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DI MARCO LIBERTÀ

Tuvia, Zus, Asael e Aron furono quattro di 12 fratelli della famiglia Bielski, agricoltori Ebrei di Stankiewicze (oggi Stankievičy, Bielorussia), zona che tra il 1921 e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale era appartenuta alla Seconda Repubblica di Polonia e che nel settembre del 1939 venne annessa dall’Unione Sovietica. Poi venne occupata dalla Germania nazista con l’operazione Barbarossa.
Fu proprio durante l’occupazione nazista, nel dicembre del 1941, che questi quattro fratelli videro sterminati dai nazisti moltissimi Ebrei del ghetto assieme a tutta la loro famiglia.

Decisero di dover fare qualcosa per contrastare quello sterminio e salvare altri Ebrei.

Per tutto l’inverno prepararono un piano di fuga con altri 13 vicini di casa e le loro famiglie, tentando di accumulare più armi possibile per la loro protezione grazie all’aiuto di amici non Ebrei.

Nella primavera del 1942 40 persone partirono verso il cuore della foresta di Naliboki.

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Nella foresta costruirono un campo e Tuvia, che aveva il comando, mandò infiltrati nei ghetti delle città vicine con l’obiettivo di salvare e condurre al campo quanti più Ebrei possibile.
Nonostante fossero armati e decisi a combattere come partigiani, Tuvia rimase famoso per la sua frase:

“Preferisco salvare una vecchia donna ebrea piuttosto che uccidere dieci soldati tedeschi”

Centinaia di uomini, donne e bambini, seguirono Tuvia verso il campo Bielski; arrivando ben presto al picco massimo di 1.230 rifugiati, composto per il 70% da donne, bambini e anziani. Di questi, circa 150 parteciparono ad operazioni di guerriglia.

I partigiani vivevano in rifugi sotterranei o all’interno di bunker. Costruirono inoltre strutture di prima necessità come la cucina, un mulino, il panificio, il bagno, una clinica medica per il primo soccorso ai feriti e ai malati e una capanna di quarantena per i contagiati dal tifo. Mandrie di mucche servirono a soddisfare la richiesta di latte e gli artigiani fornirono le merci ed effettuarono delle riparazioni, aiutando i combattenti con supporto logistico. I sarti ricucirono tra loro vecchi vestiti confezionandone di nuovi, i calzolai aggiustarono i vecchi scarponi e ne produssero di nuovi, i conciatori lavorarono su cinture, briglie e selle. Un edificio venne adibito alla lavorazione dei metalli, dove vennero riparate le armi danneggiate e costruite di nuove con pezzi di ricambio. Erano presenti anche carpentieri, cappellai, barbieri e orologiai. Alcuni rifugi successivamente vennero adibiti a tribunale, prigione e a classi scolastiche per garantire l’istruzione ai molti bambini presenti nel campo.

I Bielski continuarono a salvare vite e a combattere i nazisti fino al 1945.
Furono tanto attivi da costringere i nazisti a porre una grossa taglia sulla testa di Tuvia, offrirono moltissimi soldi per chiunque avesse consegnato Tuvia o avesse aiutato nella sua cattura.

Asael prima della fine della guerra fu arruolato nell’armata rossa e cadde durante la battaglia di Königsberg del 1945.

Gli altri fratelli fuggirono dalle terre controllate dai russi, emigrando verso l’occidente:

Tuvia emigrò nella Palestina britannica e successivamente partecipò alla guerra d’indipendenza d’Israele.

Aron, l’ultimo sopravvissuto dei quattro, emigrò negli Stati Uniti nel 1951 dove vive ancora.

Nel 1956 Tuvia e Zus infine si insediarono negli Stati Uniti, avviando un’attività di trasporti di successo.

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L’Otriad Bielskich (Unità Bielski), secondo la sociologa della Shoah Nechama Tec, dimostra che nella Shoah non tutti furono “vittime passive” rassegnate al loro destino che si lasciavano condurre passivamente alla morte. Lo stereotipo che ha contraddistinto gli Ebrei d’Europa per molti anni, secondo la Tec, è contraddetto proprio dall’operato dell’unità combattente che la studiosa considera:

“La più massiccia operazione di salvataggio mai compiuta da Ebrei verso altri Ebrei”.

Un salvataggio che non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la previdenza degli amici dei Bielski. Previdenza nell’intuire l’inferno in arrivo, coraggio nel nascondere le loro armi prima ai sovietici e poi ai nazisti.

Una lezione importante che gli Americani impararono secoli prima.

Il II Emendamento della costituzione USA non è nato per proteggere l’attività sportiva o per proteggere la caccia, è nato per proteggere le persone dall’aggressione e dalla tirannia.

È stato scritto per avvertire eventuali tiranni che, sul suolo americano, avrebbero trovato un fucile dietro ogni filo d’erba, un Tuvia in ogni città.

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Commenti
  • Malgaponte
    Rispondi

    Quando le armi sono possedute solo dallo Stato o dalla malavita si diventa schiavi o del primo o della seconda.

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