In Anti & Politica, Economia

onda_debitoDI MATTEO CORSINI

“Tra il 2007 e il 2013 il debito medio nell’euro area è aumentato di 30 punti di Pil ed è ora al 95% del Pil. Non è un livello assoluto alto se confrontato con Usa e Giappone. Ma il fatto che la governance europea sia caratterizzata da una politica monetaria unica e politiche di bilancio decentrate rende la crescente diversità dei livelli di debito da Paese a Paese un problema per la stabilità interna dell’euro area”. (C. Bastasin)

Carlo Bastasin è uno dei tanti sostenitori del “serve più Europa”. Anche se cerca di utilizzare argomentazioni tecniche, dietro il velo della retorica si arriva sempre al solito punto: il “più Europa” finirebbe con l’equivalere a “più redistribuzione” su scala europea, cosa che è di per sé discutibile, e lo diventa a maggior ragione quando a perorare cause del genere sono persone che vivono in Stati ingolfati di debito.

Bastasin sostiene che

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È importante avere chiare le cause che hanno provocato l’aumento del debito. Secondo dati del Fondo monetario, un terzo dell’aumento del debito è dovuto agli aiuti pubblici alle banche.
La parte preponderante dell’aumento di debito dovuto alla crisi, quasi il 60%, è invece conseguenza della spesa per interessi provocata dalla crisi stessa. Solamente il 4% dell’aumento totale del debito è dovuto a disavanzi primari di bilancio più alti di quanto era consigliabile secondo le regole della governance economica. La regola non scritta del “moral hazard”, cioè il timore che i governi abusino dei margini di bilancio in violazione delle regole, è cioè smentita dai fatti. I 18 governi si sono comportati dal punto di vista fiscale in modo molto più virtuoso di quanto tendiamo a credere. Con le buone o con le cattive, durante la crisi la regola del “fare i compiti di casa” è stata internalizzata.

Se la maggior parte dell’aumento del debito (nei Paesi periferici) è riconducibile all’incremento della spesa per interessi, occorre chiedersi perché essa si sia verificata. Se allo scoppio della crisi si fosse stati in presenza di debiti e/o deficit contenuti, non si vede per quale motivo ci sarebbe dovuto essere un andamento divergente nei tassi di interesse sul debito pubblico tra Paesi periferici e Germania.

Ciò detto, la regola del “moral hazard” non è affatto smentita dai fatti. I fatti dicono che negli anni precedenti la crisi, quando il debito dei Paesi periferici era prezzato quasi allo stesso livello di quello tedesco, nei Paesi periferici si è lasciata correre la spesa pubblica (avendo meno interessi da pagare) invece di riportare stabilmente sotto controllo i conti riducendo l’intermediazione statale nell’economia.

I fatti dicono anche che se non c’è stato (o è stato limitato) moral hazard nel mezzo della crisi è perché la disciplina fiscale è stata ottenuta “con le buone o con le cattive”, come riconosce lo stesso Bastasin. Avrei capito, tra l’altro, se avesse sottolineato che il rigore riservato ai Paesi periferici non è stato utilizzato nei confronti della Francia, il cui deterioramento nei conti pubblici prosegue da anni senza che arrivino veri strali da Bruxelles o da Berlino.

Dopo aver ricordato il ruolo (a suo dire) positivo svolto dalla Bce, Bastasin arriva al cuore del “serve più Europa”, ossia una politica di bilancio comune.

Resta interamente scoperto l’impiego della politica di bilancio per il necessario sostegno della crescita e per una gestione non traumatica dell’eccesso di debito pubblico e dei suoi effetti asimmetrici sui Paesi. Se si vuole ridisegnare una governance economica europea per il futuro bisogna ripartire da una politica di bilancio comune per l’euro area. Gli eurobond non sono una prospettiva realistica.

L’impostazione è quella tipicamente keynesiana che vede nell’utilizzo del bilancio pubblico un propulsore di crescita economica. Non entro nel merito, avendolo fatto in tante altre occasioni. Bastasin riconosce che gli eurobond non sono una prospettiva realistica perché la Germania, il cui debito pubblico in rapporto al Pil potrebbe diminuire nei prossimi anni, finirebbe per avere una quota minore di flussi in entrata rispetto alla garanzia apportata al debito in comune.

Il fatto è che qualsiasi soluzione “solidaristica” porta alla stessa conclusione. Basta leggere il passaggio successivo.

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Affiancare alle politiche di bilancio nazionali una politica fiscale per l’euro area potrebbe risolvere il problema. Per esempio ponendo un obiettivo di riduzione del rapporto debito/Pil al 60% per l’euro area nel suo insieme, l’area rimarrebbe la più stabile del mondo, ma i Paesi più indebitati avrebbero margini comodi di aggiustamento più graduale e con minore impatto restrittivo. L’offerta di titoli pubblici, essenziali al funzionamento del sistema finanziario, non scomparirebbe. Si avrebbero benefici in termini di stabilità, di equità e di crescita.

Queste affermazioni di Bastasin fanno semplicemente a pugni con la realtà. Partendo da un debito medio pari al 95 per cento del Pil, se si ponesse l’obbiettivo del rientro al 60 per cento a livello medio e non di singolo Paese si costringerebbe comunque chi ha meno debito a rientrare più velocemente di chi ne ha di più. In sostanza, la minore restrizione di chi ha accumulato più debito in passato andrebbe a discapito della maggiore restrizione di chi ne ha accumulato meno. Come questo possa essere definito “equo”, francamente mi sfugge.

Un’ultima considerazione: sostenere che l’offerta di titoli pubblici “non scomparirebbe” è per lo meno ridicolo. Il riferimento è alla Germania, che in effetti, se proseguisse il trend in atto, non avrebbe nei prossimi anni un’offerta netta positiva per via di un deficit annuo sostanzialmente azzerato. Ma questo non significa che non ci sarebbe un’offerta lorda per rifinanziare (in larga misura) il debito che giunge a scadenza.

Se si arriva ad avere il timore che non ci sia abbastanza nuovo debito pubblico in offerta, secondo me si dovrebbe riflettere seriamente se si abbia coscienza della realtà.

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  • Corto26
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    Egr. Sig. Corsini, apprezzo la Sua competenza ed ancora maggiormente il Suo impegno didattico ma, passo dopo passo, siamo arrivati ad una situazione talmente ingarbugliata da non poter più trovare il bandolo della matassa. Una delle poche certezze rimaste è che il club degli “esperti” in materia economica ha preso una deriva tecnicistica che sarebbe invidiata persino dagli aristocratici maestri di formalismo della Camarilla madrilena. Questi autoreferenziali soloni s-ragionano di economia basandosi su presupposti teorici assiomatici e con frasi zeppe di “ceteris paribus” vorticando su sé stessi come danzatori dirvisci per giungere a conclusioni “dotte e sentenziose” completamente separate dalla vita “economica” reale. A parziale discolpa della categoria vorrei aggiungere che, purtroppo, il fenomeno dell’ elitismo (e forse anche segreto etilismo) sta esplodendo in molti altri ambiti sociali e culturali. Formalismi, tecnicismi ed individualismi sono sempre più norma in politica, tanto per fare un esempio. Quando l’orologio del “castello” (politici, banchieri, burocrati, intellettuali ecc) batte un tempo diverso (e divergente) da quello della gente (operai, artigiani, produttori) la struttura spazio-tempo si deforma e si sclerotizza. Forse che la luce in fondo al tunnel di montiana memoria sia l’occhio del ciclone di riallineamento?

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