In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

Non è una novità. Oggi più che mai abbiamo la conferma che la proprietà privata non esiste. Se non bastassero le tasse a dimostrarlo, ci sono sempre i prelievi coatti dai conti correnti di cui siamo stati testimoni nel corso degli anni (per non parlare del provvedimento sul limite di pagamento a €1,000). Questi “indizi” dovrebbero far capire anche ai più tontoloni cosa voglia dire vivere in “democrazia”. Oltre alla facoltà di intraprendere liberi scambi (anche per quanto riguarda il lavoro), siamo stati privati anche della proprietà dei nostri corpi; il tutto in modo che qualche pianificatore possa abusarne. Poi se si reagisce al furto, si dirà che la società è sprofondata nel “Far West”. E come se non bastasse, ci sono i soliti pirla che si flagellano in pubblico decantando le lodi dello stato e fustigandosi in gruppo per essere più “coesi”. Mentre si possono avere dubbi sui disperati che sbarcano dai gommoni, la categoria precedente è sicuro che voglia fotterti (Johnny Cloaca).

DI JOEL POINDEXTER

I conservatori amano elogiare il libero mercato. Spesso sono pronti a difendere le imprese da una maggiore regolamentazione e tassazione, e in generale si oppongono all’intervento sul mercato. Tuttavia, nel caso dei lavoratori irregolari, questi sostenitori del libero mercato diventano improvvisamente ardenti sostenitori della pianificazione centrale economica.

In questo caso condannano coloro che assumono gli “illegali”, invocando la chiusura della loro attività, l’imposizione di pesanti multe, e altre misure draconiane. Questo scambio in un recente dibattito del GOP dimostra l’atteggiamento prevalente tra quelli di destra sulla questione.

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La prima tesi è che i clandestini stanno infrangendo la legge. Sostengono che non ci possono essere persone che possono eludere il sistema, altrimenti si indebolirebbe lo Stato di diritto. Ma le leggi sono legittime solo quando proteggono i diritti naturali degli altri. Tutto il resto è semplicemente malum prohibitum, un espediente dello Stato che si fonda esclusivamente sull’esercitare un controllo sui non-violenti. In una società libera, i singoli proprietari deciderebbero chi avrebbe il permesso di entrare e chi no.

Il secondo argomento che i conservatori presentano contro i cosiddetti immigrati clandestini riguarda la disoccupazione. L’affermazione perenne è che se non stessero “prendendo i nostri lavori”, allora gli Americani laboriosi potrebbero tornare a lavorare. Ciò è sbagliato per due ragioni.

La prima, e più importante, è che un lavoro non può essere rubato. Il datore di lavoro possiede la posizione, e solo lui o lei può decidere chi la ricopre.

Il secondo problema con questo punto di vista è che non riesce a spiegare i lavoratori qualificati disoccupati; la maggior parte degli immigrati “illegali” contribuisce con lavoro non qualificato.

L’unico impatto significativo che gli immigrati hanno sul mercato del lavoro è quello di aumentare l’offerta di lavoro, che tende a spingere in basso i salari. Rimanendo tutto il resto uguale, l’unico modo affinché un immigrato possa essere assunto è se sarà disposto ad accettare un salario più basso. Al fine di massimizzare i profitti, gli imprenditori tentano di pagare il salario più basso possibile senza compromettere la produttività marginale. Se un immigrato è disposto a lavorare per meno, ed è abbastanza produttivo, ha senso scegliere solo la manodopera a più basso costo. Miliardi di persone in tutto il mondo compiono questa stessa decisione su base giornaliera durante gli acquisti di beni e servizi — si chiama caccia all’affare.

Quando il proprietario e il dipendente stipulano un accordo, si impegnano semplicemente in uno scambio volontario. Così è come funzionerebbe il mercato in assenza di coercizione dello Stato. Si tratta semplicemente di esseri umani che agiscono secondo due dei desideri fondamentali: sopravvivenza economica e migliorare la propria condizione. Nessuno dei due ha violato i diritti naturali di qualsiasi altra persona, quindi non è stato commesso un crimine, e non hanno causato disoccupazione.

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L’intervento del governo nel mercato del lavoro porta alla disoccupazione, e ciò include restrizioni su chi può essere autorizzato a lavorare negli Stati Uniti.

“Incaponirsi” sull’immigrazione clandestina farebbe indubbiamente peggiorare la situazione. Il tasso di disoccupazione salirebbe, i salari reali diminuirebbero a causa di una diminuzione della produttività e si realizzerebbe un abbassamento generale degli standard di vita. Stiamo già assistendo agli effetti della legislazione che prende di mira gli immigrati clandestini. E’ stato recentemente riportato che, grazie ad una legge approvata nel mese di Aprile, gli agricoltori della Georgia hanno dovuto lasciare $75 milioni di prodotti a marcire nei loro campi a causa della carenza di manodopera. Le aziende che hanno licenziato i lavoratori senza documenti per paura di perdere la loro attività potrebbero assumere lavoratori con i documenti, ma probabilmente non sarebbero in grado di sostituirli tutti. Altrimenti è ovvio che lo avrebbero fatto in primo luogo, e sarebbero rimasti entro i confini della legge.

Non è chiaro quale sarebbe il rapporto reale, ma partendo dal presupposto che in alcune industrie tre immigrati clandestini possono essere assunti al posto di due cittadini legali, quando i primi sono licenziati per ospitare i secondi, vediamo che in precedenza vi erano due lavoratori disoccupati, ma ora ce ne sono tre. Dove l’impresa aveva una volta la capacità produttiva di tre operai, ora ha quella di due. Costringere le aziende a licenziare i lavoratori sulla base del loro status di immigrazione difficilmente può considerarsi un modo efficace per abbassare i tassi di disoccupazione ed aumentare la ricchezza reale.

Forse l’unica affermazione ragionevole dei conservatori è che uno paga il sistema tutta la vita, ed è ingiusto che gli immigrati vengano qui illegalmente e beneficino del welfare.

Ma questo non è un problema della politica dell’immigrazione; è un problema della politica del welfare del governo. In una società libera, gli individui pagherebbero direttamente per le cose di cui avrebbero bisogno, ed il problema del free riding scomparirebbe.

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Un effetto della sostituzione dei lavoratori immigrati già presenti nel paese è quello del probabile aumento della criminalità, come spiega Stefano R. Mugnaini. Questi individui probabilmente non torneranno in patria immediatamente, visti i costi. Molti probabilmente si rivolgerebbero al mercato sotterraneo, ricorrendo alla criminalità reale (malum in se) per sopravvivere. Ancora una volta, vediamo che l’ulteriore intervento continua solamente a causare più problemi.

Molti hanno maldirezionato la loro rabbia verso gli immigrati illegali o le imprese che li assumono. Invece, questa indignazione dovrebbe essere diretta a chi appartiene veramente — lo stato. Piuttosto che insistere con ulteriori interventi come la carta d’identità nazionale o l’E-verify, i conservatori dovrebbero richiedere una riduzione del ruolo del governo. Alexis de Tocqueville fece un’acuta osservazione quando disse “Gli Americani sono così innamorati dell’uguaglianza che preferirebbero essere uguali nella schiavitù piuttosto che impari nella libertà.” È giunto il momento che gli Americani capiscano che più della stessa cosa — cioè, più schiavitù — non può assolutamente garantire una maggiore prosperità.

E’ chiaro che i problemi attuali possono essere direttamente riconducibili all’interferenza dello stato nel mercato. Se il datore di lavoro e l’impiegato fossero lasciati liberi di negoziare i contratti senza l’intervento del governo, tutti avrebbero davvero pari opportunità, e la massima qualità al miglior prezzo sarebbe sicuramente il risultato. Questa libertà economica è al centro di una società libera, e solo quando il mercato viene separato dallo stato che si realizzerà il suo pieno potenziale.

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  • Luca T.
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    Ma perché voi libertari non prendete e ve ne andate in massa negli USA? Preferirei vedere una repubblica islamica italiana che un altro stato preda del calvinismo.

    Che palle

  • Pedante
    Rispondi

    Ritengo questo articolo profondamente errato, benché ben intenzionato. Non credo che l’appreso e l’innato si possano scindere. Nel corso dei millenni diversi ambienti hanno determinato diverse caratteristiche tra popoli, incluse quelle del quoziente intellettivo e il testosterone nel siero. Se si cambia la gente, si cambia il paese, politically incorrect che sia. Mi rattrista questo marxismo culturale diffuso.

    http://www.toqonline.com/archives/v2n2/TOQv2n2MacDonald.pdf

  • Leonardo Facco
    Rispondi

    Qualche articolo su cui dibattere anche in casa non mi pare una scelta sbagliata. So che le nostre teste son fatte per considerare giusti i pensieri e le idee di chi la pensa come noi (nello scritto di altri si trova rafforzata la propria convinzione, è logico). Leggere punti di vista meno “ortodossi” (seppur qualificati) è assai più difficoltoso.

  • zioalbert
    Rispondi

    In piazza Erbe a Padova ci sono i Bengalesi.
    Vendono di frutta e verdura a un euro e qualcosa al kilo, a quintalate.
    Di fronte a loro i “nostrani” con le braccia conserte (e prezzi doppi) li guardano in cagnesco.
    Ho chiesto al tizio abbronzato ” ma dove la prendi la verdura”? Mi ha guardato stranito e mi ha detto “Al mercato grosso! E dove senno? Io guadagno di dieci-venti centesimi chilo ma vendo tanta roba!
    Se capito da quelle parti io compro dai bengalesi, almeno finchè qualcuno non me lo impedirà, e se capitasse sarebbe un gran brutto giorno.

    • Pedante
      Rispondi

      Non dubiti che anche io comprerei dai bengalesi, se offrono il prezzo e il servizio migliore. La mia è più una riflessione sociale, non un argomento utilitarista. Criticherei ugualmente un nostro tentativo di colonizzare le loro terre, anche se portassimo con noi ogni ben di Dio e più concorrenza nel loro mercato interno.

  • Robespierro
    Rispondi

    Questo scribacchino vive sulla luna, oppure è a libro paga dei pochi che ci guadagnano dall’avere manodopera a basso costo, chiude gl’occhi sui problemi dell’immigrazione, che si traducono in costi per lo stato, 35 miliardi l’anno e minimizza uno dei problemi più gravi:”L’unico impatto significativo che gli immigrati hanno sul mercato del lavoro è quello di aumentare l’offerta di lavoro, che tende a spingere in basso i salari.” gli stipendi sono fermi da quando è iniziata l’invasione di questi immigrati, ma non vuol dire niente, c’est la vie… magari anche un accenno sugl’affitti schizzati verso l’alto, la criminalità, i costi della sanità, della scuola, la disintegrazione della società in tante etnie ingovernabili com’è evidente nei paesi “multiculturali”, pure nella bibbia si parla di babilonia e della sua fine… ‘sto tipo fa solo della patetica propaganda dalla sua torre d’avorio.

    • zioalbert
      Rispondi

      Nel sito del movimento libertario, si può parlare di limitare la libertà di movimento delle persone?

      • Pedante
        Rispondi

        Dal punto di vista di un anarchico, parlare di frontiere e immigrazione controllata non è affatto contraddittorio. Nella stessa maniera, che lo Stato controlli tutta la rete stradale non mi impedisce di criticare una strada particolarmente mal ideata o pericolosa. O posso criticare la polizia, anche se vorrei che la gente avesse la possibilità di optare per la protezione privata e le tasse non venissero estorte. E questo non è diatriba contro gli immigranti come persone; nemmeno condannare lo Stato vuol dire demonizzare ogni singolo statale.

        No, se ci fosse lo Stato, la gente lascierebbe entrare solo chi era benvenuto, e i costi e i benefici di questo ingresso sarebbero a carico degli ospite. Dal momento che lo Stato non è un’astrazione, posso benissimo insistere che faccia il suo lavoro – tanto e lui a arrogarsi il controllo esclusivo del territorio, e altre nazioni impongono le stesse regole con più o meno rigore.

        È impressionante quanto presa ha avuto la marcia gramsciana. Certo, quegli antropologi “politici” – i vari Lewontin, Gould, Boas, Rose, Kamin, ecc. hanno fatto la loro parte nel lavaggio dei cervelli.

        • Pedante
          Rispondi

          “No, se <B<non ci fosse lo Stato…” – ritardo mentale, scusate.

        • Pedante
          Rispondi

          “a carico degli ospite“: a carico dell’oste.

  • antonio
    Rispondi

    “Se il datore di lavoro e l’impiegato fossero lasciati liberi di negoziare i contratti senza l’intervento del governo”, il risultato sarebbe LA FAME per il 90% della popolazione, ovvero tutti i lavoratori dipendenti. perchè la “società libera” al massimo concede al lavoratore la mera sussistenza, perchè parte da scelte individuali egoistiche immediate (pagare il meno possibile il dipendente)… poi la cosa si trasforma in crisi da sovrapproduzione (se minimizzi i salari, a chi minchia vendi i prodotti???).
    questa DECISIVA contraddizione della libera e bella iniziativa privata voi “libertari” non la vedete!
    poi lasciamo perdere le visioni mistiche naziste di certi ritardati mentali (pedante).

    • Michele Biasi
      Rispondi

      Antonio,non condivido quanto lei afferma per 3 motivi:
      1) un imprenditore che non vende semplicemente fallisce e questo è un segnale per gli altri a non produrre in una determinata maniera o determinati prodotti (questo accade in una società dove lo stato non interviene in economia)
      2) In una società libera non ci sono tasse coercitive sulle attività e dunque chiunque ha maggiori possibilità di essere un lavoratore autonomo.
      3) Se il salario è lasciato al mercato la disoccupazione sarebbe solo quella di chi non vuole lavorare in un dato momento e date condizioni e preferisce aspettare condizioni migliori. In questo modo, pur se inizialmente con salari bassi, la disoccupazione è minima e non si crea quell’esercito di disoccupati che secondo marx creava il mercato (invece lo crea la legislazione sociale) e dunque il lavoro può essere considerato un bene scarso e le imprese possono contenderselo rendendo le loro proposte più attraenti(mi si passi il termine) per i lavoratori.

      Ci tengo a precisare però che le crisi di sovrapproduzione da lei citate non sono una contraddizione del libero mercato (volgarmente chiamato capitalismo) ma dell’intervento dello Stato in economia che permette alle banche l’espansione del credito.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Caro signor Luca, lasci stare il calvinismo, che .con buona pace di Max Weber non ha nulla da spartire con lo sviluppo del capitalismo moderno. E, per favore, ad argomentazioni si contrappongano argomentazioni. Ragioniamo con la testa, non con le viscere! Io concordo con zioalbert, chi è libertario non può essere contrario al movimento della persone, perchè la libertà è indivisibile. Anche i friedmanniani, che pur hanno una comcezione meramente utilitaristica della libertà, sono per l’ immigrazione libera, perché produce sviluppo e ricchezza. Ma anche se così nun fosse….E mi fermo qui, per non risultare stucchevole ripetendo quanto ho già detto altre volte.

    • Pedante
      Rispondi

      No so cosa significhi “la libertà è indivisibile”, però credo che l’appropriazione originale è un fondamentale concetto libertario, e questo vale per un territorio geografico. Immagino che i friedmaniani non si battono perché l’Israeli lasci entrare chiunque.

      • CARLO BUTTI
        Rispondi

        A proposito di Israele, l’errore è proprio quello di aver voluto risolvere il problema dell’ebraismo costituendo uno “Stato ebraico” su basi etniche e religiose. E’ eviidente che una “respublica” così connotata distruggerebbe la sua stessa ragion d’essere se si aprisse a un’immigrazione priva di filtri rigorosi! Il problema dei problemi, in fin dei conti, è sempre lo Stato in quanto Stato. Nessuno deve poter aggredire un ebreo nella sua proprietà, e un islamico dev’essere libero di non ospitare ebrei nella sua. Per quanto mi riguarda, sono proprietario di ben poco, ma ospiterei volentieri ebrei e islamici, purché mi siano simpatici come individui unici e irripetibili, e mi promettano di non azzuffarsi tra loro…

        • Pedante
          Rispondi

          Non hai diritto di immigrare in Israele se ti converti all’ebraismo, a titolo d’informazione. È uno stato basato sulla l’appartenenza a una razza. Giacché questo i friedmaniani lo sanno benissimo e tacciono, concludo che un po’ di ipocrisia c’é. Due pesi…

          Sbagliato o meno che sia il concetto razziale della nazione di Israele, guai se qualque europeo rivendica un’identità razziale – un neofascista o peggio!

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