ora ampiamente accettate come “scientifiche” non passerebbero. Ci sono alcuni particolari problemi, tuttavia, in relazione a quei fenomeni essenzialmente complessi di cui le strutture sociali rappresentano un caso così importante, che mi fanno desiderare di riaffermare, in conclusione ed in termini più generici, le ragioni per le quali in questi campi non soltanto ci sono ostacoli assoluti per la previsione di eventi specifici, ma perché comportarsi come se possedessimo una conoscenza scientifica tale da permetterci di oltrepassarli può in sé diventare un serio ostacolo al progresso dell’intelletto umano».

Avere preso consapevolezza di come il sistema dei prezzi strutturasse la società aiutando gli individui a districarsi nel panorama economico, permise ad Hayek di estendere i suoi studi ad altre materie, come la giurisprudenza e la psicologia. Ma il libro che io ho più apprezzato è stato The Fatal Conceit (1988). A ottantotto anni suonati ancora era capace di padroneggiare le facoltà mentali ed estrapolare da essi pezzi di letteratura che sarebbero rimasti nella storia.

Era inarrestabile. In quest’ultima sua fatica, egli continua a limare le idee che hanno caratterizzato il suo percorso accademico ma lo fa osservando come la libertà non è altro che il destino ultimo dell’umanità. E’ come se portasse ad un livello superiore il concetto di “mano invisibile” di Smith descrivendo come il ruolo coordinativo del sistema dei prezzi conduce la società verso un “ordine spontaneo”. E’ un’utopia? Forse no.

Pensate a quando comunicate. Pensate alla lingua che parlate. L’ha pianificata qualcuno a tavolino? No, è l’unione di una serie di convenzioni a cui gli individui hanno dato ampiamente un significato e su cui concordano utile l’utilizzo. Lo stesso vale per la società. Sebbene un piccolo nucleo di persone può, in qualche modo, essere controllato dato il numero esiguo di partecipanti, l’ingrandimento di questo numero impone la prerogativa di un sistema decentrato di informazioni affinché l’ambiente economico possa rimanere prospero.

L’unica mente, che può conoscere tutti gli individui di una ristretta cerchia di persone, fallisce nel suo intento pianificatore quando questo numero si allarga e la divisione del lavoro richiede anch’essa un ampliamento. Saranno le azioni individuali a generare organizzazione, e non un progetto partorito da una qualsiasi mente umana.

Quest’ultima, infatti, tenderebbe a distorcere a suo favore il sistema dei prezzi conducendo la società lungo la via verso la schiavitù. Secondo Hayek, e come scrisse anche in The Road to Serfdom (1944), l’unico modo per prevenire una situazione del genere è quello di affidarsi ad un Rule of Law.1  Detto in altro modo, le società libere secondo l’ottica di Hayek potrebbero esistere solo se il relativo governo è limitato dal Rule of Law.

Una splendida carriera, seppur con qualche macchia

Il prestigio della carriera di Hayek non deriva affatto dal Nobel, bensì da quello che la sua mente ha partorito e quello che il suo pugno ha inciso sulla carta. Ma anche Hayek ha commesso alcuni errori durante il suo cammino accademico. Essi sono lampanti nel libro The Constitution of Liberty del 1960. Per la precisione nel Capitolo XVI. Leggiamo alcuni stralci:

«Vi è poi la questione importante della sicurezza, una protezione contro i rischi comuni a tutti, dove il governo può spesso o ridurre tali rischi o assistere le persone. Qui, tuttavia, dev’essere tracciata un’importante distinzione tra due concezioni di sicurezza: una sicurezza limitata può essere obiettivo raggiungibile (e cioè nessun privilegio), al contrario di una sicurezza assoluta che invece in una società libera non può essere affatto raggiunta. La sicurezza limitata entra in gioco solo contro gravi privazioni fisiche, un minimo di sussistenza per tutti; la garanzia di un determinato livello di vita, che è determinato confrontando lo standard goduto da una persona o un gruppo con quello di altri. La distinzione, allora, è tra la sicurezza di un reddito minimo uguale per tutti e la sicurezza di un reddito particolare che una persona si pensa debba meritare. […] Quella che noi oggi conosciamo come assistenza pubblica, che viene fornita da tutti i Paesi, non è altro che la vecchia legge per i poveri adattata alle condizioni moderne. La necessità di tale disposizione in una società industriale è indiscussa — anche se fosse solo nell’interesse di coloro bisognosi che necessitano di una protezione contro la disperazione. Probabilmente è inevitabile che questo sollievo non debba limitarsi a coloro che non sono stati in grado di sopperire alle proprie esigenze (i “poveri meritevoli”, come si suole chiamarli), ma l’ammontare non dovrebbe essere più di quanto sia assolutamente necessario per mantenerli in vita e in salute. Dobbiamo anche aspettarci che la disponibilità di questa assistenza indurrà alcuni a trascurare il fatto che tale disposizione è contro le emergenze. […] Una volta che diventa dovere del pubblico provvedere ai bisogni estremi della vecchiaia, della disoccupazione, della malattia, ecc., a prescindere dal fatto che le persone abbiano potuto e dovuto provvedere a loro stesse, e in particolare una volta che la salute è garantita in misura tale da ridurre gli sforzi degli individui, sembra un ovvio corollario di costringerle a garantire o fornire altrimenti contro quei rischi comuni della vita.[…] Infine, una volta che lo Stato richiede a tutti di rendere disposizioni del genere che solo alcuni avevano fatto prima, ne deriva un ragionevole corollario secondo cui lo Stato dovrebbe contribuire allo sviluppo di istituzioni appropriate. […] Fino a questo punto la giustificazione per l’intero apparato della “Previdenza Sociale” può essere accettata dai difensori della libertà più coerenti.

Sebbene Hayek ci abbia avvertito per quasi tutta la sua vita dei pericoli che incombono sulla strada verso la libertà, in questo capitolo egli pare prevedere una deviazione. Lascia spazio di manovra allo Stato. Secondo questo modo di ragionare è possibile imporre paletti ad un apparato famelico come lo Stato. “Qui e non oltre”, si dice.

Ogni volta questo limite viene scavalcato, e ogni volta la formula rimane la stessa: “Qui e non oltre.” Abbiamo visto questo balletto nel tetto al debito federale statunitense. Aprire uno spiraglio di legittimità alla Previdenza Sociale significa aprire uno spiraglio di legittimità alle azioni dello Stato. E’ sempre stato così. Quando pensate allo Stato e pensate di dovergli concedere qualcosa, ricordate questa formula: “Se gli dai un dito, si prederà il braccio.”

Attraverso lo specchietto per le allodole rappresentato dal welfare state, lo Stato continua a finanziarsi e ad espandersi. E questo è un trend che nel futuro non potrà cambiare. Qualunque inversione volontaria dello Stato porterà a questo risultato: default ordinato. Non accadrà mai. I costi verranno espansi. La burocrazia ad essi annessa verrà espansa.

La libertà ne risentirà drammaticamente. Infine, ci sarà un default disordinato perché a questo condurranno i piani assistenziali nel lungo termine: rappresentano delle doline economiche che risucchiano risorse materiali e umane. Ronald Hamowy espone queste criticità nel pensiero di Hayek nel seguente articolo: http://oll.libertyfund.org/pages/hamowy-s-critique-of-hayek-s-concept-of-freedom

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Se Hayek era disposto ad accettare quanto scritto in quel capitolo del suo libro del 1960, allora abbiamo di fronte due persone diverse: prima e dopo il 1960. Questo non accadde con Mises o Rothbard, i quali avevano una visione chiara di cosa fosse la libertà. Non persero mai di vista il loro obiettivo. Mises fornì gli strumenti epistemologici in Theory and History (1957).

Rothbard li rafforzò in Man, Economy and State (1962). Hayek li smarrì. Sebbene diede prova di averne in argomenti come il calcolo economico, la conoscenza decentrata, il sistema dei prezzi, sembrò deficitarne quando parlò dei programmi di assistenza medica e pensionistica e, più in generale, dello Stato sociale. Se una persona non riesce a classificare questi programmi come una minaccia alla libertà, allora manca di quell’intuizione che connette i principi generali ai casi specifici.

Conclusione

Friedrich Hayek è stato un economista che, con tutti i suoi pregi e difetti, ha segnato gran parte del pensiero Austriaco moderno. I suoi studi ci hanno permesso di migliorare la nostra conoscenza dei mercati e, soprattutto, di migliorare la conoscenza di noi stessi. Sebbene si possa imputare una sorta di alone mistico intorno all’apparato statale e a coloro che lo gestiscono, non sono nient’altro che uomini comuni come me e voi.

Si limitano ad entrare nelle vite delle persone e a privarle di risorse e libertà. I burocrati dietro una scrivania non sono affatto la fonte dell’ordine sociale. Sono il disordine sociale. E’ oggi che stiamo vivendo il caos, è l’apparato statale che sovverte la libertà la vera fonte di caos sociale. Accentrare i poteri per “controllare meglio e fare il bene della società” è una presunzione di conoscenza. Ciò di cui ha bisogno la società per prosperare è decentramento.

Ciò di cui ha bisogno la società per ottenere ordine sociale è decentramento. Presumere che un’entità centrale possa risolvere tutti i nostri problemi è sciocco e assurdo. Solo ognuno di noi è in grado di risolverli “con prontezza” e “nell’immediato”. Perché, come ricorda Hayek, il vero nemico della pianificazione centrale è il tempo.

Lo scorrere del tempo porta a dei cambiamenti e tali cambiamenti portano tutta una serie di nuove informazioni. Anche se fosse possibile acquisire un’istantanea del mondo con tutte le informazioni concernenti, un attimo dopo sarebbe già storia vecchia e sorpassata. Le informazioni in questione, infatti, sarebbero scadute e inutilizzabili.

Ed è proprio questo il cuore del problema della conoscenza e delle informazioni: non si tratta solo dell’economia, si tratta delle nostre vite. Pianificare l’economia significa invadere la nostra sfera individuale e decidere per noi. Tale invasione viene ridotta con uno Stato minimo, ma è pur sempre presente e pronta a ritornare qualora l’onniscienza dei pianificatori centrali prendesse di nuovo vigore nelle menti intorbidite della popolazione.

Ci sono le nostre vite in gioco. La possibilità di abbattere il leviatano è concreta, ma deve essere chiaro qual è la strada da seguire. Mises e Rothbard l’hanno seguita fino in fondo; Hayek l’ha smarrita alla fine della sua carriera.

Note

1) Rule of Law significa che tutte le iniziative del governo devono passare al vaglio di un set fisso di regole e leggi, le quali vengono decise prima della sua formazione e non possono essere cambiate arbitrariamente. Essendo stabilite in questo modo, si sa in anticipo a cosa condurranno certe azioni e, soprattutto, a quali sanzioni.

Articolo tratto da http://johnnycloaca.blogspot.it/

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