In Anti & Politica

DI AURELIO MUSTACCIOLI

  1. Un paese in difficoltà 

The Heritage Foundation, uno dei principali think – tank mondiali, assegna nel 2018 all’Italia un indice di libertà economica pari a 62,5 ponendola al 36°posto tra i 44 paesi della regione europea e classificandola come paese “moderatamente libero” (più vicino a “prevalentemente non libero” che a “prevalentemente libero”).

La stessa organizzazione evidenzia la forte correlazione tra libertà economica e benessere economico. Non solo i paesi più liberi sono quelli più ricchi, ma sono anche quelli con il minor divario tra ricchi e poveri.

I dati in definitiva dimostrano ciò che gli economisti di scuola austriaca avevano già compreso, ovvero che la libertà economica è il vero e unico motore che consente la creazione di ricchezza e la riduzione delle disuguaglianze sociali; non c’è libertà politica senza libertà economica.

Nel nostro paese il basso livello di libertà economica ha radici culturali, siamo intrisi di ideologie collettiviste e oscilliamo tra illusioni socialiste e fascinazioni totalitarie. Ciò si evince in parte anche dall’impalcatura della nostra costituzione, molto più attenta al sociale che alla libertà, più sensibile alla redistribuzione di ricchezza che alla sua generazione.

Non abbiamo mai capito la portata sociale del capitalismo e quali siano i vantaggi del libero mercato, non riteniamo inviolabile la proprietà privata, non abbiamo un’etica della libertà.

E tuttavia, non possediamo neanche un’etica individuale della solidarietà; preferiamo che sia la collettività a essere solidale attraverso l’intervento dello stato.

Tale visione della società attraverso la lente delle ideologie collettiviste ha trovato la perfetta sintesi nella celebrazione e idealizzazione dello stato repubblicano, che deve assicurare il bene comune. Anzi è il solo che può farlo. Lo stato non deve solo aiutare e assistere i bisognosi, ma deve anche garantire i diritti positivi, assicurare la giustizia, risolvere i problemi sociali, intervenire in economia, creare posti di lavoro e conseguire l’equità sociale. L’individuo ne esce così deresponsabilizzato.

E’ sulla base di tali convinzioni che lo stato è diventato ipertrofico, è così che ha preso sempre di più il controllo delle nostre vite.

Oggi il nostro PIL è costituito al 50% da spesa pubblica, per lo più inefficiente, gestita e alimentata da una burocrazia corrotta e oppressiva. La crescita continua della spesa è stata una costante della nostra democrazia ed è avvenuta senza controllo. Per finanziarla sono stati usati tutti i mezzi possibili:

  • tassazione (palese e nascosta), che ha fatto raddoppiare il gettito fiscale negli ultimi venti anni a parità di PIL;
  • utilizzo del deficit di bilancio, che ha portato l’indebitamento al 132% del PIL, il più alto dopo la Grecia;
  • inflazione monetaria, a cui si è fatto indiscriminato ricorso ai tempi della sovranità monetaria della Lira (a cui oggi molti partiti desiderano tornare solo per sfruttare nuovamente questa opportunità).

La crescita delle dimensioni dello stato, ha determinato il parallelo progressivo deterioramento e infiacchimento delle capacità e dello spirito imprenditoriale, la distruzione di capitale, l’innalzamento del tasso di preferenza temporale con il conseguente bisogno di gratificazione immediata, e la riduzione dell’attitudine al risparmio.

I bassi tassi di interesse dell’euro rispetto a quelli dei tempi della lira inflazionata, invece di essere stati un’occasione di risanamento e di riduzione del debito e della tassazione, sono stati sfruttati per ulteriormente incrementare la spesa improduttiva.

Il disallineamento, maggiore che in altri paesi, tra l’alto tasso di preferenza temporale e il basso tasso di interesse dell’euro, ha fatto sì che le politiche espansive della BCE abbiano determinato, come ci insegna la scuola di economia austriaca, nel nostro paese più che in altri, un assottigliamento della struttura produttiva appiattendola su attività prossime al consumo e una distruzione della quantità complessiva di beni capitali.

In pratica un impoverimento progressivo.

Ecco la fotografia dell’Italia di oggi: un paese in grave dissesto economico, poco competitivo (l’Istituto IMD di Losanna nella classifica 2019 ci pone al 44 esimo posto su 63 paesi), insicuro, spaventato e che non vuole assumersi le proprie responsabilità.

Tutto questo in un momento critico, sia perché caratterizzato da importanti flussi migratori dai paesi in via di sviluppo che competono nell’utilizzo di risorse nazionali (lavoro e welfare), sia perché prossimo al possibile inizio di una fase recessiva che andrà a completare un ciclo economico caratterizzato dal più grande esperimento di politiche espansive dal dopoguerra a livello mondiale.

E nonostante ciò, il paradosso: più lo stato cresce e diventa opprimente, più la gente attribuisce ad un inesistente liberismo economico la causa dei suoi mali. La mancanza di cultura liberale ed economica attribuisce infatti al libero mercato e al capitalismo gli attributi di egoismo, anarchia e disordine, un luogo dove i più deboli sono sopraffatti. La crescita delle disuguaglianze sarebbe quindi il risultato del liberismo selvaggio all’opera. Esattamente l’opposto della realtà.

Ma in un mondo soggetto a regole economiche che non si comprendono, sempre più incerto e difficile, cresce la paura di non essere in grado di affrontare le sfide future, ed ecco che così diventa più comprensibile la crescente richiesta allo stato di tutele, regole, guida e aiuto.

Viene pertanto chiesto alla politica l’opposto di quello che servirebbe. Serve meno stato, che vuol dire meno spesa, meno tasse, meno debito, più libero mercato. La gente chiede più stato, e cioè più spesa, più tasse, più debito, più dirigismo economico.

In un mondo che non si comprende, le cause di inefficienze e gli sprechi vengono attribuite prevalentemente alla cattiva gestione, si chiede pertanto di punire i corrotti in un crescendo giustizialista e di individuare nuovi uomini più capaci, come se il problema fosse il conducente e non il treno in corsa su un binario morto. L’elevata tassazione viene considerata essere conseguenza dell’evasione fiscale, che deve pertanto essere colpita duramente per consentire a tutti di pagare meno a parità di gettito complessivo (o di pagare uguale aumentando il gettito), con buona pace del fatto che esso sia comunque tra i più alti del mondo rispetto al PIL.

Questo continua spasmodica richiesta di più stato è oggi aggravata dall’alta percentuale di tax receiver, cioè dei soggetti che vivono di tasse, che nella nostra economia hanno superato in numero i tax payer, ovvero i soggetti che pagano le tasse. E’ evidente che i primi ostacolano istintivamente, per proteggere il loro posto di lavoro, politiche che prevedono una riduzione della spesa.

I partiti, da parte loro, rispondono a tale richiesta offrendo tutti, unanimemente, una ricetta statalista, assistenzialista e dirigista; e professando tutti, con sfumature diverse, una socialdemocrazia più o meno totalitaria. Il popolo li asseconda, valutando le promesse elettorali in funzione dei propri personali benefici, nella fallace credenza che tali promesse possano essere finanziate senza conseguenze dalla collettività. E’ uno dei grandi difetti della democrazia, il fatto che alimenti l’illusione che “tutti possano vivere sulle spalle di tutti gli altri”.  E noi siamo più esposti di altri popoli a credere a questa illusione.

Tuttavia accade che, anche se la maggioranza chiede più stato, molti comincino a mal sopportare questa bulimia statalista.

E mentre i più, in particolare i tax receiver, sono poco sensibili agli alti livelli di tassazione, per i tax payer sta diventando un problema di sopravvivenza. Molti, soprattutto fra quest’ultimi, cominciano a percepire la correlazione tra ipertrofia statale e precarietà sul lavoro, incombenze burocratiche, libertà cedute in cambio di promesse di sicurezza, controlli ossessivi delle transazioni economiche, limitazioni nell’esercizio di qualsiasi attività.

Cresce così in molti la paura che uno stato sempre più pesante alla fine finisca per aggredire i propri risparmi, la propria casa, e determini in definitiva un peggioramento del proprio stile di vita.

E questo malessere comincia a serpeggiare non solo tra i liberali, che per proprie convinzioni auspicano uno stato leggero, ma anche tra chi liberale non è.

Quindi, se da un lato cresce la voglia di interventismo statale, dall’altro si comincia ad avvertire un malessere, non indirizzato politicamente, nei confronti della pervasiva inefficienza dello stato.

La Fig. 1 schematizza qualitativamente questo contesto sociopolitico. Il quadrato esterno con il bordo nero rappresenta la totalità degli aventi diritto al voto, i due rettangoli tratteggiati interni (con il bordo rosso e verde) la ripartizione tra tax payer tax receiver (attualmente a circa il 50% ciascuno).

Le aree colorate interne rappresentano una possibile ripartizione della domanda politica: le aree in rosso chiaro rappresentano quelli che auspicano un maggior peso dello stato, quelle in verde chiaro quelli che vogliono un minor peso dello stato e quelle in bianco quelli per i quali vi è sostanziale indifferenza.

E’ evidente che la domanda politica che auspica più stato proviene prevalentemente dai tax receiver, ma non solo. Così come chi chiede meno stato appartiene prevalentemente alla categoria dei tax payer, ma non solo.

Va sottolineato inoltre che coloro che auspicano una riduzione delle dimensioni dello stato non sono una classe omogenea; sicuramente tra essi ci sono liberali insoddisfatti, ma anche, come sopra accennato, non liberali.

CONTINUA…

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Commenti
  • Alfonso Rossi
    Rispondi

    Gran bell’articolo

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