In Varie

DI GIACOMO PETRELLA

Difficile argomentare contro la forte presa di posizione del presidente della Repubblica sullo ius soli e a favore di un nuovo modello di cittadinanza. Per due ragioni: essa s’inquadra perfettamente nel sentire umanitario comune a tutte le società occidentali; si presenta, inoltre, come razionale forma di “premio” per il contrappeso demografico e fiscale offerto dall’immigrazione ad un paese in crisi di debito e di nascite. Difficile, dunque, obiettare alcunchè senza cadere nello scontato populismo del sangue e del suolo.

Tuttavia, una più attenta analisi del significato storico dello ius soli può aprire ad una diversa prospettiva. In questo senso risulta palese l’anacronismo di un istituto giuridico nato per soddisfare le esigenze di nazioni economicamente “vuote” come gli Usa e il Sud America del passato; o di nazioni post-coloniali a carattere imperialistico-plebiscitario come Francia e Regno Unito.

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Ci troviamo di fronte, quindi, ad un’astrazione storica: quella di un occidente in espansione economico-politica, capace di integrare una vasta immigrazione a bassa qualità lavorativa e salariale, con la promessa istituzionale di una rapida mobilità sociale intergenerazionale. E’ questa, nei fatti, la pericolosa retorica a cui vengono sottoposti gli aspiranti cittadini della “generazione-balotelli”.

Una favola del passato dai risultati poco chiari, come testimoniano le enormi contraddizioni americane, britanniche e francesi, e con la quale gli attuali dati socio-economici stridono impietosamente: quale nuova ricchezza da ridistribuire fra i “nuovi italiani”? Quale prospettiva di partecipazione e realizzazione a lungo termine aldilà dell’allarmismo anti-default?

In questo differente scenario, Giorgio Napolitano e Andrea Riccardi, neo ministro all’integrazione, assomigliano a quel medico orwelliano tanto realista di fronte alle peggiorate condizioni del paziente da raddoppiare le dosi del farmaco nocivo. Non certo per sadismo. Si tratta piuttosto di una visione limitata, incapace di uscire dalle strette stanze della mentalità burocratica.

E’ lo Stato novecentesco, assistenziale e irresponsabile, a chiedere e reclamare nuovi cittadini per la sua stessa sopravvivenza, indipendentemente dalle leggi del mercato, dalle opportunità individuali e dei percorsi storici complessivi. Una sorta di integrazione forzata, come la definisce il pensatore libertario Hans Hermann Hoppe, finalizzata a mantenere intatte le vecchie forme di clientela e potere.

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Vecchi paradigmi, insomma, a cui sfuggono i livelli qualitativi dei nuovi flussi migratori: sempre più studenti provenienti dalle nuove leadership globali (BRIC) destinati a tornare in patria una volta acquisito il livello di conoscenze desiderato; spesso seguiti da un numero importante di laureati italiani privi di sbocchi. Per non parlare dei lavoratori specializzati e degli imprenditori, per loro natura attenti ai flussi di capitale in fuga da italia ed europa. Un saldo decisamente negativo.

I nuovi italiani rischiano così di assomigliare un po’ troppo ai loro solidali autoctoni: privi di idee, a bassa qualifica, basso salario, ipertassati e schiavi di un sistema rappresentativo del tutto autoreferenziale. Un orizzonte temporale non certo fondativo: chi gioca sulla pelle delle masse in fermento a poche miglia da Lampedusa si deve prendere la responsabilità di andare oltre lo spread di domani. Oltre i propri, limitati, interessi. In fondo, come tutti, Balotelli è unico. Ma è stipendiato dagli sceicchi. Questo il punto.

 

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Showing 16 comments
  • Pedante
    Rispondi

    È ormai la scienza a dare ragione al populismo del sangue e del suolo.
    http://www.lrainc.com/swtaboo/taboos/gw-icbg.html

    Come Hoppe osserva qui, anche libertari sono in preda al marxismo culturale.
    http://goo.gl/sBNUi

  • Fabrizio Dalla Villa
    Rispondi

    A me pare corretto che chi nasce in Italia, sia considerato cittadino italiano, anche se i suoi genitori sono stranieri. Se poi frequenta scuole italiane, magari riceve il battesimo cristiano cattolico, ha compagni di classe italiani, perché mai non dovrebbe essere cittadino italiano? L’articolo, purtroppo, fa affermazioni senza argomentarle? Perché mai si tratta di vecchi paradigmi? di stato assistenziale? Cosa c’entrano questi elementi con l’argomento? Se poi i genitori, pur essendo stranieri, lavorano e pagano le relative tasse, in Italia, come tutti gli altri lavoratori italiani, come si fa a non considerare italiano chi nasce in Italia?

    • Maximus Deciomeridio
      Rispondi

      Perchè non diamo la cittadinanza anche ai cani ???’

      Piantala di scrivere scemenze , per favore ….

  • r.
    Rispondi

    scusate ma da libertario trovo l’articolo quantomeno inutile. da libertario trovo repellente lo ius soli come pure lo ius sanguinis, trovo infatti immorale qualsiasi forma do associazione tra individui che non sia su base volontaria. fine della questione.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      concordo sulle affinità volontarie, ma un po’ di realpolitik – anche per discutere – non è sbagliata.

      • r.
        Rispondi

        caro Leonardo concordo sul bisogno di realpolitik (e purtroppo troppo spesso il movimento libertario non l’ha praticata diventando di testimonianza, nobile ma sterile) , in questo caso ho avuto un soprassalto ultralibertario forse perché ho trovato l’articolo piuttosto confuso sia ideologicamente sia appunto in un’ottica da realpolitik. capita anche ai migliori. r.

    • Giacomo Petrella
      Rispondi

      Caro R., come ben argomenta Hans Hermann Hoppe nei capitoli 7 e 8 del dio che ha fallito, prima di poter giungere ad una società di liberi, in materia di immigrazione, è necessario mostrare le contraddizioni e le negatività dell’integrazione forzata.Si cercava dunque di attualizzare questo passaggio logico.
      Cordialità,

      GP

  • Pedante
    Rispondi

    È interessante gli stessi libertari che oppongono il creazionismo negano la possibilità di diversità tra gli esseri umani, oppure si limitano a concedere che le differenze sono limitate a quelle evidenti come colore delle pelle.

    Il dachshund non è superiore rispetto al rotweiller, solo diverso. I cani hanno temperamento e doti differenti, perché non le altre specie?

  • Pedante
    Rispondi

    rotweiller.

    Michael Levin, nel suo libro Why race matters, spiega dove molti libertari errono sulla spinosa questione razziale.
    http://mises.org/journals/jls/12_2/12_2_4.pdf

  • Pedante
    Rispondi

    @ r:
    Ammetterai che lo stato nega (sostanzialmente) il diritto di disassociarsi. I tibetani dovrebbero tacere davanti all’invasione demografica dei cinesi? E gli israeliani devono aprire le frontiere agli arabi?

    • Fabrizio Dalla Villa
      Rispondi

      non mettiamo sullo stesso piano la situazione tibetana e quella israeliana. Nel primo caso, si tratta di un paese invaso da un altro, alla faccia del resto del mondo che non ha mosso un dito per impedire l’invasione. Invece, è decisamente diversa la situazione di Israele. Questo è uno stato che Usa, GB e Francia hanno voluto, come se si trattasse di una sorta di risarcimento per i sei milioni di ebrei morti come ci racconta la storia. Si tratta di uno stato NON arabo in mezzo a stati arabi. Voi al posto degli arabi come vi comportereste, se un bel giorno, qualcuno venisse a togliervi un pezzo di terra per darlo a qualcun altro?

      • Pedante
        Rispondi

        Ho sollevato questi due casi non perché le loro rivendicazioni territoriali avessero lo stesso merito, ma perché non è scandoloso pensare che questi due popoli vorrebbero preservare le differenze tra loro e le altre etnie.
        In Occidente questo desiderio di dissociazione non solo non viene riconosciuto dallo stato (che ha il controllo esclusivo su chi entra e chi esce dal paese), ma chi lo nutre viene bollato da nazista o xenofobo. Lo stato inoltre finanzia campagne di assimilazione e utilizza leggi sul vilipendio razziale per intimidire i dissenzienti.

  • Fabrizio Dalla Villa
    Rispondi

    francamente, il fatto che io sia di statura medio-bassa, con occhi verdi, capelli brizzolati, che sia di nazionalità italiana, che ne parli (penso) correttamente la lingua, ecc… sono solamente degli incidenti. Sarei potuto nascere in un’altra realtà e il discorso di fondo sarebbe stato il medesimo. Io mi sento cittadino del mondo, al pari di tutti gli altri. Poi, se qualcuno vuole perdere tempo per etichettare e quant’altro… faccia pure.

  • Pedante
    Rispondi

    Eppure tu sprechi tempo a metterti elegante quando vai a incontrare una ragazza o il direttore della tua banca. Cerchi di presentarti in una certa maniera, non perché ti identifichi con quel ruolo/stereotipo, ma perché altri giudicheranno te, che ti piaccia o non.

    La discriminazione non è altro che una forma rudimentale di protezione. Quando camminando nella strada mi si avvicinano sei giapponesi con l’abito blu mi sento meno preoccupato che quando davanti ci sono sei neri vestiti da gangster-rap. Non conosco né gli uni né gli altri e perciò mi comporto in base ai rischi statistici che questi due gruppi rappresentano. Per limiti di tempo o d’inclinazione, non posso conoscere ogni individuo così a fondo da poter fare a meno degli stereotipi.

    Se da “al pari di altri” non intendi dire “uguale agli altri”, sono d’accordo anch’io.

    Magari questo saggio ti cambierà idea sulle prospettive del libertarismo fuori del mondo occidentale. Libertari sì, utopisti no.
    http://www.toqonline.com/archives/v2n2/TOQv2n2MacDonald.pdf

  • r.
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    più che in base a criteri statistici , che non conosci perché non esistono (magari i giapponesi in blu sono membri di una yakuza cattivissima e i rapper gestiscono un orfanotrofio per piccoli rappers sordomuti) il tuo cervello (come il mio) prende scorciatoie euristiche per faticare poco (al cervello non piace faticare è un organo parastatale) e riconduce tutte le situazioni presenti a situazioni già viste o ascoltate (dai film ai racconti della nonna) – la cosa ovviamente non inficia la correttezza finale del tuo ragionamento : non si può fare a meno di stereotipi se non a prezzo di un grande sforzo mentale e pure di un certo coraggio fisico , (pure io preferirei stare in un vicolo buoi con due giapponesi in abito blu piuttosto che due rappers coi pantaloni vita bassa)
    detto questo, a mio avviso il discorso utopia versus realpolitik è la base del problema politico del movimento libertario. r.

  • Pedante
    Rispondi

    A meno che siano tatuati, loro rientrano nella categoria di basso rischio! Ma non è pigrizia mentale, piuttosto un’estrapolazione giustificata del tasso di omicidi relativamente basso del Giappone, un fatto incontrovertibile.

    Faccio fatica a capire che incompatibilità ci sia tra il libertarismo e la diversità biologica. E siccome il credo libertario è radicato nell’appropriazione originaria, nessuno è un cittadino del mondo intero. Ognuno di noi ha un vincolo con un determinato territorio, e quell’ambiente avrà avuto un effetto attraverso le generazioni sul mio e sul tuo patrimonio genetico.

    Ci si ride sopra, ma parlarne sul serio è thoughtcrime.
    https://www.youtube.com/watch?v=AIxdTYkCGVU

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