In Libertarismo

DI MURRAY NEWTON ROTHBARD

Chiunque ha un diritto di proprietà ha anche il diritto di conservare questa proprietà, di difenderla. Affievolire il diritto di difesa significa ridurre il diritto di proprietà stesso: è la contraddizione dei pacifisti.

Il diritto di autodifesa non può arrivare fino alla violazione dei diritti di proprietà altrui, cioè non può eccedere.

Il danno subito deve essere frutto di una violenza concreta o minacciata, non può essere il danno economico che fa seguito, ad esempio, alla concorrenza o al boicottaggio, assolutamente legittimi.

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Gli atti lesivi della persona o della proprietà sono di tre tipi: l’aggressione fisica, l’intimidazione e la frode.

Circa l’intimidazione (minacciare qualcuno con una pistola), la minaccia deve essere palpabile, imminente e diretta, in sostanza si deve concretare in un atto esplicito. Qualsiasi criterio indiretto -parlare per esempio di “rischio” o di effetti futuri in maniera vaga – non è accettabile: non si può ad esempio proibire il consumo di alcolici sulla base dell’argomento che l’assunzione di alcool aumenta la probabilità che talune persone si diano al crimine.

La frode è un “furto implicito”, in quanto consiste nell’appropriarsi della proprietà di altri senza il loro consenso. Il diritto di proprietà privata genera il diritto di libero contratto: il mancato rispetto di un contratto (in questo caso la mancata prestazione di una parte) è un furto implicito. Es.: il prestito non restituito, o il bene non consegnato nella compravendita.

Non tutti gli accordi devono essere esecutivi (cioè fatti rispettare con la forza): le promesse non lo sono, perchè non comportano un furto implicito (ad esempio, la promessa di matrimonio o di effettuare una donazione).

Detto che la difesa violenta può essere esercitata solo contro la violazione violenta, fino a che punto può spingersi il diritto di difesa? Il pericolo deve essere immediato ed esplicito, manifesto ed attuale. Non si può sparare ad un uomo perchè il suo aspetto infuriato sembra preannunciare un’aggressione.

Secondariamente, la difesa deve essere proporzionata all’entità dell’aggressione. Non può bastare una qualsiasi violazione della proprietà, anche minima, per giustificare una reazione “massima”; un negoziante non può avere il diritto di uccidere un individuo che ha rubato una caramella. In questo caso la minuscola proprietà su una cosa non è equiparabile alla proprietà di se stesso del ladruncolo. Il principio deve essere invece quello della pari misura: l’invasore perde il proprio diritto nella misura in cui ha privato un altro del suo. Da questo principio deriva immediatamente anche la teoria della proporzionalità della punizione, che deve essere adeguata alla colpa.

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L’istigazione non deve essere un reato: ognuno è libero di adottare o meno qualsiasi linea di condotta, e dunque non possiamo dire che chi ha usato le parole ha causato l’evento criminoso.

Per quanto riguarda le regole giudiziarie, la società libertaria dovrebbe affermare i seguenti principi:

contro i non criminali non può mai essere usata la violenza (ad esempio, la pratica poliziesca di picchiare i sospetti): infatti, prima della condanna noi non sappiamo se si tratta di criminali. Si potrebbe accettare che la polizia usi metodi coercitivi, a patto che venga dimostrata la colpevolezza del sospettato o che i poliziotti stessi vengano trattati da criminali qualora risulti innocente. Come corollario, alla polizia non può mai essere permesso di commettere una violazione peggiore del crimine su cui si indaga (es., picchiare una persona accusata di un piccolo furto).

Nel tentativo di esercitare il proprio diritto all’autodifesa, nessuno deve obbligare qualcun altro a partecipare a tale difesa. Questo esclude immediatamente la coscrizione per la difesa e la testimonianza obbligatoria (libertà di tacere). Anche il servizio obbligatorio di giurato è una forma di schiavitù. L’ordinamento giuridico libertario deve eliminare anche il mandato di comparizione: sia al testimone che all’imputato si può chiedere di comparire in processo, non obbligarli.

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Showing 11 comments
  • Giovanni Moretti
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    Il problema del diritto all’autodifesa penso vada ricondotto alle scelte personali dell’individuo.
    Esistono leggi e regolamenti che vietano il furto, la frode e l’aggressione ad altri individui, quindi chi va contro a queste leggi e regolamenti lo fa scientemente facendo una scelta personale. Certo non e’ possibile sparare al ladruncolo di caramelle in pieno giorno, ma non si puo’ pretendere che una persona si chieda del perche’ e del percome lo stesso ladruncolo e’ in casa sua nel bel mezzo della notte prima di fulminarlo con una scarica di pallettoni. Non si puo’ chiedere a nessuno di dover investigare le intenzioni di un’intrusore prima di usare la forza letale, l’aggredito potrebbe rimanere vittima delle non chiare intenzioni dell’intrusore.

    Avere ben chiaro in mente che forzare l’entrata nella proprieta’ altrui e’ illegale e puo’ portare ad estreme conseguenze, pone chi intende violare le leggi e i regolamenti di fronte a due semplicissime scelte: rinunciare ai propri propositi oppure accettare le conseguenze qualsiasi esse siano. Scelta personale.

    La proporzionalita’ della risposta in base all’entita’ dell’offesa, qualsiasi essa sia, impone alla vittima l’obbligo dell’addestramento alla risposta basata all’entita’ dell’offesa. Tradotto in pratica significa annullare il diritto all’autodifesa, infatti la maggior parte della popolazione non e’ e non sara’ mai un’esperta nel maneggiare un qualsiasi strumento atto all’offesa. Se un’individuo mi minaccia con un coltello, devo munirmi di coltello anch’io oppure posso tranquillamente mettergli un confetto metallico tra i denti? Se sono un metro e novanta per 120 kg. e una persona 2/3 la mia stazza mi assale, per mantenere la proporzionalita’ devo legarmi una mano dietro alla schiena oppure posso tranquillamente rifilargli smatafloni a piene mani?

    Il concetto e’ molto semplice, esistono delle leggi e vanno rispettate, chi decide di non farlo e’ a conoscenza che le conseguenze possono variare ed essere ultime e letali o comunque dannose all’incolumita’ e al benessere fisico del perpetratore. Ancora, sono scelte personali.

  • Luciano
    Rispondi

    Questo è un argomento su cui mi cimento ,ogni qual volta mi si presenta l’occasion,perchè lo trovo significativo di quei concetti che sono alla base del libertarismo,a mio parere.
    Ad esempio ,nel post che mi precede ,Giovanni Moretti ,dice :….Certo non e’ possibile sparare al ladruncolo di caramelle in pieno giorno…. e ne capisco il senso,ma se vogliamo stabilre un principio che è quello di non aggredire le proprietà altrui ,poi ci mettiamo a soppesare il valore della merce sottratta e da quella stabiliamo se la reazione è proporzionata,non cadiamo nello stesso errore in cui cade la legislazione corrente?
    Quella …..La proporzionalita’ della risposta in base all’entita’ dell’offesa……?

    Io mi permetto di notare qualche contraddizione nel tuo post Moretti,proprio perchè quando dici che esistono delle leggi e vanno rispettate ,dovresti precisare se ritieni che le leggi che stanno alla base del libertarismo vadano rispettate e non quella sarabanda di atti messi in opera da Parlamenti del tutto discutibili,che si fregiano del titolo di “legge”,perchè a volte i concetti sono ribaltati.

    • Giovanni Moretti
      Rispondi

      Luciano, l’esempio della caramella che ho ripreso dal post originale parla esplicitamente di uccidere qualcuno mentre la sta rubando. Personalmente non ritengo giusto privare della vita una persona per un furto se questo furto non pregiudica la mia esistenza e il furto di una caramella non lo pregiudica. Cio’ non toglie che posso mettere in atto altri metodi di protezione dei miei beni, finanche lo sparare alle gambe del ladruncolo se necessario, ma non ucciderlo.

      L’uso della forza letale deve essere riservata esclusivamente a quelle situazioni dove vi e’ un vero o presunto rischio alla propria incolumita’. Esempio, uno mi entra in casa di notte spaccando una finestra quindi io ho il diritto di sparargli prima dove colgo, colgo, e dopo faccio le domande. Non viceversa come “I parlamenti del tutto discutibili” impongono ora.

  • Luciano
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    Si,io ho preso l’esempio minimo della caramella per dire che se si vuole stabilre un principio che io assumo come limite “invalicabile” quello della proprietà altrui ,se ci si mette a distinguere sul diritto di reazione da parte di chi subisce la violazione valutandola in base al valore del danno,a mio avviso torniamo a fare quello che già la legislazione fa ,magari anche con l’intento di “fare giustizia”.
    Ora ,ovviamente se si parla di caramelle ,fare il rapporto tra valore dell’oggetto e una reazione a pistolettate è facile,ma a questa distinzione bisogna portarci il singolo individuo,perchè se ci si porta altri a giudicare il rapporto tra valore e reazione e a dare un valore a ciò che viene sottratto a chiunque ,le valutazioni diventano soggettive e ripeto tutto torna come adesso.
    Io credo più a un principio come un il confine di uno strapiombo che deve essere ben protetto da sponde e balaustre ,dopodichè chi lo volesse comunque superare significa che accetta di precipitare.
    Se la proprietà è considerato un limite invalicabile,chi lo supera “rubando” o anche invadendo un area privata per vedere cosa c’è,significa che accetta il rischio di precipitare che segue,senza mettersi a soppesare le ragioni per cui ha superato il limite.Io i principi li considero cosi,perchè lo ripeto se ci si mette a fare dei distinguo su cui terzi devono decidere ,rifacciamo l’esistente.
    Sono altresi convinto che con questa consapevolezza maturerebbe quel filtro per cui nessuno sparerebbe per una caramella ,perchè si ripristinerebbe il valore della vita altrui, che nella società di oggi,senza fare il moralista,mi pare davvero in disuso.

  • André
    Rispondi

    D’accordo su tutta la linea con Luciano. Soprattutto con il suo precedente, dove appunto emerge il problema della soggettività delle reazioni, che secondo me non può essere sottolineato abbastanza. Quando si viola la proprietà privata di qualcuno, non importa in che misura e con quali modalità – ci si pone alla mercé di chi ha subito la violazione.

    La teoria della proporzionalità della pena presuppone un che di oggettivo e quantificabile – che viene distrutto o sottratto in presenza di un crimine. Del tipo, mi rubi una caramella da 1.50 euro, ti posso fare danni per 1.50 euro. Mi fai versare la birra che mi è costata 5 euro – mi ridai 5 euro. Mi ammazzi un figlio – 1 milione di euro. Me ne ammazzi due – 2 milioni di euro. Mi ammazzi la suocera – ti offro la birra di cui sopra.

    In realtà ogni persona valuta in modo personalissimo le perdite e i crimini subiti. Oltre appunto l’elemento aleatorio. Perché chi si permette di fregarmi il salame da frigorifero, probabilmente è anche pronto a portarsi via l’argenteria se non lo fermo. O magari anche ad ammazzarmi se è armato. Qui Rothbard secondo me casca male. Nel senso che vuole mettersi a competere con il sistema attuale che ha una visione oggettivistica del danno e del mal tolto. Ma appunto i suoi maestri austriaci hanno sempre insegnato che nelle faccende economiche le preferenze individuali sono incommensurabili. La soluzione è semplice, come prospetta Luciano. Chi si permette di violare vita-e-proprietà di chicchessia, se ne assume tutte le conseguenze, magari letali. Perché per alcuni certi beni valgono più della vita di chi si permette di dissacrare il focolare domestico – e non c’è barba di economista o prete che può dimostrargli il contrario.

    Faccio un esempio cretino – fatti veri.

    Io coltivo pomodori a casa mia, o meglio in giardino, pomodori particolari che non si trovano in commercio. Uno è il pomodoro nero di Crimea – del quale vado particolarmente ghiotto. Ora, oltre che dai parassiti – devo difendere i pomodori da mia suocera, cleptomane impenitente. Settimana scorsa si è fregata un pomodoro da mezzo chilo o giù di lì. Io mi ci sono incazzato, ho detto in modo diplomatico che dovrebbe chiedere prima di “farsi prestare” questo o quello. A mia moglie ho detto – fai smettere a tua madre di svuotarmi la dispensa a tradimento, sennò inizio a mettere tutto sotto chiave. Apriti cielo. La suocera mi ha dato, in lacrime, del tirchione, tante storie per un misero pomodoro (ho evitato di ricordarle che prima di quel pomodoro se n’erano andati già altri ortaggi sufficienti a sfamare un piccolo villaggio) e mia moglie continua a ripetermi che era meglio fare silenzio. Ora, per me quello non era evidentemente SOLO un pomodoro. C’era la fatica di coltivarlo, i semi che avevo recuperato su internet, tutta la cura per la pianta e il gusto di un sapore particolare. Per lei era solo uno dei tanti frutti rossi (il mio però è quasi nero…) che può prendere al supermercato a 1,29 euro al kilo. Per me aveva un significato ed un valore difficile da quantificare. So che è difficile quantificarlo per me, figuriamoci per un giudce o per chiunque altro che non POSSEDEVA quel bene. Ma per quanto difficile da quantificare – so che le mandorle mi erano girate parecchio e ho reagito in modo da soddisfare il mio disagio. Non le ho sparato. Ne penso che le avrei sparato se fosse stato legale. Ma un altro al posto mio magari l’avrebbe fatto… D’altro canto, l’ha fatto proprio perché sapeva che sono un bonaccione.

    Scherzi a parte – da libertari penso sia importante pensare bene a queste cose. I modi in cui può essere tutelata la vita e la proprietà di chiunque sono la chiave per costruire un società aperta e libera. Credo che sia putroppo un tema trattato in modo superficiale e poco coerente anche da molti dell’alveo libertario (Rothbard incluso, e ho detto tutto). E se non abbiamo idee chiare e coerenti noi – siamo nei guai davvero.

  • Simone R
    Rispondi

    Ciao.
    Ho una domanda.
    Se la proprietá é un diritto naturale, perché nella storia umana ci sono stati e ci sono esempi in cui la proprietá privata non esiste ma esiste un usufrutto collettivo dei beni (ex Scozia pre-unitaria; nazione Tupi)?

    Saluti

    • André
      Rispondi

      Stesso motivo per cui, sebbene sia naturale avere cnque dita sulle mani, ogni tanto a qualcuno ne crescono sei. In natura esistono le deviazioni patologiche.

      Il senso di proprietà privata è presente in modo naturale nell’uomo. Non devono insegnalo ai bambini, per capirci. Se hai figli lo noteresti. I bambini si incazzano se gli porti via il giocatolo. Se fanno i capricci a mangiare e inizi a rubargli dal piatto – ricominciano subito. Provare per credere.

      Lo sapeva pure Lenin che c’è bisogno di forgiare un nuovo tipo di essere umano per renderlo compatibile con il comunismo

      • Simone R
        Rispondi

        No, i bambini non sono naturalmente possessivi. Se prendi a parametro i tuoi figli, forse devi tener conto chi li ha educati e che valori ha trasmesso loro.Posso portarti esempi di bambini che non hanno problemi a condividere.
        Il fatto che siano le societá piu “primitive”, senza molte sovrastrutture, ad avere forme di utilizzo collettivo delle risorse mi induce a pensare che la deviazione sia piu probabilmente il modello che erge a dogma la proprietá privata e non quelle collettiviste. La proprieta privata é divenuta una necessitá lá dove serviva al particolare contesto economico e sociale, non é uno stato di natura.

        • Luciano
          Rispondi

          Simone ,nel momento stesso in cui tu parli di “educazione” fai un passo avanti rispetto alla naturalità di un comportamento,quindi a quel punto ci può stare di tutto e di più.
          Di fatto la natura non contempla lo spartirsi la proprietà se questa non risponde a un beneficio per chi spartisce.
          Quindi per contestare la naturalità della proprietà ti suggerirei di trovare altri argomenti.

          • Simone R

            Luciano, mi pare che tu stesso stia negando la naturalita della proprietá privata, che, a mio avviso, ha una valenza storica e non naturale.

  • Luciano
    Rispondi

    Ho letto con piacere e ho anche apprezzato l’ironia di Andrè,ma i concetti espressi li condivido in toto.
    .Io non ce l’ho più,ma ho avuto una suocera che per sua cultura,”rispettosa” delle cose altrui,mai avrebbe preso un pomodoro ,anche comunissimo,che avessi coltivatio nell’orto,ma non certo per la paura che se lo avesse fatto gli avrei sparato,ma per il semplice rispetto della proprietà altrui.Non credo che fosse una libertaria,ma quei concetti semplici di rispettare le cose di altri li aveva assorbiti addiritura in anni in cui non c’era niente.
    Il punto è esattamente quello che ho detto e che Andrè ha compreso perfettamente,nessuno è in grado di valutare un danno se non chi lo subisce,quindi se si vuole stabilire dei criteri condivisi,non rimane che stabilire dei limiti ,oltre i quali chi li supera si assume la totale responsabilità di cosa gli accadrà.
    Se immaginiamo che ci siano terzi addetti a stabilire la congruità e la proporzionalità della reazione io .lo ribadisco,credo che si riaprirebbe la strada per arrivare alla “giustizia” di oggi.

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