In Anti & Politica, Economia

DI GIOVANNI BIRINDELLI

L’affermazione secondo cui, per la pubblicazione free di contenuti, nulla dovrebbe cambiare è corretta.

Tuttavia, se Tizio pubblica sulla sua pagina Facebook il link (!) a un articolo di un giornale che fa pagare per il suoi contenuti (ma che campa ricevendo sovvenzioni pubbliche con denaro estorto, fra gli altri, a Tizio) allora, in seguito a questo provvedimento, Facebook (!) deve pagare un compenso “consono ed equo” (!) a quel giornale (la cosiddetta “link tax”), oppure cancellare quel link.

Ora, qui ci sono diversi problemi.

1) il primo è che, nel caso, non dovrebbe essere Facebook a pagare il compenso “consono ed equo” al giornale, ma chi ha pubblicato quel link. Ricorro a una metafora: immagina di essere nella tua casa in affitto (la tua pagina Facebook) e di far ascoltare della musica di tua scelta ad altri ospiti dello stesso immobile. Perché dovrebbe essere il proprietario dell’immobile a pagare i diritti di autore al creatore/produttore di quella musica? Sei tu che hai scelto di far ascoltare quella musica a quelle persone. Quindi sei tu che dovresti pagare. Il problema è che gli inquilini dell’immobile sono milioni (e sono quelli che eleggono e danno potere a chi ha imposto quel provvedimento) mentre i proprietari di quell’immobile sono pochi, ricchi e stranieri, quindi non votano. Far pagare gli inquilini dell’immobile avrebbe un costo politico per i “legislatori”, mentre far pagare i proprietari della struttura non lo avrebbe. Inoltre, difficilmente gli inquilini pagherebbero per ascoltare (o far ascoltare) quella musica (fuori di metafora: per leggere un articolo di un giornale che già non comprano in edicola né online a pagamento perché non ritengono che valga abbastanza) e in ogni caso troverebbero altre vie creative per aggirare il problema: lo stato, come al solito, va a prendere il denaro (in questo caso per distribuirlo alla stampa “indipendente” che dipende dalle sue sovvenzioni) dove c’è e dove è più facile prenderlo, qui i “big del web”.

2) il secondo problema è che far pagare i diritti di autore per il link a un articolo di giornale contenente il suo titolo è come far pagare il proprietario di quell’immobile (vedi punto 1) per ogni volta che qualcuno ha visto o suggerito il volantino di un libro contenente il suo titolo esposto sulla vetrina di uno dei suoi locali al piano terra. Questo non ha nulla a che vedere con la difesa dei diritti di proprietà applicati alle cose immateriali (come i cosiddetti “diritti d’autore”). È semplicemente una ridicola porcata.

3) il terzo problema è che il “compenso consono ed equo” naturalmente non esiste, se non nella mente malata dei socialisti (è un non-senso logico). Esiste il prezzo di mercato. Ma per avere il prezzo di mercato, di nuovo, devi avere uno scambio fra le due parti coinvolte nella transazione, non fra la parte che lo vende e un’altra parte che non è quella che lo domanda (vedi punto 1).

4) il quarto problema, più generale, è che questo provvedimento è stato motivato per salvaguardare “l’indipendenza dei giornali”, indipendenza a cui questi hanno rinunciato quando hanno accettato i sussidi statali da cui adesso dipendono (il che ha ovvie conseguenze sulla misura e la sostanza in cui quei giornali possono permettersi di criticare chi quelle sovvenzioni può decidere di togliere).

5) il quinto problema, ancora più generale, è che tutto ‘sto casino nel lungo termine è irrilevante dato che, grazie al sistema bitcoin-blockchain, sono in via di sviluppo piattaforme social decentralizzate e incensurabili, in cui gli stati non avranno nessuno da colpire e in cui finalmente ci sarà il libero mercato delle idee e delle informazioni.

Ci sono anche altre considerazioni, che risparmio per motivi di tempo. (Una di queste riguarda il fatto che, a seguito di questo provvedimento, se Tizio condivide su Facebook una pagina di un giornale online pubblicata gratuitamente da quel giornale allora Facebook (!) deve comunque pagare perché quella testata rende leggibili a pagamento altre (!) pagine).

Il punto generale è che qui non stiamo assistendo alla “morte di internet” come tu dici nel tuo commento, ma alla morte della stampa mainstream. Ed è una morte grigia e triste, senza dignità. Invece di rinnovarsi strutturalmente e lealmente, questa cerca di difendersi dal libero mercato dell’informazione attraverso privilegi (“leggi fatte per uno o per pochi”, in questo caso a suo favore: più correttamente, provvedimenti arbitrari e coercitivi imposti con la forza sui chi è più facile da colpire da quell’organizzazione da cui la stessa stampa mainstream dipende e che mai essa osa criticare sul piano strutturale).

TuttavIa bitcoin-blockchain è il mercato 2.0: decentralizzato e resistente alla censura. E contro esso la violenza dello stato non può nulla. Quindi, sebbene questo provvedimento sia disgustoso, ci sono buone ragioni ragioni per essere ottimisti.

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Mostrati 7 commenti
  • eridanio
    Rispondi

    Ground clutter noise.
    “Una ridicola porcata” renderebbe già l’idea sull’argomento per pochi, ma è importante dirlo, non comune, invece, è saperlo esporre con così pacate, convincenti e didascaliche riflessioni.

  • Gran Pollo
    Rispondi

    “La blockchain è il mercato 2.0, decentrato e resistente alla censura”.
    Può darsi, ma non dicevano la stessa cosa del web? Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

  • Pedante
    Rispondi

    La proprietà intellettuale è un non senso.

  • christian
    Rispondi

    “ma non dicevano la stessa cosa del web?”
    Forse chi non era esperto, quindi tutti quelli che sono venuti dopo, non per gli esperti. PEr questo si è sviluppato il darkweb.
    Purtroppo il protocollo internet non era stato pensato come sistema anticensura ma come sistema di comunicazione resistente ad una guerra (ARPANET, da cui è nato INTERNET, era una rete militare). Quindi la anticensura non c’era (e si è cercata di introdurla dopo come sopra ho detto) e la decentralizzazione si è “persa” in quanto le masse non avevano idea di cosa fosse ed big del web sopravvissuti allo scoppio della bolla dotcom hanno avuto l’occasione ed il potere di accentrare tutto nelle loro mani (ormai i nerd ed i sostenitori della cultura cyberpunk erano diventati una minoranza insignificante).

  • christian
    Rispondi

    Vero ma non ci sono solo loro. Comunque Tor è stato creato dai servizi segreti USA ed per fare in modo che i loro agenti potessero sfruttarlo senza destare sospetti (se ci sono solo 10 persone che usano una darknet magari nessuno saprà il contenuto ma è facile capire che quelle dieci persone sono spie) hanno reso pubblico il protocollo. Ma non esiste solo la rete Tor, per questo parlato di darkweb in generale.

  • Pedante
    Rispondi

    Grazie del chiarimento. Non ho molta dimestichezza con la sicurezza informatica

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