In Anti & Politica, Economia

italia_germaniaDI MATTEO CORSINI

“La logica di vincolare gli altri governi non convince perché si basa sulla costruzione ideologica dell'”azzardo morale”, cioè della sfiducia negli altri, che a sua volta alimenta pregiudizi di sfiducia e soprattutto toglie dalle scelte comuni ogni riflessione di sostanza politica. Alla radice c’è sia un deficit di solidarietà, sia un errore di comprensione storica della crisi. Le argomentazioni tedesche si reggono in particolare sul presupposto di negare che ci sia una responsabilità, condivisa da tutti i paesi, nell’aggravarsi della crisi. Il metodo è la falsificazione della realtà storica. D’altronde, quando la Bundesbank fa previsioni di crescita che poi deve dimezzare, addomestica quelle dell’inflazione, e nega la necessità di interventi per garantire la stabilità dei prezzi, racconta anch’essa una specie di “bugia collettiva” che i suoi interlocutori domestici vogliono ascoltare e che i suoi corifei rilanciano sui media di Francoforte. Purtroppo la negazione della realtà o l’esercizio consapevole di una “bugia collettiva” fanno parte della storia più buia del Novecento europeo”. (C. Bastasin)

Carlo Bastasin sostiene che in Germania si stiano da tempo raccontando “bugie collettive” e ricorda che quell’esercizio fa parte della storia più buia del secolo scorso, evidentemente riferendosi al metodo di propaganda di Goebbels durante il periodo nazista.

A dire il vero a me pare che, se di “bugie collettive” si può parlare, il fenomeno non sia confinato alla sola Germania. Bastasin parla, infatti, di falsificazione della realtà, ma non riesce ad andare oltre la trita e ritrita lamentazione sul “deficit di solidarietà” a livello europeo. Per di più contestare le previsioni della Bundesbank quando le stime di crescita che i governi italiani mettono nei Documenti di economia e finanza sono sempre clamorosamente ottimiste è grottesco.

L’idea che i tedeschi debbano allentare la politica fiscale, andando in deficit (o allargandolo) per fare un favore ai partner europei – soluzione auspicata più o meno da tutti i keynesiani a sostegno del rilancio della domanda aggregata – e che se non lo fanno sono “cattivi” ed “egoisti”, è debole.

E’ senza dubbio vero che un decennio fa, quando la Germania era in crisi, allargò temporaneamente il deficit pubblico, approfittandone però per fare quelle riforme che in sei anni di crisi ancora stentano ad arrivare nella periferia dell’Area euro. Ed è altrettanto vero che in quel periodo i Paesi periferici dell’Area euro sostenevano la domanda, peraltro indebitandosi. Ma l’aumento della domanda finanziata mediante debito posta in essere dai Paesi periferici durante quel periodo non era teso a “solidarizzare” con i tedeschi, bensì ad approfittare di tassi di interesse storicamente mai così bassi in quei posti per anticipare consumi che qualcun altro in futuro avrebbe dovuto pagare.

E’ anche abbastanza ingenuo pretendere che qualcuno debba porre l’interesse altrui dinnanzi al proprio; e questo vale sia a livello individuale, sia a livello continentale.

Per di più l’azzardo morale non è una costruzione ideologica, ma un fenomeno tra i meno controversi in economia.

In Italia (ma anche altrove) si continua a parlare a sproposito di austerità negando l’evidenza, ossia che di austero nelle politiche fiscali dei governi che si sono succeduti anche negli ultimi anni non vi è nulla. Non credo, infatti, che ogni tipo di politica fiscale restrittiva debba essere considerata sinonimo di austerità. La vera austerità consisterebbe in aggiustamenti dei conti pubblici operati mediante tagli strutturali di spesa, mentre in Italia ha sempre prevalso e continua a prevalere l’aumento delle entrate, ossia delle tasse.

Anche il recente calo del costo del debito pubblico è stato sfruttato per rinviare sine die tagli di spesa, nonostante il presidente del Consiglio strombazzasse al suo insediamento proclami di tagli anche superiori a quelli allora prospettati dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, (a sua volta indotto a tornarsene al FMI).

Non intendo certo negare che anche la Germania abbia responsabilità nell’aggravarsi della crisi, ma continuare a lamentarsi e a pretendere che siano altri a risolvere i problemi dell’Italia non porta da nessuna parte. Fa fare solo la figura degli accattoni.

Recent Posts
Comments

Leave a Comment

Start typing and press Enter to search