In Anti & Politica, Economia

KeynesDI MATTEO CORSINI

“La Grande Depressione, possiamo dire, ebbe un’origine complessa. Il consenso oggi vede la GD come il portato di una “convenzionale” svolta recessiva del ciclo, che degenerò perché aggravata dal crollo di Borsa e soprattutto dalla crisi del sistema bancario. Di fronte ai fallimenti dei clienti il sistema bancario non fa più prestiti, e toglie l’ossigeno del credito a un’economia già in crisi. Le banche si chiusero a riccio, molte fallirono e l’intera attività economica si accasciò come un atleta stremato. Venne a nudo la fragilità del sistema bancario, poco vigilato ex ante e poco aiutato (da una Banca centrale alle prime armi) ex post. E dietro alle spiegazioni teoriche e a quelle istituzionali aleggia quel deus ex machina delle crisi finanziarie: l’instabilità dei mercati e dei comportamenti umani, la tendenza della cupidigia a nutrirsi di se stessa, la tendenza dell’homo sapiens (il “sapiens” non è sempre meritato) a esaltarsi nelle spirali di una ricchezza cartacea spingendo la speculazione fino al punto d’insostenibilità, per poi disperarsi nelle spire di una ricchezza distrutta”. (F. Galimberti)

Fabrizio Galimberti dedica una puntata delle sue domenicali lezioni di economia per i giovani lettori del Sole 24 Ore alla Grande Depressione. Stranamente in tutto l’articolo non cita Keynes, ma l’impostazione keynesiana non viene certo meno. Infatti, benedice la spesa pubblica del New Deal come passaggio determinante per uscire dalla depressione.

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Ovviamente c’è spazio anche per attribuire al gold standard una parte di colpa (la moneta non sarebbe abbastanza “flessibile”, eufemismo per dire che non se ne stampa abbastanza), finendo però per cadere in contraddizione quando parla di crisi del sistema bancario. Soprattutto, non riesce a fare di meglio che tirare in causa l’instabilità dei mercati e la cupidigia umana come cause ultime della crisi.

Il fatto è che il gold standard c’era anche in occasione delle crisi precedenti la grande depressione, e lo stesso può dirsi della cupidigia umana. In occasione delle crisi precedenti, però, il sistema della riserva frazionaria era meno sviluppato, perché non c’era una banca centrale (o era ancor più “giovane” rispetto al periodo della Grande Depressione) a istituzionalizzare il cartello bancario. Se una banca espandeva il credito emettendo banconote e creando depositi in eccesso delle proprie riserve auree correva il serio rischio di incorrere in una corsa agli sportelli.

Anche se l’ideale sarebbe vietare la riserva frazionaria in quanto moltiplicazione del diritto di disporre a vista della stessa somma di denaro, in un gold standard “puro” e senza l’intervento di un prestatore di ultima istanza (ruolo svolto dalla banca centrale) è il rischio di incorrere nella corsa agli sportelli a fungere da freno per le singole banche all’emissione di mezzi sostitutivi (oggi per lo più depositi) in eccesso delle riserve auree.

Durante i “ruggenti” anni Venti, a differenza delle crisi precedenti, l’espansione del credito “vigilata” dalla Fed determinò una distorsione al ribasso dei tassi di interesse senza precedenti, e senza precedenti fu anche l’aumento del credito/debito.

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Galimberti sostiene che “l’intera attività economica si accasciò come un atleta stremato”, omettendo di specificare che quell’atleta era da tempo pesantemente dopato.

In definitiva, parlare di tendenza dell’uomo a “esaltarsi nelle spirali di una ricchezza cartacea” senza spiegare da dove veniva la “benzina” per alimentare quell’esaltazione collettiva non credo sia di grande aiuto a chi vuole capire qualcosa della grande depressione e anche della crisi degli ultimi anni.

Ma quando l’economia viene letta attraverso lenti keynesiane, non ci si deve stupire di nulla.

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Commenti
  • Alessandro COLLA
    Rispondi

    Affermare che il sistema bancario fosse all’epoca poco vigilato e poco aiutato significa produrre una falsificazione storica ad uso dei babbei e degli analfabeti.

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