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DI GIAN PIERO DE BELLIS

Nelle prime ore del mattino di Domenica 1 Giugno l’anziano e illustre professore Isak Borg ha un sogno strano, insolito e molto sgradevole. Egli sogna di essersi smarrito, durante la sua consueta passeggiata mattutina, in una zona sconosciuta della città vagando tra strade deserte e case in rovina. Nella strada c’è un grande orologio ma è senza lancette. Una figura umana appare all’improvviso di spalle. Il professore si avvicina e quando la persona si gira scopre che è una sorta di manichino, con gli occhi e la bocca cuciti, che cadendo fa fuoriuscire del sangue, segno di un essere vivente. Un carro funebre compare all’improvviso trascinato da due cavalli neri. Una ruota del carro sbatte contro un lampione e si stacca; lo sbilanciamento del carro fa cadere la bara che si schiude. Il professore si avvicina per vedere chi vi è all’interno; una mano si protende e lo afferra per trascinarlo dentro. Allora egli scorge il volto del morto che non è altri che il suo stesso volto. Lui è il morto. A quel punto il sogno si interrompe e il professore si desta dall’incubo. (https://www.youtube.com/watch?v=diZ96F_4P88)

Questo è l’inizio di uno dei più famosi film di Ingmar Bergman, Smultronstället (Il posto delle fragole). Il messaggio del film è che taluni di noi attraversano la vita senza viverla davvero, persi nelle proprie paure, avvolti da un quotidiano rassicurante grigiore. Il professor Borg, con le sue amarezze, i suoi rancori, il suo distacco dagli altri, dal figlio, dalla nuora, capisce, al crepuscolo della sua esistenza, che ha ucciso la sua umanità in cambio di una tranquillità che rassomiglia alla morte.

Nel corso della storia umana il problema centrale che molte persone, desiderose di vivere pienamente la loro vita, si sono trovate a dover affrontare è il fatto di essere circondate da individui che, nella loro ricerca di sicurezze assolute, vogliono cancellare non solo qualsiasi rischio, ma anche qualsiasi sperimentazione che possa rappresentare, anche alla lontana, un possibile rischio.

Questa opposizione istintiva al nuovo, all’ignoto, che caratterizzava in passato coloro che, per questo, erano definiti reazionari, conservatori o oscurantisti, è da parecchio tempo appannaggio anche di quanti si ritengono “progressisti”.

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Ai giorni nostri i “progressisti” alla ricerca disperata di una sicurezza introvabile in quanto non umana, invocano talvolta, del tutto a sproposito, il principio di precauzione. Tale principio è accettabile nel caso, ad esempio, della sperimentazione di un nuovo prodotto prima di una sua possibile introduzione su vasta scala, ma diventa idiota e quasi criminale quando lo si usa per impedire la sperimentazione stessa. In tal modo, il principio di precauzione non è altro che la scusa, rassicurante e falsamente sensata, per mettere in atto la pratica della castrazione.

La tattica impiegata dagli oscurantisti è quella di diffondere paure. I primi telai meccanici costruiti in legno in Europa (ad es. ad Amburgo nel 1685) furono bruciati per ordine delle autorità pubbliche perché si temeva che i tessitori rimanessero senza lavoro. Ai giorni nostri, ad esempio, in un paese come l’Italia da cui, nel periodo 1876-1976, sono emigrate in tutto il mondo 27 milioni di persone, taluni agitano il pericolo dell’arrivo di orde barbariche e la costruzione di moschee e minareti nel cuore delle città, con la conseguente fine della civiltà europea. Queste paure, diffuse dal potere che si pone poi come il garante (fasullo) della sicurezza di tutti, fanno talvolta presa anche presso coloro che si dichiarano amanti della libertà.

Ecco allora che l’aridità del professor Borg appare, chiara e distinta, in molti di noi, nei nostri comportamenti ossessivi, nei nostri modi di pensare superati. Per questo il potere è così forte: perché noi, con tutta la nostra abissale ignoranza e i nostri assurdi blocchi mentali, non siamo ancora abbastanza diversi da esso.

E non lo siamo proprio perché ci portiamo dentro paure che non vogliamo riconoscere e che mascheriamo come solide convinzioni. Questo meccanismo di nobile camuffamento delle paure

– Offre un alibi intellettuale a giustificazione delle paure stesse;

– Porta a compattarsi con altri che hanno le stesse paure;

– Sfocia in varie unioni di paurosi che si presentano poi come movimenti di opinione, partiti politici, corporazioni economiche o altro ancora.

Chiaramente, qualsiasi lotta contro il potere fatta di rifiuti e di insubordinazioni che provocano atti di repressione da parte del Grande Fratello può generare stati di ansia e di paura. Questo è del tutto umano. Ma non è di questo che qui si tratta. La paura a cui si fa riferimento è la paura del vivere.

Vivere si manifesta, ad esempio, attraverso l’impegno in tre attività estremamente umane:

– esperimentazione (risoluzione di problemi, realizzazione di progetti, ecc.)

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– espressione (formulazione di concetti, comunicazione di idee, ecc.)

– esplorazione (navigazione di ambiti di conoscenza, analisi di realtà, ecc.).

Quando queste tre attività sono ridotte al minimo, scoraggiate o addirittura del tutto bloccate, allora coloro che si rendono responsabili di questo blocco o lo avvallano con il loro comportamento passivo, sono i morti viventi, quelli che, incapaci di agire e di reagire, sono praticamente già morti perché privi di vitalità e di vita. Il dramma è che, i morti viventi, assumono la loro condizione come la norma a cui tutti devono conformarsi.

Essi sono lontani anni luce da quella voglia di vivere che si manifesta apertamente come sperimentazione, espressione ed esplorazione piena e responsabile e di cui Thoreau rappresenta un esempio mirabile come appare da questa sua celebre frase:

“Sono andato nei boschi perché volevo vivere in maniera consapevole, affrontando solo i fatti essenziali della vita, e vedere se potevo imparare quello che la vita aveva da insegnarmi e non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, perché l’esistenza è una cosa estremamente bella; né volevo praticare la rassegnazione a meno che non fosse assolutamente necessaria. Volevo vivere intensamente e succhiare il midollo della vita …” (David Thoreau, Walden, 1854).

 

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Showing 6 comments
  • Flyingsoul
    Rispondi

    Piccolo appunto. Noi veniamo PROGRAMMATi fin dalla nascita a comportarci così, non è una libera scelta la nostra. La paura di vivere ci viene programmata fin dalla nascita, quindi serve una sforzo spaventosamente grande per riprogrammare il nostro subconscio ad affrontare la vita, per quello che è.

  • FrancescoPD
    Rispondi

    Un saggio anticonformista come magistralmente scritto anche da Jon Krakauer nel suo libro “Into the wild”
    Purtroppo con il grande fratello informatico ed il debito accumunlato dalle famiglie, siamo tutti in galera sia pure con sbarre immaginarie,.. una galera da cui è ancora più difficile sfuggire.

    • Borderline Keroro
      Rispondi

      Ti becchi un quotone!

  • Borderline Keroro
    Rispondi

    grazie

  • giaino
    Rispondi

    grande pezzo gian piero, è sempre un piacere leggerti

  • new s☼n
    Rispondi

    Non è bigottismo temere i minaretti. Il medio-oriente non è una culla del liberismo, e c’è un elemento di determinismo biologico in questo.
    http://www.kevinmacdonald.net/West-TOQ.htm

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