In Anti & Politica, Economia

DI ROBERTO BRAZZALE*

Il prezzo del latte di pecora in Sardegna è basso perché la produzione è troppo alta rispetto ai ricavi sperati. Punto. Nessuna congiura, semmai congiuntura.

I consumatori dovrebbero beneficiarne e i pastori dovrebbero accettare la realtà e modificare i loro piani produttivi, permettendo così un successivo recupero delle quotazioni, nell’incessante e naturale saliscendi dei prezzi di mercato. I prezzi sono dei prodigi informativi perché contengono infinite informazioni in tempo reale che nessun’altra fonte è in grado di suggerire. Almeno fino a quando la politica non ci mette le mani con l’obiettivo di “ridurre la volatilità” (sia benedetta), desiderosa di dimostrare di essere necessaria alla vita delle persone e giustificare la propria costosa esistenza all’elettorato. Finirà probabilmente così, è da scommetterci, con un intervento pubblico a sostegno dei prezzi che ritarderà l’uscita dalla sovrapproduzione aggravandone gli effetti. con il latte vaccino hanno combinato un disastro simile nel 2016-2018 comprando 400.000 tons di SMP.

La vicenda sarda dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, il grado di analfabetismo economico imperante nel nostro paese, ben condensato negli articoli che affollano la rassegna stampa di oggi (tra i quali quello di Repubblica ci sembra un catalogo di inenarrabili sciocchezze). Solo per dirne una, quella che si meraviglia che ai produttori agricoli vada solo un quinto del valore finale, fatto del tutto logico quando entrano in gioco costi insopprimibili come il confezionamento, la logistica, la distribuzione, le imposte sul consumo, che da soli prendono almeno tre quarti del ricavo finale.

Altro che infiniti peana cittadini contro chissà quale nemico della ruralità arcadica, se esistesse più mercato e meno denaro pubblico speso in consorzi, politiche agricole e rieducazioni alimentari, i consumatori sarebbero più elastici nei loro consumi, e fuori dai condizionamenti del marketing istituzionale che li bombarda da decenni, sceglierebbero il pecorino perché più conveniente, ne aumenterebbero i consumi proprio mentre i produttori rivedono al ribasso i loro piani produttivi spinti dalla contrazione dei margini.

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Si supererebbe quella che viene chiamata “crisi”, e che altro non è che la vita fisiologica dell’economia umana, e si entrerebbe in una fase inversa in cui i produttori di latte vedrebbero rialzarsi i loro margini ed i consumatori pagarne il prezzo. E’ successo solo pochi anni fa. Succederà presto di nuovo.

Sempre che la politica si tolga di mezzo. E’ da augurarselo nell’interesse dei mitici pastori sardi.

*Industriale caseario veneto, patron dell’omonimo gruppo da 150 milioni di euro di fatturato – tre volte i Pinna – e marchi del calibro di Gran Moravia e Alpilatte. Con sedi in Cina, Repubblica Ceca, USA e Brasile.

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Mostrati 4 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Parole sensate.
    Lo stato non deve intervenire in modo alcuno, specie con sovvenzioni filopatriottiche i paranazionaliste.
    Lo stato dovrebbe ridurre tasse, burocrazia, leggi e regolamenti.
    E lasciar fare agli imprenditori ed ai consumatori.
    L’agricoltura, tutta l’agricoltura intendo, non deve avere sovvenzioni statali e/o europee.
    Così come non devono esistere dazi o contingentamenti.
    Commercio libero, prodotti di ogni genere a disposizione del consumatore.
    Consumatore che sceglie liberamente in base a suoi parametri e valutazioni.
    Prima che il cardiologo mi avesse messo a stecchetto per il colesterolo acquistavo spesso dell’emmenthal Gran Moravia, se non ricordo male.

  • Marco Felicani
    Rispondi

    Tutto corretto salvo mancare una disamina dei problemi del settore lattiero-caseario in Sardegna, tra cui qualche “furbetto” che trasforma migliaia e migliaia di litri di latte ovino straniero (romeno ad esempio) in pecorino facendo concorrenza sleale.
    In un mercato perfetto la domanda e l’offerta formano il prezzo se la merce é “leale, sana e mercantile”.
    Altrimenti c’è solo una banale speculazione economica basata sul vendere un prodotto con una materia prima più economica (costo del lavoro, del terreno, dei foraggi) rispetto a quella sarda.

  • Stefano
    Rispondi

    http://www.sanatzione.eu/2019/02/guerra-del-latte-capire-il-contesto-sardo/
    In questi giorni si è favoleggiato di importazioni in Sardegna di latte dal resto d’Europa, soprattutto da Romania e Bulgaria. Questa voce è stata messa in giro perché il più grosso imprenditore caseario sardo ha un suo stabilimento a Timisoara. Chi l’ha diffusa non conosce quelle realtà o l’ha fatto ad arte.
    Romania e Bulgaria hanno allevamenti ovini da carne, il latte è un prodotto residuale. Peraltro in questo periodo le pecore sono in secca, i parti cominceranno tra un mese, le loro produzioni sono estive con i prezzi del latte tal quale sono più vicini alla media europea di quelli sardi.

    • Albert Nextein
      Rispondi

      Non vedo alcun problema nell’eventuale importazione in Sardegna di latte ovino, bovino, caprino di provenienza straniera.
      Allorché esso venisse trasformato occorrerebbe indicarne la provenienza, e quindi non potrebbe derivarne un prodotto tipico sardo.
      In sostanza, se il prodotto tipico prevede che sia sarda la materia prima, il latte, il formaggio prodotto con latte estero non sarebbe un prodotto tipico.
      Il che significa che i produttori devono avere l’onestà di informare sulla materia prima e quindi di dare indicazioni sulla tipicità del prodotto.
      In sintesi estrema, essere onesti e rispettosi della proprietà e del lavoro altrui ha dei costi che vanno sostenuti.
      Se si ama la libertà.

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