In Anti & Politica

DI MAURO GARGAGLIONE

“(..) una volta che il leader carismatico e i suoi seguaci salgono al potere, si verifica presto una trasformazione nella loro condotta e nel rapporto con il resto della società. Diventa ora impossibile isolarsi dall’influsso degli affari ordinari della vita quotidiana. Infatti, se non si occupassero di tali questioni, il loro potere sulla società rischierebbe ben presto di essere compromesso. Lentamente, il fervore entusiastico della missione ideologica e del sodalizio rivoluzionario comincia a segnare il passo.”

Queste considerazioni di Richard Ebeling non si applicano solo al comunismo di Lenin ma a tutta la politica in senso generale, anche in regimi democratici.

Il politico, più è in difficoltà, più deve richiamarsi a valori lontani dagli affari ordinari, la patria, la razza, l’equità, la solidarietà, l’appartenenza, etc etc. Allora chiama all’appello gli elettori paventando l’avvento della dittatura, della violenza senza quartiere, dell’invasione dall’esterno, della sopraffazione del forte sul debole. Fa il pieno di consensi, va al potere ed inizia immediatamente a occuparsi degli affari ordinari che era esattamente il suo obiettivo.

Una società migliore è quella che dove i politici sono più simili ad amministratori, gestori e manager sottoposti al controllo del consiglio di amministrazione che è composto dai cittadini. Il resto è fumo negli occhi.

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  • Giovanopoulos
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    D’accordo con la parte di Gargaglione.
    La citazione di Ebeling è la solita scemenza molto diffusa anche in Italia anche tra i sedicenti anticomunisti.
    La scemenza è che il comunismo è una bell’idea applicata male.
    Invece, anche e soprattutto il comunismo teorico e dottrinale gronda sangue e prefigura il gulag.
    Anzi, direi che il comunismo teorico è pure peggio delle sue realizzazioni.
    Forse solo Polpot in Cambogia è stato all’altezza del “Verbo”.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Solo che i comunisti preferiscono prendersela con il solo Stalin. E’ un problema culturale, se non ci si libera dei luoghi comuni e delle idiozie in servizio permanente, non si va da nessuna parte. Recentemente ho ascoltato una persona sostenere come il lasciarsi andare psocologicamente dopo la pensione sia colpa del mercato che considera inutili i vecchi. Che c’entra il mercato? Al mercato servono consumatori e i pensionati, potenzalmente, hanno più tempo per consumare. Il bello è che quelli che si lamentano del mercato sono gli stessi che si lamentano dell’aumento dell’età pensionabile. Che è un regalo a un istituto pubblico di previdenza, non certo un organismo assicurativo operante in un contesto di libero mercato. Se poi ci si lamenta perché a Hollywood, dopo i settant’anni, sia difficile essere scritturati, allora si consideri che nell’atletica dopo i quaranta ci sono spazi ancora minori. E’ la fisica, non il mercato, a dettare legge in merito. L’esempio cinematografico, poi, è vero fino a un certo punto. Se qualcuno smette perché non è più muscoloso o non è più fanciulla avvenente, ciò avviene anche prima di aver terminato il versamento contributivo. Se si parla di recitazione vera, la richiesta per parti anziane c’è eccome. Solo che i comunisti non lo sanno, non possono né vogliono e debbono saperlo. Se uscissero dalla loro ignoranza mascherata da intellettualismo cerebroleso, troppi di loro si toglierebbero la vita prima di aver completato il proprio iter relativo alla contribuzione previdenziale.

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