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INFLAZIONE, PREZZI AL CONSUMO E AVANZATA DEI POPOLUSIMI

WILDERSDI MATTEO CORSINI

Uno degli errori che vengono più frequentemente compiuti dagli economisti che ricavano le teorie dai dati (e non viceversa) e da coloro che diffondono le tesi di questi economisti è confondere la correlazione con la causalità. Federico Fubini mi pare commettere questo errore nel cercare un nesso causale tra inflazione dei prezzi al consumo e cosiddetto populismo.

Fubini esordisce così: “Prendete i sondaggi olandesi, sovrapponeteli a un grafico dell’inflazione e scoprirete perché forse non dobbiamo morire populisti. Non inevitabilmente, per lo meno.”

Dopodiché riferisce del calo nei sondaggi per i partiti definiti populisti in Olanda, Francia e Germania e aggiunge:

Quando infatti la dinamica dei prezzi va sotto zero e si rischia la deflazione, i ricavi delle persone comuni arretrano mentre gli interessi sul loro mutuo no. Allora i debiti pesano di più e rendono tutto il resto più difficile da sopportare: anche gli immigrati e il «mostro di Bruxelles». Oggi in Francia il debito delle famiglie supera il reddito disponibile (secondo l’Ocse), in Olanda addirittura è quasi il triplo di quello. Non dev’essere un caso se dal 2015 assistiamo all’effetto altalena: Wilders sale nei sondaggi quando il carovita scende. Ma ora che la minaccia della deflazione sembra sepolta, neanche lui e Marine Le Pen si sentono tanto bene.”

Fubini sembra dare per scontato che gli elettori di Wilders e Le Pen siano tutti indebitati fino al collo, ma in assenza di dati micro che consentano di corroborarla, questa ipotesi non ha nessun solido fondamento. Sembra invece essere basata sull’idea che a essere indebitati siano perlopiù i cittadini appartenenti ai ceti medio-bassi. Ma spesso queste persone sono invece piccoli risparmiatori che, al contrario, hanno tutto da perdere se sale il carovita.

Per di più, se anche si potesse dimostrare che tutti gli elettori di questi partiti sono indebitati fino al collo, non si potrebbe concludere con certezza che le loro intenzioni di voto sono influenzate (solo) dall’andamento dei prezzi al consumo.

Inoltre la “teoria” di Fubini pare essere decisamente contro intuitiva se riferita alla Germania (infatti nella parte finale si limita a Olanda e Francia), dove i giornalisti mainstream (di cui Fubini è illustre rappresentante in Italia) vanno spesso ripetendo che i cittadini sono ossessionati dalla crescita dei prezzi al consumo, perché atavicamente memori dei disastri degli anni Venti del secolo scorso.

In definitiva, meglio evitare di individuare nessi causali in presenza di correlazioni.

NEMICO-PUBBLICITA

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2 Responses

  1. Alessandro Colla
    Alessandro Colla at | | Reply

    Gli interessi sul mutuo non arretrano. Intanto non sempre è vero perché alcuni contratti si basano su tassi variabili. E in questo caso è con la ripresa dell’inflazione che chi li ha sottoscritti ci rimette. E poi neanche gli stipendi arretrano con la deflazione. In ogni caso, non si capisce perché con gli aumenti dei prezzi non si rendano più pesanti i debiti. Che rimarranno anche alla stessa cifra ma se il pane mi costa di più, dopo devo scegliere tra rata del mutuo e scarpe nuove. Non è questo l’elemento “più difficile da sopportare”? Ma forse a Fubini le scarpe gliele regala Della Valle.

  2. Fabrizio Fv
    Fabrizio Fv at | | Reply

    A proposito di correlazioni, ci si può fare 4 risate su questa pagina :-)

    http://www.tylervigen.com/spurious-correlations

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