In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Quando dico che servono politiche fiscali comuni, tali da evitare che ci siano le caverne di Alibabà, lo dico perché la fiscalità non sia più uno strumento distorsivo del mercato. Perché dare privilegi a taluni Stati rispetto ad altri? Le aziende devono potersi muovere in un gioco di libera concorrenza, senza trucchi e senza scorciatoie.” (N. Di Paolo)

Nino Di Paolo è il comandante generale della Guardia di Finanza. A suo parere, l’ideale sarebbe convergere verso un sistema fiscale identico a livello europeo e, molto probabilmente, globale.

Paradossalmente un libertario potrebbe trovarsi d’accordo, in linea di principio, con l’auspicio del comandante Di Paolo, ma per motivi del tutto diversi. Il fisco, in effetti, rappresenta una violazione della proprietà del soggetto tassato e può quindi distorcere il funzionamento del mercato.

Se non vi fosse imposizione fiscale, la decisione di dove stabilire la residenza delle attività economiche non sarebbe condizionata da considerazioni circa la tassazione.

Va da sé che in una situazione del genere Di Paolo e colleghi dovrebbero abituarsi all’idea di svolgere un lavoro diverso da quello che li tiene occupati attualmente. Per quanto a mio parere auspicabile, ritengo abbastanza improbabile che si possa raggiungere una situazione di totale assenza del fisco in un orizzonte temporale prevedibile. In altre parole, dubito che Di Paolo e colleghi saranno costretti a cambiare lavoro. Anzi.

Se non si può raggiungere il cosiddetto “livellamento del campo di gioco”

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azzerando la tassazione è quindi auspicabile farlo uniformando le aliquote?

La mia risposta è: no. Finché esiste spazio per ridurre la tassazione, credo sia preferibile che uno Stato possa farlo.

Tra l’altro, raggiungere un accordo a livello globale sarebbe (fortunatamente) praticamente impossibile, e anche a livello europeo dubito che sarebbe agevole, se non su specifici tributi. Anche in questo caso, peraltro, ho la sgradevole sensazione che il livellamento avverrebbe verso l’alto.

Dubito che in Paesi come l’Italia, in cui il fisco è abituato ad avere pretese soffocanti, che cambiano in continuazione e spesso con effetto retroattivo, si vorrebbe convergere verso le pratiche maggiormente civili e meno vessatorie che ci sono altrove. Né la situazione dei conti pubblici e la pervicace mancanza di volontà di agire riducendo la spesa renderebbero possibile una sostanziale diminuzione della pressione fiscale.

In definitiva, il rischio concreto sarebbe quello di far convergere verso l’inferno fiscale (all’italiana) anche quei Paesi in cui, se non proprio di paradiso, si può almeno parlare di purgatorio. Credo sia meglio di no.

 

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Comments
  • Dexter
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    Ci sono paesi europei con pressione fiscale molto diversa tra loro, dal 30% al 60% e usano i soldi per finanziare la spesa pubblica. Dunque uniformare la pressione fiscale significherebbe anche uniformare la spesa, creare un unico sistema previdenziale, un unico sistema sanitario etc….sarebbe un incubo sovietico ! Gli stati devono essere in concorrenza tra loro !
    In USA i 50 singoli stati possono fare le politiche fiscali e di bilancio che vogliono, e se uno stato rischia la bancarotta per il debito accumulato (California ad esempio), gli altri non vengono contagiati e il dollaro non ne risente.
    In Europa pur di non ammettere il fallimento comunitario e dell’euro, vogliono fare una unione sovietica europea che porterebbe all’azzeramento della concorrenza e della libertà.

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