In Anti & Politica, Economia

scuola_universitaDI MAURO GARGAGLIONE

Il Sole24ore: “Perché l’Italia ha un gran bisogno di laureati in discipline scientifiche ma non riesce a ‘produrne’ abbastanza”. Che un paese possa aver bisogno di laureati in particolari discipline è una bestialità che può essere affermata solo da un collettivista, cioè da un cretino nel campo delle scienze sociali. Dato che solo l’individuo pensa, prova emozioni, ha ambizioni, rischia, desidera, solo l’individuo può avere bisogno di imparare qualcosa (che poi l’università italiana sia il posto migliore per farlo ne dubito). Il solo pensare in termini di un paese che ha bisogno di laureati in particolari discipline invece che in termini di individui che hanno bisogno di imparare determinate cose per poter esprimere a loro individualità, è indice di una mentalità totalitaria non diversa, nei suoi schemi collettivisti di base, da quella nazista o sovietica. [Giovanni Birindelli]

La penso nello stesso identico modo. Se lo Stato esce dall’economia, dal mercato del lavoro, dal monopolio dell’istruzione con tanto di pezzo di carta avente titolo legale, dalla pianificazione finanziaria attuata coi soldi dei contribuenti e si limita a garantire il rispetto dei contratti volontariamente sottoscritti, le persone si indirizzeranno autonomamente verso le materie di studio che riterranno più adatte a sè.

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Negli Stati Uniti non ci sono tanti studenti in nanotecnologie o bio-scienze perchè si trova il posto di lavoro, ma esistono tantissime aziende di nanotecnologie o bio-scienze che offrono opportunità perchè l’economia e l’istruzione sono molto più libere che non da noi. Ma questo, nelle capocce di socialcomunisti, socialfascisti e sociallibbberali che dominano questo scarsissimo paese, non entrerà mai e poi mai.

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  • Albert Nextein
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    Però io posso dire che ci sono troppi avvocati, troppi commercialisti, troppi medici, troppi laureati senza futuro.
    E posso dire che vedo fior di artigiani che , per l’età, cesseranno la loro attività senza nessun giovane cui trasmetterla.
    Da noi frequentare scuole professionali, tecniche è quasi una seconda scelta.
    La maggioranza ai licei o a ragioneria e Ist.per geometri.

    E ne consegue che molti emigrano, altri sono disoccupati o sotto-occupati.

    Dopo la scuola, c’è la clientela, il favoritismo, la parentela, la corruttela.
    Il merito non esiste, in italia.
    Altrimenti si è a spasso o si emigra.

    Questo è l’andazzo medio delle cose.

    E la situazione rimarrà ingessata così .

    I giovani non hanno futuro in italia.
    Se lo sono bevuto e mangiato, anche a debito, i sessantottini.

  • Antonio Abate
    Rispondi

    Le parole di Birindelli (di cui peraltro condivido la battaglia intellettuale contro il positivismo giuridico) hanno la forza e la capacità di ridestare un sussulto di dignità in chi come me ha scelto una formazione umanistica per passione e senza pretese di posti fissi da parte dello stato. Tuttavia, mi chiedo: e se riformulassimo la frase del Sole in “il mercato ha un gran bisogno di…”? Garaglione chiede di lasciar decidere al mercato e scaglia ancora una freccia contro il valore legale del titolo di studio ed ha tutto il mio supporto balistico. Ma, anche qui mi chiedo se la battaglia contro il valore legale, seppur sacrosanta, sia quella decisiva. Perchè se bisogna lasciar decidere al mercato non bisogna dimenticare che nel mercato lo Stato occupa uno spazio sproporzionato, nella stessa misura in cui il numero di iscritti e laureati in discipline umanistiche è sproporzionato rispetto a quelle scientifiche. Perchè è nella contrapposizione tra facoltà umanistiche e scientifiche che poi da più parti si vuole ridurre tutta la questione. Il Paese ha bisogno di laureati in materie scientifiche, reclama il Sole 24. Ma lo stato non ha tanto bisogno di laureati in chimica quanto di laureati in giurisprudenza in economia e commercio! Ogni Stato ha storicamente avuto bisogno di burocrati, di controllori, di legiferatori, di redattori di circolari, di revisori contabili, di insegnanti che propagandassero l’ideologia di Stato, di cosiddetti servitori dello Stato che controllassero e alla bisogna vessassero i veri servi, ossia i produttori di ricchezza reale. Quindi lo Stato nella sua marcia di espansione ha falsato la domanda ingrossando le fila dell’esercito degli “umanisti”. A questo va aggiunto l’indotto costituito da tutti i liberi professionisti (avvocati, commercialisti ecc.) cui i cittadini comuni debbono rivolgersi per difendersi dai burocrati. In più c’è stata la collettivizzazione dell’istruzione e della sanità. Anche qui si sono inflazionate professioni che un tempo godevano di un prestigio economico e sociale oggi in progressiva erosione. Ma lo Stato, ironia della sorte, riesce ad arruolare ideologicamente tra le sue schiere anche coloro ai quali non riesce a garantire un posto fisso! Costoro infatti, ed è cronaca recente, non potranno sfogare la loro frustrazione in altro modo se non chiedendo più Stato e più spesa!
    La responsabilità maggiore dello Stato quindi non sta tanto nell’imposizione del valore legale del titolo di studio, quanto nell’essere il più grande datore di lavoro sul mercato.
    Non mi soffermo poi sul fatto che le facoltà umanistiche siano un serbatoio mai esausto di inflessibili censori del libero mercato. Insomma, detto da un reduce di una facoltà umanistica, ho un po’ paura della gente che esce di lì. Ne ho molto meno degli ingegneri e dei nanotecnologi.

  • Alessandro COLLA
    Rispondi

    Credo che Gargaglione (e non Garaglione) si scagli contro il valore legale del titolo di studio proprio per la sua natura statalistica. Eliminando il valore legale forse non si risolverebbero tutti i problemi ma sarebbe un buon primo passo per iniziare a liberare il mercato dalle catene nelle quali è avvinto. Purtroppo conosco molti ingegneri che sono convinti che senza lo stato non si potrebbero costruire strade, ponti e gallerie. Uno di loro si lamentava perché Berlusconi non nominava il ministro per lo sviluppo economico, un doppione rispetto al ministero dell’economia. Per lui era importante una poltrona in più, una scorta in più, unìautomobile di servizio con annessi autisti in più, una scorta in più… A spese di tutti, anche dell’ingegnere in questione. Il problema è che in tutti gli ordinamenti scolastici si dovrebbero insegnare le basi dell’economia e della filosofia del diritto. Gli operatori di un’istruzione libera non tarderebbero a rendersene conto. Gli operatori della scuola statale (parlo dei vertici, ovviamente, non nella pletora di insegnanti analfabeti che la repubblica ci propina) se ne sono già resi conto ed è per questo che evitano che gli insegnamenti siano finalizzati ad aprire la mente. Ai loro scopi sono più funzionali le ottusità platoniche e i tentennamenti aristotelici piuttosto che il pensiero libero di Gorgia, Democrito, Epicuro e Zenone di Scizio. Chi erano costoro, vero studenti? vero insegnanti?

  • Antonino Trunfio
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    Da ingegnere (consulente di direzione libero professionista) e da professore a contratto al Politecnico di Milano, ho avuto conferma in 30 anni di carriera che a cominciare dai piani di studio delle facoltà (mi limito a ingegneria che conosco) la pianificazione centrale è fonte solo di guai, limitazioni, errori, e alla fine di quello che viene lamentato : l’università è lontana dal mondo del lavoro !!

  • Ari
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    Perdonate l’ignoranza; qualcuno mi spiega esattamente cosa si intende per “abolizione del valore legale del titolo di studio”?
    Grazie e cordiali saluti!

  • nlibertario
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    Da laureato in materie scientifiche, ma con la passione per gli studi umanistici, non posso che concordare su quanto scritto dall’autore. Credo che queste diatribe tra chi garantisca maggiore “sicurezza” sia fallace appunto perchè sposta l’obiettivo sulla pagliuzza e non sulla trave che è l’ingombrante apparato statale. Per quanto riguarda la “ritenzione” della maggior parte degli studenti umanisti per il mercato credo che sia colpa soprattutto dei cattivi maestri che inculcano a loro le solite teorie trite e ritrite. Come ebbi modo di scrivere in un precedente commento è più facile che un umanista conosca Heidegger o Marx che Rothbard o Rand. E’ un problema non solo di mercato del lavoro ma anche di formazione. Tuttavia non è che nelle materie tecniche come Economia e Commercio le cose vadano meglio. Per quanto riguarda la mia esperienza posso dire che il 90% del programma si concentrava su contrapposizione Keynes/neoclassici e qualche accenno di monetarismo. Teoria Austriaca non pervenuta.

  • Alessandro COLLA
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    Abolire il valore legale dei titoli di studio significa eliminare il monopolio dell’attuale agenzia unica per l’accreditamento delle capacità e l’accertamento delle conoscenze culturali. In realtà non è facile definire il tutto perché nel nostro ordinamento la locuzione “valore legale” non compare per iscritto ma è esercitata de facto dall’agenzia che ha come ragione sociale la denominazione di repubblica italiana. Non credo che questa sia una spiegazione esauriente, spero possa essere quanto meno indicativa pur nella sua approssimazione. Altri più esperti, mi auguro vorranno aggiungere maggiori ed esaustivi elementi.

  • Ari
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    @ Alessandro.
    Mi hai dato l’idea. Da quello che dici, io capisco che col valore legale, il sapere o saper fare non basta, bisogna che lo Stato lo certifichi.
    Grazie mille e saluti!

  • Antonio Abate
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    Chiedo scusa a Mauro Gargaglione per averne storpiato il nome, confido che non si sia risentito. Così come credo che anche Zenone di Cizio, nella sua imperturbabile atarassia, non si sarebbe risentito per così poco.

  • Alessandro COLLA
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    Cizio, oggi Larnaca, si trova a Cipro che un tempo era di lingua fenicia. Sia Kypron (Cipro) che Kitiou (Cizio) si scrivevano con la lettera iniziale fenicia Kaph. Questa lettera quando viene scritta con il simbolo “)” si pronuncia gutturalmente; se a sinistra del semicerchio si trova un punto, diventa una cosiddetta consonante occlusiva velare sorda che la fonetica fenicia vuole pronunciata in “sh”. Forse è questo il motivo per il quale, sia pure in una sua personalissima interpretazione linguistica, gli appunti e le dispense del professor Gennaro Perrotta (insigne grecista de La Sapienza, nonché docente dei miei docenti) riportano la “esse” iniziale per indicare il luogo di nascita di Zenone. In effetti, quando quest’ultimo naccque, l’infame macedone mio omonimo non aveva ancora conquistato l’isola e pertanto il filosofo nasce di lingua fenicia. I testi più moderni, però, riportano tutti la dicitura Cizio con la pronuncia “chi” attica che in italiano è sempre stata translitterata in “ci” dolce. Un po’ perché è giusto considerare il fondatore della dottrina dello Stoà come appartenente alla storia del pensiero ellenico, un po’ per dimenticare che l’età avanza e che i miei riferimenti scolastici sono quelli afferibili a una persona scomparsa nel 1962, mi adeguo a quella che è probabilmente una giusta scrittura e pronuncia della città cipriota. Cizio, dunque. In fondo anche Cipro non la chiamiamo Chipro. Rimane il fatto che la maggior parte degli studenti non sia in grado di argomentare su stoicismo, atomismo, epicureismo e sulla scuola sofistica.

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