In Economia

amazonDI REDAZIONE*

Amazon cambia il sistema con cui paga le tasse in Europa, piegandosi alle pressioni di tanti governi europei nonché dell’esecutivo dell’Ue contro i sistemi fiscali agevolati basati su accordi con alcuni paesi europei particolarmente generosi con i gruppi internazionali e su complesse strutture di controllate dove confluiscono i guadagni.

Il New York Times la definisce una prima vittoria dell’Europa nella “guerra in corso” tra il nostro continente e le tech companies americane e una mossa, da parte di Amazon, che rischia di aumentare la pressione sulle altre aziende a stelle e strisce, che potrebbero trovarsi costrette a seguire le sue orme.

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Il colosso del commercio elettronico comincerà infatti a pagare le tasse nei singoli paesi europei dove opera, e non più a incanalare, come ha fatto finora, i proventi delle sue vendite attraverso la controllata in Lussemburgo, dove Amazon, come diversi altri gruppi internazionali dell’hitech, ha stabilito la sua sede europea, garantendosi un regime fiscale vantaggioso.

Diversi paesi europei hanno attaccato le strategie dei colossi americani – non solo Amazon, ma anche Google o Apple – e le loro complicate strutture di società controllate che permettono di abbattere notevolmente le tasse che pagano nei singoli paesi europei in cui sono attive e di ricadere nei regimi fiscali dei “paradisi”.

Anche la Commissione europea ha preso di mira queste pratiche e messo sotto inchiesta in particolare gli accordi negoziati da Apple e Amazon con i paesi Ue in cui hanno stabilito la sede (rispettivamente, Irlanda e Lussemburgo) per capire se tali accordi equivalgono ad aiuti statali illegittimi, in quanto creano per loro uno sleale vantaggio competitivo, grazie a significativi sgravi fiscali.

Questo mese Amazon ha reso noto di aver cominciato a riportare le revenues che genera dalle attività in Gran Bretagna, Germania, Italia e Spagna. Fornendo il dettaglio dei guadagni in questi singoli paesi europei, il colosso americano dell’e-commerce diventa suscettibile di maggiori imposte in queste nazioni, anche se potrebbe ancora riuscire a ridurre il suo carico fiscale tramiti complessi meccanismi di contabilità.

Amazon ha riportato una crescita del 14% delle sue revenue europee a 13,6 miliardi di euro nel 2013 (l’anno più recente per il quale sia disponible questo dato).

“Modifichiamo continuamente la struttura del nostro business per poter servire al meglio i nostri clienti”, ha fatto sapere Amazon aggiungendo che i cambiamenti nel modo di rendere noto il fatturato delle attività europee sono stati avviati già due anni fa e non dipenderebbero dalle pressioni dei politici europei sulle tech companies americane perché paghino le tasse in misura proporzionale al business che generano nel Vecchio Continente.

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Tuttavia i cambiamenti ora ufficialmente comunicati secondo il New York Times sono destinati ad aumentare la pressione sulle altre tech companies statunitensi che incanalano la maggior parte dei loro guadagni europei in paesi con regimi fiscali molto favorevoli, dall’Irlanda ai Paesi Bassi. In Uk, il ministro delle Finanze George Osborne ha già ottenuto l’entrata in vigore della cosiddetta Google Tax, che impone un prelievo del 25% sui profitti inglesi di alcune aziende internazionali, mentre l’Irlanda ha annunciato l’anno scorso una modifica alla sua legge che permette il sistema di chiamato “Double Irish”, molto usato dalle tech companies per ridurre le tasse che pagano sulle attività internazionali e che sarà gradualmente vietato.

TRATTO DA QUI

*Non penso esistano vie d’uscita dall’inferno fiscale che si è conclamato in Italia e si sta rafforzando in Europa. La ragione ha torto vien da dire, non vale alcun buon senso, non c’è verso per invertire la rotta, ha vinto la cultura dell’odio fiscale, dell’invidia, del rancore. La libertà pare essersi trasformata in un ornamento intellettuale, giusto da usare per qualche citazione forbita sui giornali e nei talk show. (Dir.)

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Showing 7 comments
  • Liberalista
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    Se questo contribuisce a far crolare tutto prima… meglio così.
    Si salvi chi vuole (non ho scritto “chi può”, perchè tutti possono, se vogliono).

    E chi non apre gli occhi in tempo, peggio per lui.

  • Liberalista
    Rispondi

    * crollare… non crolare, pardòn

  • Alessandro COLLA
    Rispondi

    Che tutti possano se vogliono non lo credo. Ma molti non vogliono proprio e si trascinano dietro quelli che vorrebbero e magari non possono (minori, invalidi, anziani, impoveriti dal fisco o dalla malagiustizia o dalle legislazioni idiote, ingenui che hanno aiutato chi non meritava, eccetera). Non so chi si salverà ma è ora di indicare precise strade di salvezza. Quella dei bitcoin è una? Forse no? Ci sono altre strade? Ci sarebbe quella della resistenza fiscale ma quasi tutti hanno comprensibilmente timore a praticarla Visco che (pardon “visto che”) c’è sempre qualche autorità (ma no, si dice “authority”!) pronta al sequestro deelle proprietà, anche se queste fossero le abitazioni di residenza. Il voto o il non voto non servono. Il primo sarebbe utile solo con la presenza di una lista automaticamente libertaria che fosse in grado di raggiungere ampi consensi. Il secondo ci serve per sfogo personale ma anche se va avotare lo 0,1% della popolazione (in pratica solo i candidati) le elezioni sono valide comunque. E anche se non fossero valide, il ruolo di supplenza verrebbe comunque assunto da un ente monopolista non scelto e non negoziato con i singolo cittadini. Birindelli, nel suo ultimo libro, offre qualche suggerimento. E’ praticabile?

  • Alessandro COLLA
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    Non so se ce la farò a esserci al decennale del Movimento Libertario. La sera prima, sabato 27 giugno, pioggia permettendo, sono in scena all’anfiteatro Castiglion Gabiino con “La Biblioteca” di Wedekind. Anche qui, a proposito di salvezza, si “salvi” chi può. La maggior parte degli attori vuole il sussidio pubblico e secondo loro io sarei un fesso a non richiederlo per principio. Per salvezza intendo quello che auspichiamo in molti (o forse in pochi): Il progressivo abbandono della mano pubblica sulla vita delle persone, la fine della tirannia fiscale e del debito causato da altri contro la mia volontà, la possibilità di svolgere mansioni senza vincoli idioti. Non sarebbe ancora una società senza stato ma sarebbe già qualche cosa.

  • Liberalista
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    Non so cosa intendano gli altri, ma io per salvarmi intendo: evadere ed eludere il fisco il più possibile, per mettere da parte un gruzzolo ben nascosto, magari comprando monete e lingotti d’oro (o quant’altro possa essere utile ad avere una riserva di valore quando crollerà tutto il sistema delle monete fiat); acquistare con una parte del sudato risparmio un rifugio lontano (ma va bene, temporaneamente, anche un camper medio-grande intestato a chi non ha reddito e non è nel mirino del fisco); trovare un metodo di incremento del proprio capitale, lontano da stati e banche (ce ne sono diversi, ognuno scelga ciò che più gli aggrada); imparare qualche lingua straniera, un po’ di programmazione, uso delle armi e degli strumenti di difesa e anche,se possibile, un minimo di rudimenti di coltivazione e allevamento. Potrebbero tornare utili se le cose dovessero volgere al peggio.

    D’altronde credo sia palese che la domanda da porsi non è SE la civiltà nella quale viviamo crollerà, ma QUANDO. Se la storia insegna qualcosa, è proprio il fatto che tutti gli imperi e le civiltà hanno una nascita, uno sviluppo, una decadenza ed una morte. Sul fatto che il nostro sistema si trovi nella fase della decadenza mi pare non ci siano dubbi.
    Quindi chi si intestardisce a pensare che tanto non succederà nulla, che tra 20 o 30 anni prenderà la sua pensioncina INPS; che i soldi che sta mettendo in banca, investendo in BOT o perfino mettendo sotto al materasso sono al sicuro; che l’Italia è un posto sicuro in cui non succederà nulla di brutto; che i suoi figli è bene che si facciano tutta la trafila della scuola (pubblica o privata non fa differenza in Italia, visto che comunque è tutta sotto controllo ministeriale) perchè poi troverà più facilmente un lavoro “stabile”; che continua ad andare a votare pensando che ci sia qualche “meno peggio” che limiterà i danni; ecco… chi pensa tutto ciò è giusto che ne paghi le conseguenze in prima persona.

    Sono catastrofista? Può essere, ma se anche dovessi avere torto (e ne dubito) avrò comunque imparato cose diverse e messo da parte un gruzzoletto.

    • Liberalista
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      E’ questo che non sappiamo: il quando accadrà. E siccome non lo sappiamo è bene essere pronti prima possibile.

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