In Anti & Politica

matteo-renzi-linguaDI MATTEO CORSINI

“Io non penso che sia una buona idea per la nostra economia rispettare i vincoli, ma è un messaggio di credibilità che diamo. Ma è possibile dire che dal 1992 il mondo è cambiato? La presidenza italiana dell’Ue ha provato a dare questo messaggio. L’Europa deve cambiare: nella discussione sul futuro globale tutti chiedono di investire sulla crescita”. (M. Renzi)

Da diversi mesi a questa parte Renzi sta cercando di ottenere dalla Commissione europea (leggi: dalla Germania) una sorta si via libera a sbragare sul deficit, ovviamente non riducendo veramente le tasse, bensì rimandando per l’ennesima volta la riduzione (reale) della spesa pubblica.

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Il presupposto, molto caro alla totalità dei partiti di maggioranza e opposizione, oltre che degli economisti che trovano spazio sugli organi di informazione italiani, è che la spesa pubblica costituisca ricchezza. In effetti contabilmente lo è, dato che, per (scellerata) convenzione, la spesa pubblica costituisce un elemento positivo nel calcolo del Pil.

Renzi vuole però apparire uno scolaretto diligente, per cui il suo mantra è più o meno il seguente: l’Italia rispetterà il vincolo del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil, ma i parametri di Maastricht sono superati, perché il mondo in venti anni è cambiato.

Effettivamente il mondo è davvero cambiato, e per quanto riguarda la finanza pubblica è sicuramente cambiato in peggio. Il limite del 60 per cento nel rapporto tra debito pubblico e Pil fu fissato perché, grosso modo, quello era il livello medio dell’epoca (l’Italia era già attorno al doppio, ma questo è un altro discorso); il limite del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil fu fissato in modo tale da mantenere stabile il rapporto tra debito e Pil nell’ipotesi di crescita dei prezzi al consumo attorno al 2 per cento e crescita reale del Pil al 3 per cento.

Oggi ben difficilmente la crescita potenziale del Pil può essere stimata al 3 per cento nella maggior parte dei Paesi europei, per cui effettivamente i parametri di venti anni fa non sono realistici. Ma nel senso opposto a quello inteso da Renzi.

L’idea, tipicamente keynesiana, di fare uno scambio tra maggior deficit oggi a fronte dell’impegno a una politica fiscale rigorosa in un non meglio precisato medio periodo, oltre a non essere risolutiva non appare per nulla credibile.

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Non è risolutiva perché maggiore deficit comporta maggiore debito e al livello attuale (attorno al 135 per cento del Pil) la sostenibilità diventa fortemente condizionata da un livello dei tassi di interesse via via più basso. Né sarebbe credibile, perché il momento politicamente buono per sistemare i conti, a maggior ragione riducendo la spesa pubblica, non arriva mai.

I continui richiami di Renzi a “investire sulla crescita”, spingendo poi per concordare a livello europeo che ciò che si conviene sia “investimento” pubblico finanziato in deficit non costituisca deficit, non è altro che il desiderio di cambiare nome alla realtà. Da domani si può anche stabilire con una direttiva europea che il debito non è più debito, ma questo non cambia la realtà: ossia che qualcuno l’onere lo deve sostenere.

Cambi pure l’Europa, ma la realtà non si cambia per decreto o raccontando favole come ama fare Renzi quotidianamente.

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Showing 4 comments
  • hilda
    Rispondi

    Un’idea “tipicamente” keynesiana…cioè…Renzi…osssssignur…

    Certo che lui è proprio sciocchino eh…non sa che la soluzione è il gold standard…

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Non solo non sa quel che fa, ma neppure sa quel che dice.

    Il mondo è in acque ignote.

    Renzi non è un capitano all’altezza, e gli manca la obbligatoria esperienza.

    Ma non dispero.
    Nel baratro la salvezza.

  • Silvia Lidia Fancello
    Rispondi

    Sono totalmente ignorante in materia. Dott. Corsini, potrebbe per cortesia spiegare il problema in termini più semplici? Mi piacerebbe capire davvero. Può fare questo sforzo? Faccia finta di doverlo spiegare ad un pubblico di bambini.
    Grazie.

  • Matteo C.
    Rispondi

    Cerco di chiarire tre punti.
    1) Un esempio pratico che mi induce a ritenere scellerata la convenzione che prevede di considerare la spesa pubblica come elemento positivo del Pil. Se lo Stato assume un dipendente pubblico e per questo sostiene un costo annuo di 100.000 euro, quella somma viene considerata Pil, anche se la persona assunta passa tutta la giornata a non produrre alcunché. Questo è uno dei motivi (pretesti) per cui il taglio della spesa pubblica incontra tante resistenze. Ovviamente il motivo principale è che la spesa pubblica ha dei consumatori, i quali votano. Per questo è assai poco credibile l’idea di fare più deficit oggi a fronte dell’impegno a correggere i conti in un non meglio precisato medio periodo. Perché il momento buono per tagliare la spesa non arriva mai per chi ragiona in quel modo (e in Italia è quanto mai evidente).
    2) Anche quando ammettono che la spesa pubblica andrebbe ridimensionata, gli statalisti (keynesiani) fanno dei distinguo: tagliare la spesa improduttiva e non quella per investimenti. Chiedono anche di non considerare la spesa per investimenti nel calcolo del deficit pubblico, di fatto volendo cambiare nome alla realtà. Qui i problemi sono due: 1) la definizione di investimento è stabilita a livello politico; 2) lo Stato non ha un track record particolarmente invidiabile come efficienza nel fare investimenti (tempi che si allungano, costi che si moltiplicano, corruzione che dilaga). C’è chi si ostina a sostenere che sia un problema di persone. In parte certamente lo è, ma si tratta di fenomeni che si verificano ovunque, seppure in forme più o meno accentuate. E ciò detto, perché deve essere lo Stato a decidere quali investimenti fare?
    3) Su deficit e debito in rapporto al Pil. Quando lo Stato spende più di quello che incassa con la tassazione, genera un deficit, che finanzia indebitandosi. Il deficit di un anno si aggiunge al debito accumulato negli anni precedenti. Per stabilizzare il rapporto tra debito e Pil è necessario che la crescita nominale del Pil (data dalla somma tra crescita reale e inflazione dei prezzi al consumo) sia pari alla spesa per interessi sul debito pubblico in presenza di un avanzo primario pari a zero, ossia di un bilancio in pareggio al netto della spesa per interessi sul debito pubblico. Dato che nel 1992 (anno di sottoscrizione del Trattato di Maastricht) la crescita potenziale del Pil reale era stimata al 3% annuo (altro non era che un trend medio di lungo periodo) e l’obiettivo di inflazione dei prezzi al consumo era il 2% (ossia quello che prevaleva più o meno esplicitamente in Germania), si fissò il limite del deficit al 3% del Pil, che in presenza di un tasso di interesse reale del 3% avrebbe stabilizzato il debito pubblico in rapporto al Pil, ammesso che, al netto della spesa per interessi, il bilancio fosse in pareggio. Il limite del debito fu fissato al 60% perché quello era il livello prevalente all’epoca (in Italia era già attorno al doppio). E’ chiaro che se la crescita reale (nominale) del Pil è inferiore alla spesa reale (nominale) per interessi, per stabilizzare il rapporto tra debito e Pil è necessario un avanzo primario, ossia una differenza positiva tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi. Questa è la situazione in cui versa l’Italia fin dal 1992. Per ridurre il debito è anche possibile vendere pezzi di patrimonio (in parte è stato fatto con le privatizzazioni), ma per lo più si è cercato di fare avanzi primari. Per fare avanzo primario si può aumentare la tassazione e/o ridurre la spesa. In Italia è evidente che si è percorsa la prima strada e, come accennavo prima, una delle giustificazioni è stata che tagliando la spesa diminuisce il Pil. Ciò è aritmeticamente vero nell’immediato, ma il problema è che la tassazione rende ormai asfittica l’economia italiana, per cui l’idea di ridurre il debito in rapporto al Pil facendo avanzi primari guidati dall’elevata tassazione è irrealistica, oltre che indesiderabile. E quando Padoan (e non solo lui) afferma che la strada maestra è far crescere il denominatore, ovvero il Pil, dice una cosa al tempo stesso banale e irrealistica, dato il carico di tasse e burocrazia che sopporta chi produce ricchezza reale in Italia. E non è facendo finta che ciò che viene definito “investimento pubblico” non costituisca deficit se è finanziato in deficit che si cambia la realtà.
    Spero di aver chiarito almeno in parte.

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