In Anti & Politica

DI MATTEO CORSINI

“Prima c’è l’Italia e gli italiani, poi il resto. Se noi non avessimo scelto la strada della responsabilità, saremmo precipitati nel baratro. Noi non abbiamo fatto un favore a Berlusconi, abbiamo deciso di servire il Paese.” (P. F. Casini)

Mi capita spesso di commentare le dichiarazioni deprimenti rilasciate da esponenti del governo, ad esempio da Giulio Tremonti, che, a dispetto delle etichette liberali posticce, era, resta e sempre sarà un socialista. Ma che dire del veterodemocristiano Pier Ferdinando Casini?

Uno lo ascolta, e alla fine Tremonti sembra quasi un gigante. Almeno parla di mostri a più teste, dice che siamo tutti sul Titanic, si atteggia a guru; insomma, se non ci fosse da piangere perché ci tartassa (e, ciò nonostante, l’Italia resta sull’orlo del precipizio), si potrebbe anche farsi quattro risate.

Ma con Casini no. Uno che, dopo aver accolto l’appello del presidente della Repubblica alla “coesione nazionale” (formula che di solito è servita per dare una mazzata bipartisan ai cosiddetti contribuenti), se ne esce dicendo “abbiamo deciso di servire il Paese”, è davvero inascoltabile.

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Uno che è passato dai banchi dell’università a quelli del Parlamento, dopo un breve periodo come consigliere comunale a Bologna, senza mai fare altro.

Sono ormai trent’anni che vive “servendo” il Paese. Una lunga carriera in quella che John C. Calhoun definiva la categoria dei tax consumers, in cui ha continuato ininterrottamente a farsi servire e mantenere da coloro i quali, senza alcun pudore, lui sostiene di servire.

Ma c’è da credergli quando dice che non ha fatto un favore a Berlusconi. In effetti il favore lo ha fatto in primo luogo a se stesso. Se l’Italia finisse nel baratro, la pacchia potrebbe finire anche per lui.

Io trovo dichiarazioni come quella di Casini, lo ripeto, inascoltabili. Ma il dramma vero è che qualcuno gli crede e lo vota anche.

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Commenti
  • alepuzio
    Rispondi

    Casini: il politico che vuolle salvare l’Italia proponendo la tassa di scopo a favore delle forze dell’ordine, come se il monopolio della pubblica violenza non fosse già prerogativa dello Stato (Max Weber)

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