In Anti & Politica, Economia

tasse_milanoDI MATTEO CORSINI

“Ci si deve interrogare sulla gestione del gettito fiscale: lo Stato riesce veramente a fare percepire che la contribuzione fiscale non sia al servizio del mantenimento delle strutture dello stato ma al finanziamento dei servizi?”. (U. Ambrosoli)

Mi è capitato di leggere queste parole di Umberto Ambrosoli, che con l’associazione intitolata al padre Giorgio ha organizzato la Giornata della virtù civile, in programma a Milano oggi, 4 dicembre. Titolo della giornata: “La sfida dell’equità fiscale”.

Il punto di partenza è la famosa citazione di Tommaso Padoa-Schioppa, pronunciata quando era ministro dell’Economia: “Pagare le tasse è bello perché ti fa sentire cittadino della polis e ti dà modo di partecipare al bene comune”.

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Non mancheranno (e come potrebbero mancare!) le iniziative volte a sensibilizzare (indottrinare?) gli alunni della scuola dell’obbligo sulla “bellezza” delle tasse.

Ambrosoli non nega che parlare bene di tasse in Italia sia più complicato che altrove, e ritiene che ci si debba chiedere: “lo Stato riesce veramente a fare percepire che la contribuzione fiscale non sia al servizio del mantenimento delle strutture dello stato ma al finanziamento dei servizi?”

La risposta dettata dal buon senso e dall’osservazione della realtà, non può che essere: no.

Credo, tuttavia, che non debba essere dato per scontato che pagare le tasse sia bello perché così si partecipa al bene comune. Un’osservazione disincantata e non melensa della realtà metterebbe in evidenza che le cose non stanno così neppure in quei Paesi in cui il gettito fiscale è meno oppressivo che in Italia e/o viene utilizzato meno grossolanamente a favore del mantenimento di tutti coloro che Calhoun avrebbe definito consumatori di tasse.

Ma anche se esistesse una sorta di Eden nel quale lo Stato usa ogni centesimo di gettito fiscale per fornire servizi ai cittadini, è il concetto stesso di tassazione che, a mio parere, deve essere messo in discussione, in quanto viola inevitabilmente il principio di non aggressione, che è l’unico principio compatibile con il trattamento equo e non violento nei confronti di ogni individuo.

C’è un’enorme differenza tra il fare bene ad altre persone volontariamente e l’essere costretti dallo Stato (o da chiunque altro soggetto, ma è sempre bene ricordare che solo lo Stato lo fa legalmente). Generalmente i sostenitori della “bellezza” della tassazione ritengono che lasciare alla volontarietà la contribuzione al benessere altrui e a quello che viene definito “bene comune” (definizione che tende a coincidere con l’opinione che di tale concetto ha chi detiene pro tempore il potere) genererebbe fenomeni di “free riding” e non consentirebbe di finanziare adeguatamente le misure di sostegno ai bisognosi.

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Così facendo ritengono di aver posto l’onere della prova a carico di coloro che sono contrari alla tassazione in quanto incompatibile con il rispetto del principio di non aggressione. Solitamente hanno anche buon gioco nel far apparire insensibili ed egoisti (caricando il termine di un significato negativo) coloro che osano mettere in discussione che le tasse siano giuste, prima ancora che “belle”.

Ma se si lascia da parte la retorica e non ci si fa impressionare dai volti corrucciati con i quali il frasario politicamente corretto viene sciorinato, la domanda alla quale devono rispondere i fautori della tassazione è questa: condividete oppure no il principio di non aggressione?

Generalmente la prima risposta è: “sì, ma…”. Ebbene: il principio di non aggressione non ammette eccezioni o limitazioni, perché tali eccezioni e limitazioni equivalgono a rinnegarlo.

Se, poi, la risposta successiva è: “allora no…”, diventa evidente che dietro ogni fautore della tassazione si cela, in ultima analisi, un fautore di forme più o meno accentuate di totalitarismo. Non è necessario essere come la Corea del Nord per avere germi di totalitarismo. Basta, infatti, che si riconosca allo Stato (a chi governa in quel momento) il diritto di stabilire quanto lasciare ai legittimi proprietari, per sancire il principio in base al quale il diritto di proprietà non dipende altro che dall’arbitrio di chi ha il potere di stabilire la tassazione. Comprimere la proprietà significa comprimere la libertà degli individui. Non è questo che avviene in forme più o meno accentuate nei regimi totalitari?

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Showing 2 comments
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Il termine “servitori dello stato” mi sta sempre più infastidendo.
    Inizio a pensare che siano nemici dell’uomo libero.

    I servitori hanno trasformato l’uomo libero in un servo dello stato.

    Quando uno si qualifica come servitore dello stato, magari con tronfia soddisfazione, ai miei occhi erge a nemico della libertà individuale.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Mi sono sempre chiesto come si possa essere orgogliosi di indossare una livrea.

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