In Libertarismo, Primo Piano, Varie

DI GIAN PIERO DE BELLIS

Una delle prime volte che ho incontrato il professor Newman è stato per una tutorial. Le tutorials sono quegli incontri faccia a faccia tra docente e studente in cui si attua un dialogo volto a chiarificare alcuni problemi attinenti un tema di ricerca e si pongono nuovi problemi (nuovi dubbi) che vanno chiariti attraverso un ulteriore sforzo di ricerca. Il docente è colui che assiste e stimola in questo percorso di esplorazione del sapere che può arrivare anche alla formulazione di nuove conoscenze, nel corso di anni di ricerca e di sperimentazione.

Mi ricordo sempre quello che il professor Newman mi disse un giorno nella sua stanza di lavoro di quello che era allora l’Oxford Polytechnic:

“Una volta nell’ambito della scienza si parlava di leggi scientifiche, la più famosa delle quali è la legge di gravità di Newton. Le leggi erano generalizzazioni di valore assoluto. Poi si è visto che anche la legge di gravità aveva delle eccezioni e il termine legge è stato abbandonato. Si è preferito allora parlare di teorie. Abbiamo ad esempio la teoria della relatività. Nel corso degli ultimi decenni, anche questo termine è parso troppo forte, come se prospettasse certezze che non ci sono. Adesso, nel linguaggio scientifico, si parla di ipotesi.”

Queste parole del professor Newman non le ho mai dimenticate. Venendo da una cultura, come quella italiana, in cui, anche all’università, si facevano affermazioni come se fossero dogmi indiscutibili, da accettare e assimilare, l’idea che la scienza fosse solo una serie di ipotesi più o meno fondate, ma tutte in principio criticabili, falsificabili e superabili, rappresentò per me un vero choc culturale.

In un’altra tutorial (erano tutte sui metodi di ricerca) appresi che occorreva sempre formulare le proprie idee e presentare i propri risultati di ricerca attraverso quelli che in lingua inglese si chiamano soft statements, cioè affermazioni morbide e circoscritte. Ad esempio, un soft statement è quello preceduto dalle parole: “sembra possibile affermare che…” o, “sulla base dei dati attualmente disponibile, si ritiene possibile sostenere che …”, e così via. In sostanza è necessario trasmettere efficacemente l’impressione che i risultati della ricerca non sono mai definitivi e quindi, pur essendo estremamente fondati, sono sempre suscettibili di falsificazione. Solamente i dogmi, in quanto certezze assolute basate sulla fede, non sono falsificabili, ma i dogmi non fanno parte del discorso scientifico. Dove ci sono dogmi la scienza non ha alcun campo d’azione in quanto la ricerca è bloccata in partenza: il dogma non ammette confutazioni.

Detto questo è bene chiarire che l’assenza di certezze assolute non vuol dire che nella scienza tutte le idee sono ben accette, si equivalgono e non c’è nulla di sicuro. Al contrario, nell’ambito del discorso scientifico vi sono aspetti estremamente solidi dei quali bisogna tenere conto se si vuole fare scienza, cioè produrre conoscenza. Questi aspetti sono:

– A) Il metodo scientifico. Il metodo scientifico è quel procedimento basato su:

o formulazione di ipotesi concernenti la realtà;

o verifica della validità o meno delle ipotesi attraverso osservazione, sperimentazione e misura dei dati della realtà;

o presentazione chiara e rigorosa dei risultati.

– B) I risultati del metodo scientifico. I risultati del metodo scientifico sono sempre delle ipotesi ma sono ipotesi che hanno avuto conferma da parecchi scienziati e attraverso tutta una serie di esperimenti. Queste ipotesi confermate sono poi assunte come generalizzazioni valide (almeno fino a quando non sono confutate) che permettono di spiegare altri fenomeni e di fornire strumenti utili (razionali) per l’agire.

È proprio la solidità del metodo scientifico e dei risultati della scienza che non permettono la formulazione di ipotesi strampalate o, peggio ancora, la presentazione di generalizzazioni prive di valide basi empiriche. Se ciò avvenisse la comunità degli scienziati interverrebbe per sottoporre a critica, se non a pubblico ludibrio, colui che si è permesso di fare quelle affermazioni senza offrire dati evidenti e solidi a sostegno. Questo almeno è quanto avviene nell’ambito della scienza.

Purtroppo vi sono settori dell’esperienza umana che non sono ancora nemmeno sfiorati dal metodo scientifico. È il caso delle cosiddette “scienze sociali” e in particolare dell’economia, in cui dominano varie scuole di pensiero che spesso hanno a che fare solo con le simpatie politiche e i pregiudizi ideologici del singolo e nulla a che vedere con la formulazione e verifica di ipotesi attraverso una analisi rigorosa dei dati della realtà. In questi ambiti sembra che la maggior parte delle persone siano quasi del tutto immuni dai principi dell’etica della scienza come formulati a suo tempo da Robert K. Merton e che egli puntualizzò nei seguenti termini:

Universalismo.”L’universalismo trova immediata espressione nel canone che qualsiasi pretesa di verità, qualunque ne sia la fonte, sia soggetta a criteri prestabiliti e impersonali di verifica, in accordo con l’osservazione e con le conoscenze accettate precedentemente.”

Comunismo. “Le scoperte sostanziali della scienza sono un prodotto della collaborazione sociale e appartengono alla comunità. Esse costituiscono un patrimonio comune.” “La concezione istituzionale della scienza come proprietà di tutti si lega alla richiesta imperativa di rendere universalmente note tutte le scoperte.”

Disinteresse. “Una passione per la conoscenza, una curiosità non legata ad interessi materiali, una inclinazione altruistica verso il benessere dell’umanità e una serie di altri motivi particolari sono stati attribuiti alla persona che si occupa di scienza.”

Setticismo organizzato. “La sospensione temporanea del giudizio e l’analisi distaccata delle credenze alla luce di criteri empirici e logici.”

(Robert K. Merton «The Sociology of Science», The University of Chicago Press, Chicago, 1973, capitolo 13, pp.270-278)

I termini utilizzati dal Merton non vanno certo interpretati in chiave politica. “Comunismo” vuol dire messa in comune dei risultati della scienza, come ha fatto, ad esempio, Tim Berners Lee quando ha messo a disposizione di tutti l’impalcatura su cui è stato costruito l’attuale Web. E “disinteresse” consiste nella voglia di dar vita a qualcosa che sarà di utilità e di beneficio per molte persone; in questo non c’è molta differenza tra uno scienziato e un imprenditore. Infatti, senza quello slancio di passione che va al di là dell’interesse immediato non ci sarebbero né scienziati né imprenditori.

Forse è per questo che non ci sono scienziati in politica e ce ne sono pochissimi nelle “scienze politiche”. In questi campi la propaganda ad opera dei venditori di fumo e di illusioni domina incontrastata. È per questo che la fine della politica dovrebbe coincidere con l’affermarsi della scienza, in una posizione di rilievo, nella vita di tutti.

E allora, l’atteggiamento scientifico sarà una componente importante e significativa della nostra natura umana razionale e saremo tutti in grado di formulare ipotesi interessanti, di verificarle nella nostra pratica di vita, di sottoporre le altrui affermazioni ad analisi rigorosa, di esprimere le nostre idee e conclusioni in maniera soft e al tempo stesso precisa, di modo che le convinzioni che enunciamo siano solide e difficilmente refutabili.

E invece, quando siamo con gli amici al Bar dello Sport, beh, allora lì ci potremo lasciare andare. In quel momento noi potremo con tutta tranquillità affermare che la nostra squadra è la più forte e che vincerà assolutamente il campionato. Non si discute. Ne siamo certi al 100%.

Quale squadra?

Beh, lasciamo perdere …

 

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Showing 4 comments
  • Lorenzo
    Rispondi

    “Le scoperte sostanziali della scienza sono un prodotto della collaborazione sociale e appartengono alla comunità. Esse costituiscono un patrimonio comune.”

    Mi sembra che questa affermazione sia contro la proprietà intellettuale.
    Quindi bisogna vietare le royalties sugli OGM?

    • Libertas
      Rispondi

      Ogni scoperta scientifica, per quanto attuata da una mente geniale e originale, è interconnessa con altrettante scoperte e valutazioni. Non è che Einstein abbia formulato la teoria della relatività senza conoscere le basi della fisica. Quelle basi, come le ha conosciute? Ovviamente studiando l’opera di altre menti. Quindi, in un certo senso, quello che scopre Einstein è indissolubilmente legato a quello che è stato scoperto da altri.
      Questa generalizzazione vale per ogni aspetto della scienza. Se ogni scienziato rivendicasse la proprietà intellettuale per le sue scoperte(quindi anche per le loro relative applicazioni), allora pretenderebbe di rivendicare la proprietà anche sulle idee altrui che lo hanno direttamente o indirettamente portato a elaborare quelle stesse scoperte.

      Non so se mi spiego.

      • Lorenzo
        Rispondi

        Sì però Einstein era un professore stipendiato quindi non aveva problemi economici, almeno credo, ma nel caso degli OGM ci sono aziende che hanno investito milioni di dollari che hanno bisogno di recuperare l’investimento e la sua adeguata remunerazione (il costo opportunità, ossia quello che l’azienda avrebbe guadagnato impiegando i capitali in un investimento di pari rischio). Se non si riconosce in questi casi il diritto allo sfruttamento economico della propria creazione intellettuale non si rischia di disincentivare la creatività umana e la produzione di ricchezza?

        • Gian Piero de Bellis
          Rispondi

          Lorenzo, la tua posizione si basa, a mio avviso, su una convinzione che non ha solide basi empiriche e cioè che, in assenza di brevetto (protezione garantita dallo stato), nessuna invenzione vedrà mai la luce del giorno. Tuttavia, invenzioni sono state fatte prima che l’idea di brevetti apparisse e invenzioni sono state fatte successivamente da persone come Benjamin Franklin che rigettò l’idea di brevettare il perfezionamento di una stufa suggeritagli dal Governatore Thomas dichiarando che: “come noi godiamo grandi vantaggi dalle altrui invenzioni, dovremmo essere grati dell’opportunità di servire gli altri attraverso le nostre invenzioni; e questo dovremmo farlo liberamente e generosamente.” (Scritti di Benjamin Franklin, 1907). Se esaminiamo la realtà, i brevetti scoraggiano la creatività e restringono la nascita di nuove invenzioni in quanto congelano la possibilità che tutti offrano il loro contributo alla risoluzione di un problema specifico. Al riguardo sono usciti recentemente alcuni testi in inglese (ad esempio quello di Stephan Kinsella). Comunque, anche se tu avessi ragione al 100%, quello che mi sembra ti sfugga nel discorso del Merton è il fatto che la “scienza” non è altro che conoscenza condivisa (shared knowledge) sulla base della quale avanza il sapere. Se io scopro qualcosa e me la tengo per me, questa presunta invenzione non fa parte della scienza. Un po’ come un romanzo che io scrivo e che tengo nel cassetto non fa parte della letteratura (anche se è un capolavoro nel giudizio di un critico letterario che ha letto il manoscritto). Chiaramente l’impresa commerciale fa circolare la sua idea sotto forma di prodotti ma quella idea non trova sviluppo ulteriore da parte della comunità scientifica mondiale. Quindi, una formula non di dominio pubblico e quindi non migliorabile dalla comunità scientifica non ricade nell’ambito della scienza. Tutto lì.

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