In Anti & Politica

venetoDI SILVANO CAMPAGNOLO

Più di qualche volta mi è stato chiesto come mai, un indipendentista come me, e per giunta nato, cresciuto e vivente in Veneto, sia piuttosto critico con gli “indipendentisti veneti”. La risposta è piuttosto semplice. Il 95% degli indipendentisti veneti, non è indipendentista per quel senso innato di libertà, ma semplicemente è indipendentista per una sorta di orgoglio patriottico nazionalista che gli fa pensare “noi siamo meglio di loro”.

Quando dico che manca la cultura indipendentista sopratutto tra gli indipendentisti veneti, mi riferisco proprio a questo. Molti confondono il loro orgoglio con una sorta di “identità” in realtà è solo una specie di “spocchia” del tutto inesistente nella realtà, figlia di quel campanilismo provinciale che è l’essenza della cultura delle popolazioni della penisola. Agli indipendentisti veneti non frega nulla delle loro libertà personali e della responsabilità individuale che sono la base su cui poggia qualsiasi forma di indipendentismo vero.

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Ai Veneti interessa solo l’orgoglio nazionalista, l’orgoglio di un passato importante certo, ma che non esiste più. Il fatto che Venezia sia stata una grande repubblica per 1000 anni non significa affatto che il Veneto sarà lo stesso. Sono cambiati i tempi, ma sopratutto è cambiata la cultura e la mentalità di moltissimi veneti. Molte volte ho chiesto agli indipendentisti veneti come vedrebbero il Veneto indipendente nei loro sogni, il denominatore comune sono i soldi del presunto residuo fiscale, per il resto si va dal “duce veneto”, a varie forme di “simil-italietta” o “italia in miniatura”, ma sempre con organizzazioni estremamente assistenzialiste e socialiste.

Sorry signori, che mi si sposti da una carcere più grande ad una più piccola a me non frega nulla. Io vorrei tornare libero. Prima di pensare all’indipendenza sacrosanta del Veneto, si dovrebbe insegnare la vera cultura indipendentista ai Veneti. Finché la cultura è socialista, non si va da nessuna parte.

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  • Fidenato Giorgio
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    Bravo Silvano. Purtroppo anche in Friuli è così. La massima contraddizione é che ci sono indipendentisti che inneggiano al duce. A nulla serve che io gli dico che il duce è venuto in Friuli ed ha cambiato il nome di molti paesi friulani. E purtroppo le élite culturali sono pappa e ciccia con i governanti italiani!!!

  • Mauro Gargaglione
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    Non potrei essere più d’accordo. Non sono veneto ma sono un convinto indipendentista e secessionista fino a immaginare il secessionismo spinto a livello individuale, se fosse praticabile, come ci insegnò Mises. Però ricordo, in piena “rivolta dei forconi” qualche anno fa, pasionari che declamavano la necessità di fondare una Repubblica Veneta con “moneta sovrana che emette titoli di debito pubblico veneto per finanziarsi!”. Ma per favore …

    • winston diaz
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      “moneta sovrana che emette titoli di debito pubblico veneto per finanziarsi”

      E quelli di plebiscito.eu, che perorano la criptomoneta elettronica veneta sotto il controllo della nuova serenissima?
      Fai uno sgarro? La nuova serenissima ti blocca tutti i mezzi di pagamento. Questo si’ sarebbe uno Stato che funziona!

      La repubblica veneta, in effetti, e’ credo l’unico esempio di Stato organizzato in modo moderno che abbia mai avuto la penisola italica prima del 1945. Fra l’altro, era una “repubblica”, seppure oligarchica, cosa che non si era mai vista prima del 1945, nella penisola, e in ben pochi altri posti al mondo. Si trattava di un vero Stato con vere istituzioni in senso moderno, che controllavano ad esempio l’arsenale o la flotta da guerra, quindi sotto il controllo “pubblico” e non sottoposte al capriccio del potere dispotico del signore del momento.

  • winston diaz
    Rispondi

    Infatti, i tratti di personalita’ tipici del leghista sono l’autoritarismo, il nazionalismo e il razzismo, altro che l’amore per la liberta’.

    E l’amore per la liberta’ eventualmente manifestato di norma e’ quello tipico dei nazifascismi, cioe’ per la liberta’ del popolo, non delle persone.

    Questa e’ una cosa che si dovrebbe sempre tenere ben presente, altrimenti si rischia (anzi c’e’ la certezza) di fare i “portatori d’acqua” per cause che sono il contrario della propria (che probabilmente e’ stata l’esperienza di Facco nella lega).

    Comunque consoliamoci, la stessa cosa accade anche nei movimenti ecologistici, sebbene con diversi oggetti di adorazione e riprovazione. Anzi, accade in tutti i movimenti politici: evidentemente autoritarismo e razzismo sono caratteristiche antropologiche spontanee nell’essere umano e nella sua societa’, che solo la coraggiosa presa di coscienza individuale puo’ aiutare a superare, presa di coscienza che la maggior parte della gente non ha nessuna voglia di compiere, dato che e’ molto piu’ comoda , e naturale, la via del capro espiatorio: io so io e gli altri non sono un cazzo, da cui il giustizialismo e il complottismo animaleschi che pervadono l’informazione odierna in rete e non.

    Anche per quanto riguarda il maggiore grado di liberta’ che permetterebbe il localismo, che di solito e’ dato per scontato, permettetemi di essere MOLTO scettico: un potere vicino puo’ essere, e di solito e’ , MOLTO piu’ efficace nell’oppressione delle liberta’ individuali di uno distante, proprio per il fatto che funziona meglio. Non per niente il potere centrale, per funzionare, si dirama per vie gerarchiche.

    Notate che la facolta’ impositiva che viene sempre maggiormente concessa, e spostata, presso gli enti locali, serve a deliberatamente produrre aumento del gettito, ed ad avere piu’ efficace contrasto dell’evasione. E’ a livello locale che c’e’ l’informazione per spolpare di piu’, e mettere una contro l’altra le persone all’ultimo livello della catena e’ il metodo piu’ efficace per effettuare il controllo. Vedi il nonnismo nelle caserme.

    Se il materiale umano e’ questo, poco puo’ l’organizzazione politica. Infatti, l’italia ha goduto di un breve momento di relativa liberta’ solo dopo la fine dell’ultima guerra mondiale, e solo perche’ avendola persa e’ stata scompaginata la naturale forma organizzativa del “popolo italiano”: ma nel giro di vent’anni, di una generazione (quella del miracolo economico), gia’ dal circa il 1970 (riforma fiscale con primo obbligo della contabilita’ completa per tutte le attivita’, se non sbaglio di visentini, il “santo” dei commercialisti italiani) siamo tornati punto e a capo: e probabilmente oggi, grazie al progresso tecnologico nella burocrazia e nel controllo, siamo in una situazione di liberta’ oggettiva molto inferiore di quella che c’era durante il fascismo, e in rapido deterioramento.

    Per quanto riguarda la riforma fiscale citata sopra, in rete e’ difficilissimo trovare informazioni circa l’evoluzione degli obblighi vessatori. Non c’e’ nulla neppure sull’introduzione di quella follia che fu la “bolla di accompagnamento”, e pochissimo sullo scontrino fiscale (sempre di visentini che era anche presidente dell’olivetti che costruiva i registratori di cassa). Sarebbe molto interessante, circa lo “scontrino fiscale”, sapere ad esempio in quali altri paesi del mondo esiste nella forma di documento ufficiale che abbiamo noi (non credo in molti).

    • Pedante
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      Ognuno appartiene a una razza che lo si ammetta o meno.
      Quando Obama parla della sua razza nessuno gli dà del razzista. A quanto pare solo i caucasici possono essere razzisti.
      https://it.wikipedia.org/wiki/I_sogni_di_mio_padre

    • Pedante
      Rispondi

      “MOLTO piu’ efficace nell’oppressione delle liberta’ individuali di uno distante, proprio per il fatto che funziona meglio. Non per niente il potere centrale, per funzionare, si dirama per vie gerarchiche.”

      È proprio questa efficacia dell’amministrazione locale che si vuole senza il peso fiscale e normativo dell’apparato centrale. D’altra parte un cittadino può controllare meglio che fine fanno le sue tasse quando a spenderle è un residente della stessa località. Non per niente nella vecchia URSS c’era un sistema di passaporti interni. Tutti volevano trasferirsi a Mosca, destinazione finale delle tasse e dove si stava meglio.

      • winston diaz
        Rispondi

        Un fiorino!

        Quando ero piccolo c’erano ancora i dazi per spostare le merci da una provincia all’altra. Venivano applicati nella vendita all’ingrosso, quella prima della vendita al consumatore finale.
        Bisognava andare nelle sedi comunali a pagare la tassa, e c’era la guardia di finanza che fermava i mezzi, o meglio li seguiva fino a destinazione, per controllare che non evadessero l’obbligo.

        Adesso, dopo il breve periodo della bolla di accompagnamento sovietica, abbiamo i lucchetti nei bidoni della spazzatura, perche’ c’e’ la guerra delle immondizie fra i comuni: ognuno cerca di fare in modo di mandarne piu’ possibile in quelli vicini con metodi dissuasori vari (tasse e lucchetti), e farne arrivare meno possibile dal percorso opposto.

        Una bella situazione di merda, da deficienti.

        • Vito
          Rispondi

          Una bella situazione di merda, da deficienti. Risposta esatta !

  • eridanio
    Rispondi

    Mi sembra importante il punto.
    La mancanza di abitudine a trasmettere concetti di libertà economica di padre in figlio, come il vuoto di trasmissione di concetti di liberta giuridica, necessariamente coniugata con quella economica, sono le ragioni dell’insuccesso presente e futuro di ogni progetto.
    Purtroppo la via più breve per diffondere un pensiero compiuto compatibile con l’indipendenza, senza coercizione, è attendere che la gente lo capisca. Quel che si può fare in concreto nel frattempo è aprire scuole private di ogni ordine e grado che riescano a sostenersi da sole e banche a riserva intera o prlomeno “Istituti di Pagamento” a riserva intera per provare a non farsi pelare quel che pensiamo ancora di aver in tasca e stimolare la nascita di un habitat economico giuridico non fondato sulla spoliazione del prossimo.
    Poi sedersi lungo l’Adige, il Piave, il Tagliamento, l’Isonzo ……. ad aspettare.

    Ps: Mutatis mutandi ciò vale anche per Catalogna et similia.

  • Francesco Orabona
    Rispondi

    Le uniche comunità libere che io riesco ad immaginare sono quelli in cui si entra VOLONTARIAMENTE e da cui si è LIBERI DI USCIRE. Nè lo Stato Italiano, né un’ipotetica Repubblica Veneta rientrano in questi requisiti, a meno che non si voglia credere alla bufala del contratto sociale. Più Stato entra nella vita degli individui, meno essi sono liberi. Quindi la domanda è questa: quanto stato ci sarebbe in una autonoma Repubblica Veneta? Caro Silvano, consolati. Per quel che mi riguarda apparteniamo ad uno stesso Stato, senza confini e senza obblighi imposti con la violenza, ma solo con doveri condivisi per responsabile scelta: LA COMUNITA’ DEGLI UOMONI LIBERI

  • MaIn
    Rispondi

    gli indipendentisti minarchici vengano al sud. dove nello Stato non si ha alcuna fiducia e provino lì a creare il movimento anti-Stato.

  • Pedante
    Rispondi

    Molti confondono il loro orgoglio con una sorta di “identità” in realtà è solo una specie di “spocchia” del tutto inesistente nella realtà, figlia di quel campanilismo provinciale che è l’essenza della cultura delle popolazioni della penisola.

    ehm…
    http://www.uniroma1.it/notizie/biodiversit%C3%A0-umana-italiani-al-primo-posto-europa

    • winston diaz
      Rispondi

      Si pero’ guarda che c’e’ scritto che in ognuno di quei posti la diversita’ c’e’ perche’ vi si sono stabiliti a suo tempo dei migranti che arrivavano dai quattro angoli d’europa e nordafrica. E poi la conformazione orografica accidentata del paese ha fatto il resto.
      In calabria, in ogni valle comanda un clan diverso.
      La natura umana e’ tribale, ma il numero di membri massimo del clan che sarebbe in grado di gestire inspontaneita’ e’ di 150, per andare oltre ci vogliono gerarchia, istituzioni e coercizione.

      • Pedante
        Rispondi

        “E poi la conformazione orografica accidentata del paese ha fatto il resto.”

        Questo è proprio il punto. La biodiversità umana è reale e la selezione naturale non si ferma mai e non fa eccezione per gli esseri umani.

        • winston diaz
          Rispondi

          “la selezione naturale non si ferma mai e non fa eccezione per gli esseri umani”

          Certo, ma e’ priva di “valori”. I “valori” (cosa sia meglio e cosa peggio, cosa sia giusto e cosa sbagliato) li definiamo noi ognuno col suo metro (dove per ognuno non intendo tanto individuo, quanto individuo nel suo contesto socio-culturale).
          Per te e’ il volume del cervello, per un africano chi sa tirare meglio con l’arco, per un altro la lingua parlata, un altro ancora il conto in banca (valutazione possibile solo dove ci sono le banche), eccetera.

          Il passaggio dall’animale all’uomo si ha non solo quando si comincia a giudicare in base a valori, ma soprattutto quando si riconosce l’altro da se’ come uomo nella stessa situazione di metro di misura di altri valori, non necessariamente uguali, e questa e’ la famosa “coscienza”.

          Senza questa consapevolezza non e’ possibile vivere non dico in societa’, ma neanche in una coppia di due persone, e l’uomo e’ un animale, checche’ se ne dica, prettamente sociale, ossessionato dal confronto e dall’approvazione degli altri (per questo ci tiene tanto ad avere ragione nelle discussioni).

          Chi nel suo rapporto col mondo si riducesse a prendersi cio’ che gli serve come sullo scaffale del supermercato senza nemmeno passare alla cassa, camperebbe ben poco. Infatti quando nasce qualcuno cosi’, e’ considerato peggio che uno che nasce senza gambe e senza braccia. E vale non solo per gli individui, ma anche per le societa’.

          • Pedante

            Il volume cranico non ha nulla a che vedere con i valori ma pone limiti reali al tipo di lavoro che uno può fare e incide di conseguenza sul reddito.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Forse non era Visentini il “riformatore” del 1970 ma Emilio Colombo, se non sbaglio con Mariano Rumor primo ministro. Una riforma tutta cattolica, quindi. Cambia poco nella sostanza, il laico Visentini salvò comunque l’Olivetti, la diocesi di Ivrea e Pax Christi con la successiva introduzione del registratore di cassa obbligatorio.
    @Eridanio. Aprire scuole private di ogni ordine e grado che riescano a sotenersi da sole e banche a riserva intera. Chi sono i soggetti che dovrebbero aprirle? Chi dovrebbe finanziarle? Io posso mettere cento euro. Quello alto come me che ha problemi “Ar… còre”, è disponibile a metterci cento milioni? A Microsoft Italia la cosa può interessare? Altri soggetti diversi a quelli che ho citato esistono? Se si fanno avanti, posso offrire la mia disponibilità a un prezzo inferiore a quello dei baroni ufficiali di prima fascia nelle accademie di stato.

    • eridanio
      Rispondi

      @Alessandro Colla
      Chi finanzia ogni scuola/università? I genitori, i nonni e gli zii di chi le frequenta per primi.
      Questi determinano la quantità e la qualità domanda e determinano il successo di chi saprà rimanere a galla.
      Poi da chi vuole un altro ritorno, di immagine o di persone preparate.
      Poi da chi andando all’altro mondo si ricorderà di essere stato aiutato da quella impostazione formativa.
      Ma non è obbligatorio, se non accade quel che sentiamo come giusto non vuol dire nulla. Non si può cedere all’impulso di imporre altrimenti si passa in caso di incidentale successo, appunto come spiega il post, da una coercizione-one-statalone ad una coercizioncina-ina-statalina. L’unico modo per verificare che la gente abbia capito quale sia il proprio interesse è verificare che le cose accadano per agglutinazione spontanea. Se accade qualcosa di diverso noi sappiamo che non va bene e l’unica cosa che si può fare è tenere vivo il Movimento Libertario.
      E in aggiunta, siccome son lombardo veneto, mi siedo in riva all’Oglio.
      ;-)
      Se la gente non ha capito che i “depositi” bancari in realtà sono prestiti come inequivocabilmente scritto negli articoli del codice civile. Se la gente non è in grado di valutare la conseguenza della differenza concettuale tra i principi generali del Diritto rispetto al tenore della normativa in merito a deposito e prestito. Se la gente non sa cosa significa perdere la proprietà del denaro depositato e che ognuno sarà trattato come creditore e non proprietario del proprio stock di risparmi.
      Che puoi fare? Metterti a sbraitare per strada? Al massimo potrai finanziare chi formerà dei futuri uomini meno schiavi o (se li trovi) depositerai i tuoi soldi dove non perderai la proprietà del tuo danaro. Se fossi responsabile di un’azienda e ti fumassero i soldi per pagare i fornitori oltre che ti impedissero di incassare i crediti dei clienti, cercheresti un posto più sicuro sul quale far transitare il denaro ed adotteresti una politica più restrittiva di credito alla clientela. Questi non solo risparmi ma son tanti sodi che girano tutti i mesi che servono a rendere possibile la cooperazione tra le persone arricchendole con la disponibilità di beni e servizi.
      Non esistono solo i “risparmi della gente”.
      Una indipendenza che non si facesse certe domande sarebbe solo una galera più angusta.

      • eridanio
        Rispondi

        PS: chi finanzia la scuola …..anche chi pensa di farne una professione insegnando (se lo stato non si ostinasse in pratiche di dumping nel servizio e con la coercizione del sequestro preventivo dei mezzi con le tasse).
        Se la tirano tanto per la professionalità, la abnegazione e lo spirito di servizio.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    I veneti che vogliono ottenere l’indipendenza , che siano liberali o socialisti, possono fare una sola cosa : tenersi i loro soldi in tasca.
    Altro che residuo fiscale.
    Io mi riferisco ad una protesta fiscale diffusa e incisiva.
    E dalla via che ci sono pulire i conti bancari, tanto per far capire che aria tira.
    Fino a quel momento saranno considerati solo degli originali bancomat rompicoglioni da vuotare a date fisse.
    Magari non sarà secessione e indipendenza, forse sarà macroregione alla Miglio, forse sarà qualcos’altro.
    Diversamente si faranno solo diagnosi, e si parleranno addosso litigando fra loro.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Mi sono evidentemente spiegato male. Chi finanzia la scuola non può essere il cliente, l’aspirante studente. Quest’utlmo può solo finanziare le lezioni per pagare il personale docente, amministrativo, ausiliario e quant’altro. Il problema è chi finanzia inizialmente gli edifici, gli arredi e le strutture interne. Non possiamo porci il problema come se già avessimo raggiunto l’obiettivo di una società senza stato o con uno stato minimo. Quando dico che io posso metterci solo cento euro mentre qualcuno potrebbe e dovrebbe metterci molto di più, voglio intendere che occorre creare un qualcosa di gramscianamente simile alla realizzazione di un partito politico. Un investimento a lunghissimo termine. Se mi metto ad affittare o costruire un’accademia nelle condizioni di oggi, non posso pensare di riuscire chiedendo un prestito. Non potrei mai restituirlo perché fisco e concorrenza sleale di stato (l’unica concorrenza sleale possibile) mi porterebbero al fallimento. A meno che le rette non siano di centotrentamila euro l’anno a cliente. Ma con questa cifra avrei al massimo due clienti, quindi tra mutuo o affitto e fisco andrei comunque in rosso. Quello che auspicavo era una sorta di operazione inizialmente non lucrativa, tipo Getty Museum o fondazione coniugi Gates. Ma il mio cognome non è né Getty né Gates. E neanche Ber… goglio?, No. …linguer? Neanche. …tinotti? Nemmeno. Consultare l’elenco di Cologno Monzese alla voce Università Liberale. Non sono riuscito a trovare l’indirizzo anagrafico, quello elettronico, quello telefonico, quello telematico… Come mai?

    • eridanio
      Rispondi

      No no ti sei spiegato benissimo.
      Premesso che le anche malconce strutture non svaniscono anche in caso di cambio totale di passo.
      Puoi cominciare con i due clienti nel tuo soggiorno di casa. Non si comincia nulla costruendo un palazzo. Ci sono tanti bei campi da usare e d’inverno in tenda. Poi cosa sia una scuola è un concetto da meditare bene. Non penserai anche tu che ad esempio il tribunale sia quel palazzo in via tal dei tali invece che tre giudici in camera di consiglio.
      Anche la scuola non è un luogo. Si può ritornare anche ad una organizzazione peripatetica. Quel che conta quante persone riescono ad accordarsi volontariamente per far qualcosa per migliorare una situazione insoddisfacente. O chi si assume il rischio di una impresa pensando di riuscire a trarne un profitto anche non necessariamente economico.
      L’unico stato di cui abbiamo realmente bisogno è quello di salute.
      Ritorno a pescare in riva allOglio.
      Grazie

  • Spago
    Rispondi

    Riflettendo sulla scuola (peccando sempre di un approccio un po’ astratto) a me sembra che al di là dei limiti imposti da leggi e regolamenti il limite principale sia di percezione: nella nostra cultura la scuola non è una impresa (al massimo lo sono specifici corsi di formazione). Se lo fosse la stessa inventiva imprenditoriale che mostriamo su tanti fronti potrebbe manifestarsi anche per essa. Invece concepiamo la scuola come se fosse giusto tenerla fuori da quella catena di relazioni chiamata mercato, e in questo modo la scolleghiamo dalla realtà del resto della società. Il lavoro che una persona svolge deve essere verificato nella relazione con gli altri, sul mercato, se questo non avviene, questa persona perde i punti di riferimento.

    Credo sia anche per questo che poi l’insegnante perde il suo prestigio in società: lo perde giustamente perchè fuori dal mercato la scuola perde l’orientamento e il senso di ciò che fa, fuori dalla rete di relazioni che gli potrebbe dare senso e fruttare un giusto riconoscimento l’insegnate vaga smarrito dietro a direttive burocratico-politiche o dietro alle sue solipsistiche convinzioni. In un insieme di relazioni volontarie io ogni giorno mi chiedo “cosa ho da offrire agli altri?”. Sono spinto a cercare gli altri, a cercare di capire come interagire con loro, e a riconoscere che siamo mutualmente dipendenti: costruisco il mio percorso insieme al loro. Senza questa consapevolezza, e fuori da questa rete di relazioni, abbiamo figure di insegnanti e professori narcisisti che non vogliono rispondere a niente e a nessuno, e si arrabbiano se non gli viene riconosciuta un’autorevolezza che, in realtà, loro stessi rifiutano, nel momento in cui rifiutano il paradigma del mercato.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Nel mio soggiorno di casa i due clienti non sono disposti a pagare centotrentamila euro l’anno. Se anche fosse, il giorno dopo la finanza vorrebbe almeno duecentocinquantamila euro di tasse. Poi mi chiederebbe se ho l’autorizzazione, se il soggiorno è in regola con la ASL, con le norme di sicurezza, con la registrazione all’ufficio delle imprese, con l’iscrizione all’albo di non si sa che cosa, con gli atti notarili… Non mi serve convertire due persone che se vengono da me vuol dire che sono già convertite. Mi serve convincere trentasette milioni di persone adulte, più preparare qualche giovane che diventerà adulto, che il denaro e Draghi sono incompatibili tra loro. Per riuscirci mi serve lo specchietto per le allodole e quello costa. Specchietto che parta dalle scienze umane e filosofiche, comprese le attività artistiche e poetiche, per poter dimostrare con argomentazioni solide la totale invalidità delle dottrine stataliste. A quel numero di persone ci arrivo con un’emittente radiotelevisiva privata, una stampa quotidiana e periodica, una casa editrice, delle strutture logistiche adeguate, dei luoghi di ritrovo. Tutte cose che Sua Lascivia possiede e che usa per altre attività, in genere non in linea con la fedeltà coniugale. Il mio soggiorno di casa è già operativo. Il risultato? Quello, appunto di aver rafforzato le convinzioni di due persone già predisposte alla libertà. Il soggiorno non funge da megafono e il megafono io non posso permettermelo. E’ proprio perché bisogna convincere la gente che anche l’istruzione è un bene che può offire in modo autentico solo il mercato, che occorre un’uscita dal soggiorno. L’insegnante che rifiuta il mercato, semplicemente non va assunto in una scuola favorevole al mercato. Lo paghino gli aspiranti schiavi, ce ne sono tanti grazie all’assenza di realtà contrapposte. Lavorino presso gli atenei terzomondisti protetti dal signor Oltre Tevere de’ conti di Argentina. Quanti clienti in più avrebbe una scuola libera se il reddito degli studenti o delle loro famiglie non fosse tassato alla fonte o alla foce! Ma ancora non è così. In guerra ci si va con le armi e il mio soggiorno è un’arma spuntata. Questo sito produce molto di più del mio soggiorno. Dopo dieci anni, da duecentomila convinti siamo diventati duecentomilanovecento. Rispettando i tempi, il mio soggiorno avrà raggiunto il risultato tra qualche centinaio di millenni. E’ l’unico motivo per cui lo lascio aperto gratuitamente (anzi, spendendo in maccheroni e vino). Ma non credo che il resto della mia vita possa essere misurato in centinaia di millenni.

    • eridanio
      Rispondi

      Senz’altro!
      Comprendo la buona volontà e lo slancio, ma tu come ognuno puoi dare quel che riesci nel tempo che ti è dato, ed il risultato non dipende nemmeno direttamente da quanto ti prodigherai. Se passassi alle maniere più coercitive o violente e basate sulla menzogna avresti di gran lunga più immediato parziale successo a patto di diventare un politico saprofita del mendacio e lasciando il conto ai posteri ai quali non puoi aver chiesto alcun consenso.

      Ma questo è un punto del post. Se sei indipendente non dipendi da nulla e da nessuno solo dopo aver negoziato tutti i giorni il tuo rapporto con l’altrui indipendenza.
      E’ faticoso? Si. C’è garanzia di risultato? No. Sarà un percorso lineare? No. Vedrai i frutti dei tuoi sforzi? Boh!
      I canoni più vincenti di collaborazione col tempo emergeranno. Non credi?
      Per cominciare una grande impresa bisogna avere dei principi condivisi, una strategia operativa condivisa, un risultato ed un fine condivisi che si scommette di raggiungere insieme. Il fine è un vero vantaggio da perseguire insieme ad altri piuttosto che no, per via dell’effetto rete e la divisione degli sforzi ed il vantaggio di imbarcare delle conoscenze rilevanti.
      Convincere tutti che non possono esistere alternativamente governanti, leader, monarchi o parlamenti illuminati accettando le conseguenze logiche e operative conseguenti non si può pianificare a tavolino.
      Ma dalle tue parti che fiume passa?

  • spago
    Rispondi

    Io credo che l’eventuale successo di liberland potrebbe essere prezioso nel convincere chi pensa che le idee libertarie siano semplicemente impossibili e quindi sia inutile anche solo considerarle. Così come se dovessimo andare incontro a una crisi epocale chi potrà esibire in faccia a chi avrà perso quasi tutto il proprio non aver perso quasi niente come gli “austriaci”avrà un concreto ascendente. Poi certo per giorgio di speranza non ce né :)

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Non evochiamoli i senza speranza, altrimenti intervengono a dire la loro. E viste forme e contenuti, a Cologno Monzese bisognerà costruire la scuola primaria.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    @Eridanio. Vivendo da sempre alla periferia orientale di Roma, dalle mie parti passa l’Aniene ma la tua credo fosse una provocazione da fiume …cinese. Tempo fa scrissi una poesia il cui testo non ho ora vicino alla postazione dove mi trovo e che purtroppo non ricordo a memoria. Finiva più o meno così:
    …mi misi sulla riva ad aspettare:
    passati molti lustri e un infinito,
    io vidi il mio cadavere viaggiare.
    Ho dei dubbi sull’aver scritto proprio così il penultimo verso, maggiori certezze mi sovvengono sugli altri due ma il punto non è questo. “I canoni vincenti col tempo emergeranno”. Appunto, col tempo; e io non ho più tempo, troppo poco quello davanti a me. Pure lo metterei almeno in parte a disposizione per un progetto italiano simile a quello di Antonio Manno in Cile, quello denominato Exosphere. L’ho scoperto sul sito del Von Mises Italia. Sicuramente non si può pianificare il risultato delle convinzioni a tavolino. Ma per ottenere possibili risultati un progetto ci vuole. E’ vero che la scuola non è solo l’edificio scolastico. E’ vero anche, mi si perdoni lo sconfinamento nel mio campo d’azione, che anche il teatro non è solo la sala con palcoscenico, platea e camerini. E’ anche drammaturgia, regia, azione scenica. Ma c’è una bella differenza tra il rappresentare solo d’estate, all’aperto, con minori possibilità logistiche sul piano fonico e illuminotecnico rispetto ad avere uno spazio chiuso. Dove poter svolgere più agevolmente anche le prove. Così come c’è differenza tra scrivere vedendo pubblicata o rappresentata la propria opera e scrivere senza pubblicazioni o rappresentazioni, se non in casi sporadici. Gli stataloidi, le sale e le case editrici ce le hanno e al loro interno propagandano le loro pseudotesi. Pensare di vincere la battaglia contro la scuola pubblica senza le adeguate strutture logistiche è impensabile. Non basta più il giardino peripatetico del mondo ellenico. Occorrono spazi dove poter proiettare, rappresentare, lavorare manualmente, esporre, esercitarsi in gruppo (sono troppo fazioso per utilizzare l’avverbio “collettivamente”). Un ciclo di conferenze non può prevedere spazi solo per i miei due attuali cercatori di conoscenza autentica. Il “boh” relativo al frutto dei propri sforzi è per me molto più amaro che consolatorio. Leggo tra le righe, correggimi se sbaglio, un tuo invito a non desistere. Continuerò a non desistere ma sempre con minore fiducia nel futuro. Per me ormai breve.

    • eridanio
      Rispondi

      Si la provocazione da fiume cinese ci sta come limite. Ci sta pure quella leggerezza e speranza di chi non sa più che fare dopo aver lanciato il proprio messaggio in bottiglia.
      No non sbagli! Insisti a condividere la tua arte anche perché chi ne riceve un’ oncia non riceve qualcosa di replicabile, ma qualcosa che interroga le emozioni e la ragione causando inevitabilmente la interpretazione, la integrazione e la ritrasmissione di una esperienza.
      Se in più ciò ti diverte tanto tanto, sei fortunato come se avessi vinto un premio.
      Ah ..se si potessero rappresentare in un opera le idiosincrasie tra gli indipendentisti oggetto dell’articolo! Forse sarebbe utile per accorciare queste infinite ambasce!
      :-)

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Sì, le idiosincrasie tra gli indipendentisti si possono rappresentare, il materiale a disposizione per una drammaturgia non mancherebbe di certo. A mancare sarebbe poi un produttore disposto a realizzare la messa in scena. Per loro esiste solo la tetralogia composta da Shakespeare, Molière, Goldoni e Pirandello. Con tutto il rispetto per tutti e quattro, ci mancherebbe. Però puntare sempre sul cosiddetto usato sicuro non è certo una mentalità imprenditoriale.

  • Vito
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    INCULATI MERDA UMANA

  • Vito
    Rispondi

    FACCO DE’ MERDA

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