In Anti & Politica, Economia

SPERANZADI MAURO GARGAGLIONE

La polemica sui centri commerciali vs negozi classici nei centri abitati è un problema di retroguardia, roba obsoleta.

Se i centri commerciali hanno ammazzato il commercio dei negozietti, gli acquisti on line stanno già liquidando il centro commerciale, che credo si trasformerà in un’area gestita da privati in cui si trascorre il tempo libero (con tutti i vantaggi di efficienza, pulizia e sicurezza connessi alla gestione dei privati, finchè avranno interesse a farlo). Infatti non mi interessa parteggiare per l’una o per l’altra forma di commercio. Quello che mi interessa sottolineare è la forma mentis di chi difende il negozietto tradizionale che, non è casuale, è la stessa di chi accusa il commercio on line.

Non sto sostendendo che il CC è bello o è brutto, il negozietto nel centro storico è bello o è brutto, gli acquisti on line siano disumani o semplicemente stracomodi e convenienti. Ciò che mi infastidisce nei commenti dei difensori/accusatori di questa o quella modalità di fare shopping è che percepisco quel desiderio, ANCHE SE NON APERTAMENTE DICHIARATO, di Stato che metta dei freni, imponga delle regole, costringa qualcuno a fare qualcosa in un certo modo.

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Lo stesso Stato che manda questurini ai negozianti a elevare verbali per un listino prezzi che non si vede bene, o per aver sforato l’orario di chiusura, oppure a dare centinaia di multe per divieto di sosta, così che un paio di pantofole rischiano di costarti dieci volte tanto quelle che il corriere di Amazon ti consegna a domicilio, e cinque volte tanto quelle che ti compri in un CC con parcheggio abbondante, gratuito, coperto e video sorvegliato.

Tutta questa nostalgia del bel tempo degli arrotini, degli spazzacamini, delle modiste e delle mercerie, di quando c’era vero e amabile contatto umano, non desterebbe in me alcun fastidio se non fosse un subliminale desiderio di coercizione statale nei confronti di chi preferisce spendere i propri quattrini decidendo liberamente quanto spendere e da chi comprare. E decidendo con le sue scelte chi deve fallire e chi deve rimanere sul mercato!

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  • REXNATUS
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    NEL QUADRO COMMERCIALE – A MISURA LOCALE – è in atto UN CAMBIO DI CIVILTA’ – che segue passo passo – il cambiare dei tempi – questo significa che le nuove generazioni – non rappresentano piu il tourn over delle generazioni che scompaiono – ma questo perche’ le nuove generazioni hanno esigenze necessita e gusti completamente diversi – ma in maniera radicale – come in ogni rivoluzione culturale – il vecchio è superato – come cartina di tornasole – penso – al mio settore – la merceria – bistrattato in maniera totale – il perche è presto detto – si sono persi certi gusti e valori – del vestito fatto a mano – piuttosto che di un bel maglione o della bellezza di un bel ricamo – ma viene anche ignorato il valore intrinseco del sapersi cucire l’orlo dei pantaloni nuovi – il progresso suscita il consumo facile nei centri commerciali mentre sta gia’ schizzando l’occhio ai consumi piu’ emozionali , compulsivi e veloci – che solo la praticita di internet potra’ fornire – la propensione per un consumo immediato e sempre piu emozionale – non prevede piu i tempi tecnici della lenta realizzazione di un capo fatto a mano – ma evita anche l’imbarazzo dell’andare per negozi in cerca di – il bello poi si è trasformato in cio’ che la moda offre all’istante presente – sono saltati tutti i parametri e le esigenze – tutto – nell’attimo presente – divento obsoleto e superato – come faccio ad affermarlo con tanta sicurezza ? – la primaria ditta europea di filati per cucito , ricamo e maglia – compresi tutti i migliaia di aticoli a compendio – ebbene tale ditta un anno fa ha gettato la spugna – pur avendo tutte le armi per sopravvivere – ma non ne valeva la pena – restiamo noi – eroici negozianti di quartiere – a presidiare i nostri storici luoghi di socialita’ e di incontro – oramai privi di quel appeal che oggi odora solo di spritz –

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Io voglio poter scegliere se acquistare dal negozietto, nei centri o su internet.
    Chiunque tenti in ogni modo di limitare questa mia scelta , va a ridurre la mia libertà.

    • Mauro Gargaglione
      Rispondi

      Esattamente! Chi difende questo o quello non difende la libertà. Che è tale è solo se si è liberi di scegliere.

  • Evaristo
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    Credo che il vero libertario dovrebbe volere viapaolosarpizzare il paese.
    Inconsciamente fanno di più gli industriosi cinesi per la causa libertaria che non tutti i discorsi e le teorie economiche del mondo (imho).

    • Albert Nextein
      Rispondi

      I cinesi sono industriosi, ma vendono il medesimo ciarpame , tutti allo stesso modo.
      Almeno così appare dalle mie parti.
      Ristoranti con le stesse porcherie, negozi con gli stessi prodotti miserabili.
      Fanno la loro gara, e molti chiudono baracca.
      Io non acquisto dai cinesi, ma sono conscio che la maggior parte dei prodotti elettronici viene da aziende cinesi.
      Idem per altre merceologie, la cui qualità è alquanto discutibile.

      • Evaristo
        Rispondi

        Vero, ma anche i manufatti italiani degli anni del boom facevano spesso e volentieri schifo, solo che o non lo ricordiamo, o l’abbiamo rimosso, o ci siamo/hanno convinto del contrario.
        Sennò ad es. la Fiat come avrebbe fatto a vendere le sua cagate?

  • Giorgio
    Rispondi

    Io voglio poter scegliere se acquistare dal negozietto, nei centri o su internet.
    Chiunque tenti in ogni modo di limitare questa mia scelta , va a ridurre la mia libertà.

    o non hai le idee chiare, o non ti è chiaro il senso del post. l’autore del post afferma di temere che lo stato intervenga per salvare il negozietto dietro casa. bene, ma se ciò accadesse, non pensi che la tua libertà ne verrebbe arricchita? mettiamo che il negozietto sopravviva solo se lo stato lo aiuta, finché ciò avviene tu puoi decidere di fare la spesa in tre posti diversi, vale a dire il negozietto, CC e online. se lo stato chiude i fondi, il negozietto sparisce e ti restano solamente il CC e online. è chiaro che in questo caso lo stato dà maggior senso alla tua libertà, perché ti permette di fare acquisti in un posto che senza il suo aiuto chiuderebbe.

    • Spago
      Rispondi

      Giorgio se lo stato mi toglie i soldi e li da lui a qualcuno secondo le sue decisioni, io non posso più spenderli secondo le mie scelte personali. I soldi che lo Stato da al negozietto sono stati sottratti all’uso che ne avrei fatto io. Vengo penalizzato e con me viene penalizzato chi avrebbe avuto quei soldi da me, se avessi potuto spenderli secondo le mie preferenze. In questo modo la società non rispecchia più l’insieme delle preferenze individuali, ma le decisioni politiche statali. I negozi, i servizi, le professioni, i beni disponibili non sono quelli che le persone hanno scelto e “votato” con i loro acquisti sul mercato, ma quelli che burocrati e politici consentono. Non solo io non sono libero perché qualcuno mi priva dei miei soldi, ma non sono libero perché l’ambiente intorno a me viene alterato secondo i piani dello stato. Una società libera è fatta dalle libera interazione delle persone, su basi pacifiche e volontarie, lo Stato che le deruba e poi spende i loro soldi, violenta la società per darle una forma che essa non assumerebbe se non fosse per questa violenza. Come si sarebbero sviluppati e come si svilupperebbero tutti quei servizi che lo Stato avversa e ostacola per proteggere corporazioni, clientele e interessi costituiti? Di quali servizi potremmo usufruire? Lo Stato non ha immaginazione, teme la novità, e la contrasta perché l’innovazione tende a sfuggire al suo controllo, alla burocrazia, alla legislazione..

  • Giorgio
    Rispondi

    per quanti soldi lo stato venga a prelevarti dal conto in banca, non ti impedirà mai di accedere al consumo perché ciò significherebbe la fine stessa dello stato come lo conosciamo. quindi, se anche lo stato viene a prenderti un’inezia per tenere vivo un ramo dell’economia, è ben consapevole che ciò non porterà il cittadino (consumatore) alla fame. ma così facendo avrà salvato posti di lavoro e avrà aumentato la possibilità di scelta del consumatore stesso. viceversa, se il mercato fosse lasciato a se stesso i piccoli negozi sarebbero destinati a scomparire, come moltissime altre attività non essenziali, poiché questo è il trend che si sta verificando. è difatti impensabile che una piccola attività possa competere con un CC, il quale può giocare sui prezzi in virtù del suo potere di contrattazione. il governo che salva un piccolo negozio è un governo che mantiene la diversità, che mantiene in vita un settore importante dell’economia, che mantiene lavoro, che rinsalda la comunità e mantiene in vita le identità locali. il prezzo da pagare è un prelievo fiscale ad hoc?
    va bene, non ho nulla in contrario.

  • spago
    Rispondi

    Giorgio, tu non hai nulla in contrario, un altro sì. Perchè dovremmo decidere che tutti fanno come vuoi tu? perchè la tua scala di valori, priorità, desideri, deve essere la scala di tutti? perchè tu sei più bello degli altri?

    Nel tuo film io ho cento euro, ci sono un negozietto, un centro commerciale e Amazon, io decido dove spendere e sono libero. Se il negozietto chiude ho una scelta in meno, se lo Stato lo tiene aperto ho una scelta in più.

    Però io ho cento euro, ma prima ne avevo duecento. Lo Stato me ne ha presi cento e li ha dati al negozietto, che così sta aperto. Se non me li avesse presi io li avrei spesi, ma magari non nel negozietto. Allora non avrei il negozietto, ma ciò che avrei finanziato con gli ulteriori cento euro. Lo Stato ha eliminato l’alternativa che avrei avuto a disposizione se avessi potuto spendere liberamente. Siccome non puoi vederla, perchè è stata soppressa, tu la elimina dalla tua storia. Ma in questo modo a storia che racconti è falsa.

    Nel mercato chi vende dipende da chi compra, l’impresa è guidata dal cliente, tramite le sue scelte d’acquisto. Con i finanziamenti politici questo controllo si spezza, il cliente perde la sua funzione di guida del sistema. Giorgio è contento perchè è riuscito a derubare tutti i suoi concittadini e a finanziare il negozietto che piace a lui. E finchè i suoi concittadini non capiscono niente di economia e politica è anche al sicuro, ma il giorno in cui capissero qualcosa a giorgio conviene comprare un biglietto aereo su easyjet.

  • Giorgio
    Rispondi

    non è il mio film, è la realtà in cui vivi. casomai il tuo è un film, dato che continui a descrivere una realtà che non esiste ma che è solo immaginata. in ogni caso, fondate un partito e andate a pubblicizzare le vostre idee in giro, così vediamo cosa fate. e basta dire che le persone che non la pensano come voi sono degli incompetenti in economia. io lo potrò pure essere, ma potrei farti una lista di nobel per l’economia che non la pensano proprio come te. quindi, per cortesia, fai a meno di spacciare per verità l’equazione non-liberista=ignorante in economia. credo invece che i cittadini siano più che contenti di sacrificare una parte dei propri redditi per mantenere un efficiente e utile welfare state.

    • spago
      Rispondi

      giorgio

      puoi vincere il nobel in economia, se non riesci ad afferrare il concetto che i soldi che lo Stato prende, sarebbero stati spesi in altro modo – vuoi in consumi, vuoi in investimenti – e quindi avrebbero dato vita a qualcosa che ora non si può vedere e prevedere, perchè lo Stato le ha impedito di nascere, sbagli. Le persone vedono ciò che c’è, e non possono vedere ciò che ci sarebbe stato, e da qui l’equivoco. Quando lo Stato salva il negozietto, o l’impresa X, ammazza qualcos’altro. Chi nega questo, nega la logica, e quindi è una capra, punto.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    C’è chi ama confondere le sceneggiature con la realtà. La realtà in cui viviamo è che lo stato i soldi me li prende e come. Spago non ha descritto una “realtà che non esiste” (orrendo ossimoro), ha se mai detto che il fisco esiste. E che se non esistesse non ci sarebbe qualcuno che i soldi me li prende. Il vero problema è che il piccolo negozio fallisce proprio per colpa del fisco; senza il quale reggerebbe le concorrenze cinesi, quelle dei centri commerciali e quelle del settore cooperativistico. Se poi questi ultimi due settori hanno una legislazione di favore, il problema non è appunto la concorrenza in sé ma la sua mancanza. L’equazione non liberista = ignorante in economia non è uno spaccio ma appunto un’equazione. L’economia è tale, infatti, se rispetta i parametri del diritto naturale. Non a caso il suo vero significato etimologico è quello di scienza dell’ambiente. Non è certo il conferimento interessato di premi svedesi a cambiare l’equazione, visto a chi lo hanno dato recentemente per la letteratura. Anche i docenti universitari sono in maggioranza keynesiani. Non hanno ragione solo perché sono tanti, semplicemente non raccontano la verità per personale tornaconto. L’intellettuale organico è per sua natura oscurantista e la storia dell’economia offre nomi più illustri di tanti vincitori di poco credibili premi. I cittadini contenti di sacrificare una parte dei propri redditi io non li conosco. Se voglio una vecchiaia dignitosa sono “contento” di sacrificare una parte del reddito per versarla a un ente assicurativo di mia scelta. Ma l’efficiente e utile benessere di stato non è mai esistito se non nelle sceneggiature mentali lontane dalla realtà. E poi lo stato non mi prende un’inezia ma due terzi del mio reddito; se non me li togliesse il mio piccolo negozio non chiuderebbe, ci sarebbe più scelta per il consumatore e i commessi continuerebbero a guadagnare. Non è vero che il mercato lasciato a sé stesso porterebbe alla sparizione dei piccoli negozi; è vero l’esatto contrario perché un piccolo negozio non vessato dalla burocrazia e dal fisco, produce e guadagna. E’ proprio l’intervento dello stato che causa la scomparsa di attività economiche produttive. Se poi dovessero scomparire comunque quelle definite non essenziali, vuol dire che sarebbe giusta la loro naturale chiusura. Se un giorno tutti smetteranno di fumare, che facciamo? Usiamo la leva fiscale per mantenere in vita i tabaccai? Se riusciamo a essere attenti all’alimentazione, all’umidità, ai pericoli, dobbiamo stracciarci le vesti se le farmacie incassano meno? Vorrà dire che incasserà di più il sarto, l’economia non ne trarrà svantaggio. Lo stato non deve preoccuparsi di tenere vivi rami dell’economia, deve pensare solo a non ucciderli di iniziativa propria. E l’unica ricetta è il non intervento. L’esortazione a fondare un partito, oltre che legittima è anche sensata e coerente con le premesse. Solo che non è facile.

    P.S.: A proposito di sceneggiature e confusioni. Nel mio intervento precedente non mi sono limitato a confondere Nozick con Novak. Ho anche confuso lo scrittore castellano Aldo Onorati, con il professor Onorato Bucci dell’Università di Isernia. Con entrambi ebbi modo di collaborare, più o meno nello stesso periodo. Me ne scuso con chi mi ha letto e con gli interessati. Per “fortuna” (ma non è una fortuna) quando lavoravo con Silvio Spaccesi, saltò una collaborazione con l’attore Glauco Onorato. Né è mai capitato di lavorare con Marzio Honorato. Un po’ l’età, un po’ i postumi della febbre, li avrei confusi tutti e quattro.

  • Giorgio
    Rispondi

    Alessandro Colla
    credo di non aver mai letto così tante sciocchezze in un solo commento. non capisco se sei spontaneo oppure se lo fai apposta.

  • Giorgio
    Rispondi

    adesso ho 5 minuti, il tempo necessario per rispondere ad almeno una delle sciocchezze scritte da alessandro colla, vale a dire L’economia è tale, infatti, se rispetta i parametri del diritto naturale.
    che ci siano persone nel 2016 che ancora insistono con questo fantomatico diritto naturale è addirittura grottesco. persone restate ferme a rousseau e che ignorano del tutto la risposta in forma epistolare che lo stesso voltaire, a cui rousseau aveva spedito il suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, fece recapitare al nostro ginevrino. passi che non si conosca voltaire, ma almeno le scienze sociali del XIX e XX secolo qualcosa dovrebbero aver insegnato. e invece no. eppure, una disciplina come l’antropologia culturale qualcosa di positivo ha prodotto, vale a dire il riconoscimento che di naturale l’uomo ha solo i bisogni primari, che sono poi quelli di tutti i mammiferi, e nient’altro. tutto il resto è diritto positivo.
    l’eurocentrismo fa ancora brutti scherzi a quanto vedo. non c’è una istituzione, nemmeno la famiglia, che può dirsi naturale. levi-strauss ha dedicato un’opera intera le strutture elementari della parentela per riuscire a stabilire quale potesse essere l’atomo minimo di parentela. tutte le famiglie, o almeno ciò che noi chiamiamo in questo modo, appaiono diverse in ogni contesto sociale e culturale, e dove sono come il nostro, molte volte il motivo risiede in una forma di coercizione occidentale. le istituzioni naturali non esistono, come non esiste il diritto naturale proprio perché non è possibile definire cosa è natura.
    un famoso biologo molecolare americano, jonathan marks, una volta era a cena con un suo collega inglese, il quale gli disse che stava cercando il modo di studiare l’uomo nudo, cioè l’uomo senza la patina della cultura addosso. e molto intelligentemente marks gli rispose “se studi l’uomo senza cultura troverai una cosa diversa, non di certo l’uomo” perché è prerogativa dell’uomo produrre cultura. non esiste l’uomo in natura, l’uomo naturale o come dir si voglia. ma questa è una conquista che le scienze sociali ha fatto propria da decenni ormai.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Che il diritto naturale sia fantomatico è la vera grossa sciocchezza. Non è vero che non esista il diritto naturale proprio perché non è vero che non sia possibile definire cosa è natura. Se i tiranni avvalorano queste pietose menzogne non c’è da meravigliarsi, così come non c’è da meravigliarsi che i tiranni si avvalgano degli intellettuali, magari anche biologi molecolari. Non è vero che non ci siano istituzioni che non possano dirsi naturali. La famiglia lo è al pari del linguaggio e della libera transazione. Che esistano le coercizioni nessuno lo nega ma sono proprio esse a negare il diritto naturale. E dette coercizioni le troviamo più in territorio extraoccidentale. Levi – strauss non arriva a nessuna conclusione antigiusnaturalistica e i suoi maggiori critici sono proprio i fautori del cosiddetto diritto positivo che in realtà diritto non è. L’eurocentrismo non c’entra nulla e le maggiori assurdità le troviamo se mai nell’esotismo a tutti i costi, quell’esotismo che nega che le filosofie della libertà, taosimo escluso, siano nate in occidente. Purtroppo è occidentale anche il marxismo ma non è certo giusnaturalista. Per chi rimane fermo a Rousseau sarebbe opportuno, forse, guardarsi allo specchio. Chi è libertario non guarda certo a lui come modello. Stesso specchio per il “passi che non si conosca Voltaire”. Passi un accidente. Lui sì che è uno dei nostri filosofi di riferimento. Il ritenere Rousseau un giusnaturalista e Voltaire un giuspositivista dimostra chi è che non capisce quello che legge, ammesso che legga veramente. E anche chi è che conosce veramente differenziandosi da chi dice di conoscere. Chi crede nel diritto naturale, ci crede proprio perché non è rimasto fermo a Rousseau, anzi a Rousseau non crede proprio e non ha mai creduto. Se le scienze sociali hanno fatto propria la tesi dell’inesistenza del diritto naturale, significa che hanno fatto propria la tesi dell’inesistenza del diritto perché quest’ultimo o è naturale o non è. E aver fatto propria questa tesi è tuttì’altro che una conquista ma un arretramento verso la via della schiavitù. I fermi a queste tesi continuano a negare l’esistenza di pensatori giusnaturalisti. Non è una prerogativa solo di chi scrive qui, l’elenco di questi studiosi lo abbiamo già esposto altre volte. Non è bastato? Dobbiamo ripeterlo? Socrate, Gorgia, Democrito, Epicuro, Zenone, Seneca, Lucrezio, Grozio, Tommaso d’Aquino, Lorenzo Valla, Molina, Suarez, Locke, Spinoza, Mandeville, Hume, Smith, Say, Turgot, Bastiat, Manzoni, Spencer, Spooner, Emerson, Jefferson, Franklin, Gaetano Mosca, Walras, Menger, Bohm – Bawerk, Schumpeter, Rosmini, Pareto, Sturzo, Bruno Leoni, Mises, Hayek, Rand, Friedman, Rothbard, Novak, Nozick, Block, Hoppe, Salin, Lottieri, Mingardi, Pappafava… l’lenco è ovviamente incompleto, l’ultima ventina di nomi è senz’altro dopo Rousseau. Elenco comunque inutile, qualcuno vorrà ironizzare perché non ho inserito Walt Disney. Altro che capra, Spago. Le capre almeno brucano e ruminano, qui siamo in presenza della cialtronaggine elevata all’infinitesima potenza. Non bastava aver letto che i marxisti non vogliono l’abolizione della proprietà privata, ora ci tocca leggere anche che il giusnaturalista è Rousseau e il giuspositivista è Voltaire. Che parliamo a fare con chi dice che il capo di Forza Italia è Vendola e quello dei comunisti è Antonio Martino? C’è solo da cogliere l’occasione per poter rispondere a una domanda precedentemente formulata e che mi riguarda personalmente. C’è chi voleva sapere se sono spontaneo o lo faccio apposta. Non volevo rispondere ma dopo le idiozie su Rousseau e Voltaire non riesco a trattenermi. Sono in parte spontaneo perché devo essere proprio scemo a continuare a rispondere agli spacconi che dicono che siano gli altri a non conoscere Voltaire mentre loro dimostrano inequivocabilmente di conoscerlo solo di nome; in parte lo faccio apposta perché noi scemi esistiamo proprio per far arrabbiare gli intelligentoni marxisti. Continueremo a farlo: è un nostro diritto naturale.

  • Giorgio
    Rispondi

    tutti o quasi filosofi, vale a dire persone con una spiccata tendenza a idealizzare la realtà, nonché, molte volte, scarsi conoscitori della storia e delle scienze sociali. sull’endorsement a posteriori di voltaire stendo un velo pietosissimo. detto ciò, la bufala del ritenere un diritto naturale la libera transazione continua. mettiamo l’ipotesi che però lo sia effettivamente. allora, se la libera transazione è un’istituzione naturale, deve esserlo anche ciò che la permette. perché ci sia una transazione ci devono essere dei beni, e perché ci siano dei beni questi devono essere in qualche modo prodotti. quindi tutta la filiera diventa un’istituzione naturale, perché se C lo è allora lo deve essere anche B ed A. questa è una implicazione logica. altrimenti, dovremmo dire che la semina o la raccolta di vegetali, l’estrazione di materie prime, ecc. non sono istituzioni naturali, ma la transazione economica, che deve per forza essere successiva alla merce, lo è. strano modo di pensare questo! del resto, una persona che afferma che il libero scambio è una istituzione al pari del linguaggio e della famiglia senza mai aver nemmeno affrontato problemi relativi alla genesi di queste istituzioni non può essere credibile. come possiamo affermare che il libero scambio è un’istituzione naturale? non si può, perché il libero scambio è una delle caratteristiche che contraddistingue un certo tipo di società, quella che si fonda appunto su un’economia non di sussistenza. se si produce e/o raccoglie per vivere, non si può scambiare. questo è lapalissiano. lo scambio entra in gioco quando inizia la domesticazione degli animali e la lavorazione della terra. ma qui siamo già al neolitico, e non si capisce perché dobbiamo parlare di istituzione naturale.
    e poi certa gente va in giro a dire di essere esperta di economia. ma per cortesia!

    • spago
      Rispondi

      giorgio

      il libero scambio “è una delle caratteristiche che contraddistingue un certo tipo di società, quella che si fonda appunto su un’economia non di sussistenza”? non vedo perchè mai!

      Il libero scambio si manifesta fin dalla prima comunità umana esistita.Non ci vuole una economia particolare: anche scambiare una mela con una pera, o una pietra di un tipo con una pietra di un altro tipo, o un bastone per un osso, o della carbe per del pesce è libero scambio. Anche solo scambiarsi dei servizi: decidere che io accendo il fuoco, anche per te, mentre tu prepari il giaciglio, anche per me.

      Il libero scambio è semplicemente il modo in cui due esseri umani interagiscono, quando non c’è di mezzo la violenza. Non si intende niente di particolare: è solo questo.

      La libertà di scambiare le mele con le pere è la stessa identica libertà che chiediamo noi oggi. Per quanto sia diventata complessa la società e siano diventati moltissimi i beni e i servizi scambiabili, è la stessa libertà.

  • Giorgio
    Rispondi

    ecco, mi vedo già eva che stacca la mela dall’albero e la dà ad adamo, il quale con il frutto già in mano ne pregusta il sapore. fermati, grida da suso il serpente, non osare ad addentare quel frutto! Perché, chiede Adamo confuso guardandosi attorno. il serpente scende intanto dall’albero volando (perché ancora non era stato maledetto) e sussurra ad adamo, prima bisogna firmare il contratto! ahahahahah
    ecco, quella donazione è il momento di fondazione dell’anarco-capitalismo!!!
    a parte gli scherzi, perché questo era il tuo commento, vero? che poi tra l’altro, in quell’epoca mitica in cui A dona una mela o toglie le pulci a B, i nostri antenati erano cacciatori/raccoglitori quindi nomadi e la proprietà non esisteva, costretti com’erano a seguire le stagioni e tutto era diviso in comune.
    consiglio di leggere il libro di berlin libertà. non ho qui il libro, ma in uno dei saggi berlin analizza i concetti di libertà dal mondo antico a quello contemporaneo e in maniera secondo me incontrovertibile individua la nascita del concetto di libertà propria del XX secolo nei secoli XV e XVI con la nascita coeva del mercantilismo. lasciate stare le istituzioni naturali, ve lo consiglio. e certo berlin non può essere accusato di essere uno statalista!

    • spago
      Rispondi

      giorgio te lo ripeto il libero scambio è semplicemente uno scambio pacifico e volontario, il mercato è semplicemente l’insieme di questi scambi. Si tratta di una istituzione naturale, che è evoluta con l’uomo, nel corso del tempo, da una forma primitiva, ad una estremamente più complessa. La sua evoluzione passa senza dubbio per la scoperta dell’agricoltura, per l’addomesticamento degli animali, e per molti altri passaggi, ad esempio anche il formarsi di una lingua comune o l’uso di monete. La sua storia, correttamente intesa, è la storia dell’evoluzione dell’interazione umana. La storia può essere vista come un intreccio e uno scontro tra la libertà e le forze che la negano, o tra mercato e stato, intesi nel loro senso più ampio, di interazione pacifica e volontaria, e di organizzazione della violenza, contro di essa. (Ovviamente questa è una prospettiva in cui guardare la storia, una chiave di lettura, un’nterpretazione.) Viste così le cose è chiaro che la proprietà privata, consapevole o meno, la divisione del lavoro, e il libero scambio, per quanto riguarda l’uomo, sono venuti con lui fin dall’inizio o quasi, e poi si sono semplicemente evoluti con lui. Altra cosa è parlare di quando sono stati riconosciuti e fatti oggetto di riflessione, quando sono state formulate le teorie filosofiche, economiche, sociologiche a riguardo, quando la società si è organizzata consapevolmente attorno ad essi..

      Il capitalismo moderno, è qualcosa che subentra tardi, forse ha radici nel Medioevo, comunque si dispiega quando la società diventa una società industriale. Non ho mai detto che questo sistema fosse già compiuto con il primo uomo. Io ho parlato di libero scambio, come istituzione naturale, raffinatasi nel corso del tempo. Fino al moderno capitalismo – che non è un perfetto sistema di libero scambio – e magari un giorno fino a una società anarcocapitalista – termine con cui io intendo un perfetto sistema di libero scambio.

  • Giorgio
    Rispondi

    spago
    mi rendo conto che a voi piace parlare di cose che non conoscete, come queste istituzioni naturali, tra le quali bisognerebbe pure aggiungere la guerra, endemica praticamente in ogni società. ecco, un partito politico potrebbe ispirarsi alla guerra e dire, giustamente dal vostro punto di vista, che si tratta di un’istituzione naturale.
    ripeto, la proprietà privata come lo scambio, che poi veramente libero non è mai stato, hanno fatto il loro comparso con una forma di economia che prevedeva la creazione di un surplus, senza il quale lo scambio non esiste. ed è inutile dire la storietta della mela scambiata o del piacere fatto, perché ciò nulla ha a che fare con l’economia nel senso corrente del termine. La storia può essere vista come un intreccio e uno scontro tra la libertà e le forze che la negano, o tra mercato e stato, intesi nel loro senso più ampio, di interazione pacifica e volontaria, e di organizzazione della violenza, contro di essa.. beh, da quando è nato il commercio non è mai stato veramente libero, i villaggi primitivi erano organizzati in modo tale da proteggersi contro possibili pericoli. se vogliamo giocare al tuo giochetto, possiamo dire che lo scambio della mela con una pera sta all’anarco capitalismo, come queste prime comunità sta alla formazione degli stati moderni. si tratta di letture, come dici te. ma almeno smettiamo di scomodare queste istituzioni naturali per cortesia.

    • spago
      Rispondi

      “l’economia nel senso corrente del termine” ma non ti sei ancora accorto che il modo in cui i ibertari usano le parole economia, mercato, libero scambio, proprietà privata, ecc… non è secondo il senso corrente di questi termini?

      Chi studia economia con la Scuola austriaca di economia è abituato a un approccio diverso da quello main stream. Che cosa si intende per economia?
      Rothbard: “Libero mercato è un termine approssimativo per indicare una gamma di scambi che si verificano nella società. Ogni scambio è intrapreso come un accordo volontario fra due persone o fra due gruppi di persone rappresentati dai rispettivi agenti.”

      Robert Murphy: “In its widest scope, economics can be defined as the study of exchanges.”

      David Gordon:”The fundamental principle of economics can be stated in two words: man acts.”

      nella presentazone di “Man, economy and State” di Rothbard si legge:

      “Economics in Rothbard’s wonderful book emerges as the beautiful logic of that underlies human action in a world of scarcity, the lens on how exchange makes it possible for people to cooperate toward their mutual betterment.”

  • jimmy
    Rispondi

    Ma perché sprecate ancora tempo e parole con stò giorgio?

  • Giorgio
    Rispondi

    La storia può essere vista come un intreccio e uno scontro tra la libertà e le forze che la negano, o tra mercato e stato, intesi nel loro senso più ampio, di interazione pacifica e volontaria, e di organizzazione della violenza, contro di essa.
    che poi non ho capito nella storia quando e dove avrebbe vinto la libertà come la intendete voi

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