In Anti & Politica, Libertarismo

DI BRUNO LEONI

bggsds1F.A. HAYEK, Capitalism and the Historians, Chicago, The University of Chicago Press, 1954.

Trattasi di un volume collettaneo, pubblicato a cura del celebre economista e teorico della politica Federico Alberto Hayek, e composto, oltreché di un saggio introduttivo dello stesso Hayek, riportato in questo numero della nostra rivista, di altri cinque saggi su: il modo in cui gli storici hanno trattato il capitalismo, di T. S. Ashton, il pregiudizio anticapitalistico degli storici americani, di L. M. Hacker,il modo in cui hanno trattato il capitalismo gli intellettuali del continente(europeo), di Bertrand De Jouvenel, il tenore di vita degli operai inInghilterra tra il 1790 e il 1830, di T. S. Ashton, il sistema dellefabbriche nella prima parte del XIX secolo, di W. H. Hutt. Gli ultimi due saggi erano già apparsi rispettivamente nel Journal of Economie History, Supplement IX, 1949, e in Economica, 1926. Gli altri saggi sono invece stati originariamente presentati come relazioni ad un convegno della Mont Pélerin Society tenuto a Beauvallon in Francia nel settembre del 1951.

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Sebbene lo Hayek abbia esattamente notato, nel saggio introduttivo, che i risultati della più recente ricerca storica sull’origine del capitalismo industriale in Inghilterra non sono di quelli che piacciono ad un certo tipo di intellettuali, perché mal si accordano con i pregiudizi alimentati da qualche generazione di storici di economia ispirati alle ideologie marxiste e in generale socialiste, è auspicabile che tutte le persone colte, le quali intendano formarsi un’idea aggiornata dell’importante periodo storico che contrassegna il sorgere della grande industria in Inghilterra, leggano questo volume.

Appare evidente, dalla trattazione dei suoi vari autori, come la vecchia letteratura sull’argomento, cui diedero il via soprattutto gli scritti di Marx e di Engels, vada considerata con un nuovo atteggiamento critico. Ciò ha per effetto di scoprire futili o completamente errate una serie di accuse rivolte in quella letteratura contro gli aspetti della nuova era industriale, e ripetute poi spesso senza cura di verificarle, così che tali accuse divennero dei veri e propri luoghi comuni.

Gioverà qualche esempio: sosteneva lo Engels che uno degli effetti della produzione industriale dei tessili era stato quello di peggiorare il modo di vestire delle categorie lavoratrici, a causa della sparizione dei tessuti di lana e di lino, sostituiti da tessuti di cotone. Molto giudiziosamente osserva l’Ashton che la sostituzione dei tessuti di lana fu determinata in realtà dal fatto che tali tessuti erano più restringibili e quindi meno durevoli se dovevano essere lavati molte volte, mentre i nuovi tessuti non avevano soltanto il pregio di essere più a buon mercato e più abbondanti, ma avevano anche il vantaggio di essere lavabili più facilmente della lana. Altri luoghi comuni vennero diffusi da generazioni di scrittori che seguirono William Cobbet nel suo odio per il tè: costoro sostennero stranamente che l’enorme diffusione del tè in Inghilterra tra l’inizio del XVIII e la metà del XIX secolo sarebbe stato un segno di crescente povertà, in quanto il tè si sarebbe consumato in quel periodo in sostituzione della birra divenuta troppo cara (e ciò sebbene, come nota argutamente l’Ashton, il consumo del tè presupponga il consumo dello zucchero, così da doversi supporre che anche l’incremento del consumo dello zucchero sia stato un segno di peggioramento nel tenore di vita).

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D’altra parte, le laboriose ricerche di Bowley e di Wood hanno dimostrato che per la maggior parte di questo periodo, e in seguito, si ebbe un andamento crescente del tasso dei salari, almeno per vaste e sempre maggiori sezioni di lavoratori qualificati, i cui redditi aumentarono, così da rendere disponibile un margine sostanziale che essi poterono spendere nei prodotti fatti a macchina, il costo dei quali andava – d’altra parte -progressivamente diminuendo. Tuttavia il tratto più saliente del miglioramento delle condizioni di vita va riscontrato nel tipo di vita che si potè condurre per effetto delle nuove condizioni, e non soltanto nella quantità di beni che si potevano consumare.

Indubbiamente, e specie in materia di abitazioni, siebbero condizioni di vita penosa nei centri industriali, e lo Engels non mancava di rivelarlo con grande indignazione riferendosi alla città di Manchester nel 1844. Engels dimenticava però di notare che la miseria delle abitazioni e l’insufficienza dei sistemi sanitari si poteva notare nella stessa epoca, come già in quelle precedenti, in città come Dublino o Edimburgo, a quel tempo ancora poco o nulla trasformate in centri industriali.

I recenti studi di Dorothy George sulle condizioni sanitarie delle categorie lavoratrici di quel tempo in Inghilterra dimostrano che tali condizioni, per quanto cattive, erano probabilmente migliori di quelle del XVIII secolo, e il Clapham ha messo in evidenza il fatto che le città inglesi alla metà del secolo scorso erano meno affollate delle grandi città di altri paesi, mentre non erano, in generale, più insalubri. A parte questa considerazione che i critici dell’industrialismo avrebbero dovuto fare per condurre una ricerca oggettiva, essi attribuirono il cattivo stato delle abitazioni all’industrialismo o alle macchine (come fece per esempio Engels) senza domandarsi chi aveva il compito di fare e di mantenere in efficienza le costruzioni nelle città. In realtà l’uso di cattivi materiali da costruzione,che è una delle cause del cattivo stato delle abitazioni in quell’epoca, fu una piaga assai più antica in Inghilterra, se già nel 1738 Samuel Johnson aveva scritto a proposito di Londra che essa era un luogo dove «le case crollanti tuonano sulla vostra testa». Inoltre, al periodo delle guerre Napoleoniche, durante il quale non si era quasi più costruito, aveva fatto seguito un periodo di affannosa attività costruttiva, che aveva peggiorato la pratica dell’uso di materiali scadenti. In particolare le case destinate ad essere affittate per periodi relativamente brevi erano di solito costruite non già da impresari di tipo industriale, come il famoso Thomas Cubitt, ma da modesti artigiani, chiamati nel gergo di allora jerry-builders, i quali non erano affatto dei capitalisti, ma poco più che semplici operai lavoranti in proprio e sempre bisognosi di credito. D’altra parte, in base alle leggi sull’usura (quelle stesse contro cui il Bentham scrisse il suo celebre saggio) era vietato imprestare denaro ad un interesse superiore al 5%, mentre era possibile lucrare all’incirca quel tasso offrendo denaro allo stato, che in questo modo si procurò a relativo buon mercato i mezzi necessari per le guerre contro Napoleone.

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Il controllo del tasso di interesse e il drenaggio conseguente dei capitali verso lo stato impedì quindi ai costruttori, almeno per lungo tempo, di procurarsi il denaro necessario per le loro imprese. Essi si trovarono cosi,dopo le guerre napoleoniche, di fronte ad un enorme aumento della richiesta, derivante sia dall’aumento della popolazione in generale, sia dall’anormale aumento della popolazione adulta in cerca di casa. Inoltre nello stesso periodo, mentre il livello dei prezzi era salito nel 1821 del 20% circa rispetto ai prezzi del 1788, il prezzo dei materiali da costruzione era salito nella stessa epoca dal 58 al 237%, secondo i tipi di materiale in gran parte per effetto di enormi aumenti di tasse sul materiale stesso (per esempio sul legname da costruzione). E proprio le tasse furono, d’altra parte, una delle cause del deficiente stato sanitario delle abitazioni: valga per tutte la famosa tassa sulle finestre, istituita al tempo di Guglielmo III (1696), che si pagava in ragione delle finestre di cui era dotata la casa. Questi esempi, tra i moltissimi che si possono portare in base alla lettura di questi saggi, danno un’idea della superficialità con cui qualche generazione di scrittori di storia economica, che non avevano se non scarse nozioni di economia e si atteggiavano ad anti-economisti essi stessi, ritenne di poter addossare al nascente industrialismo la responsabilità di una serie di mali, di cui l’industrialismo stesso, o per dirla marxisticamente, il ‘capitalismo’, era affatto innocente.

Cortesia di Mauro Gargaglione

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Showing 3 comments
  • Giorgio Fidenato
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    Il comunismo e gli autori comunisti hanno sempre praticato la menzogna fin dai tempi della loro nascita!!!

  • Libero Antropocratico
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    Zucchero nel te? Il popolo non può mettere lo zucchero nel te! E’ antiproletario.

  • Giulio
    Rispondi

    Qualcosa del genere si nota anche oggi con l’industrializzazione della Cina. Aziende occidentali come la Apple vengono continuamente criminalizzate per la condizione degli operai, sebbene le aziende assemblatrici che operano in Cina siano totalmente indipendenti e gli operai sino certamente molto più agiati, liberi e scolarizzati rispetto ai loro padri.

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