In Anti & Politica, Economia, Scienza e Tecnologia

DI CECILE PHILIPPE*

L’interesse per il biologico non nasce per la sua opposizione agli alimenti dell’agricoltura convenzionale, ma perché completa un’offerta alimentare standardizzata.

Andando in un negozio biologico vicino a casa mia per comprare degli omogeneizzati, non posso rinunciare a un senso di malessere leggendo sui muri una lunga serie di slogan a favore del biologico. In tal modo, acquistando prodotti biologici, sono supposta difendere un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, un’alimentazione più sana per il mio bambino, un reddito più decente per gli agricoltori. In verità non mi riconosco assolutamente in questo attivismo politico i cui fondamenti si rivelano spesso inesatti. L’interesse per il biologico non nasce per la sua opposizione agli alimenti dell’agricoltura convenzionale, ma perché completa un’offerta alimentare standardizzata.

Quindi, se ho comperato degli omogeneizzati biologici, è solo perché non ho trovato altrove un equivalente. Quando si ha il desiderio di educare il proprio figlio ai gusti, il biologico risponde offrendo una grande varietà di omogeneizzati alla frutta e ai legumi con un gusto straordinario. Solo poche marche permettono ai neonati di scoprire gli straordinari gusti della pastinaca, della carota, degli spinaci, della mela, della pera, … Per non parlare degli eccellenti cereali biologici, dei quali taceremo il nome, che fanno il piacere dei genitori! Gli alimenti biologici rispondono così a delle richieste, come le mie, che resterebbero altrimenti insoddisfatte.

L’agricoltura biologica ha anche riportato al gusto quotidiano “sapori perduti” come quelli del topinambur, delle patate vitelotte, della rutabaga, del broccolo romanesco, della pastinaca, del cavolo-rapa, … L’originalità dei prodotti è un asso nella manica del biologico.

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Come scrive Gil Rivière-Wekstein nel suo appassionante libro sul biologico, “certi prodotti dell’agricoltura biologica presentano qualità gustative senza pari con gli alimenti standardizzati. Questa esigenza di qualità giustifica già di per sé l’esistenza di una filiera bio, che merita il suo posto accanto alle filiere che propongono prodotti di marchio (come il marchio Label Rouge), di appellazione di origine controllata (AOC) o di indicazione geografica protetta (IGP). Tutte queste filiere sono nate dalla passione di agricoltori che hanno adottato un modo di coltivazione fedele alle tradizioni della loro regione.”1.

L’agricoltura biologica sembra quindi rispondere alla tavolozza del gusto di raffinati gourmet e, in quanto produzione di qualità, trova il suo posto nell’offerta dei prodotti agricoli. Il problema nasce per la volontà di numerose persone che vorrebbero sostituire l’agricoltura detta “intensiva” con il biologico, in nome di una superiorità nutrizionale e ambientale che è ben lungi dall’essere dimostrata.

Però Gil Rivière-Wekstein richiama l’indagine dell’associazione consumatori UFC-Que Choisir intitolata “Prodotti bio, decisamente troppo cari”. Sulla stessa linea, un articolo del gennaio 2010 di Liberation, conclude: ”Non c’è da tergiversare: il bio è fuori prezzo.”. Secondo le stime, il sovrapprezzo potrebbe andare dal 30 al 72%. Molto banalmente, il biologico non è accessibile a tutti.

Pur essendo costoso, il biologico non è necessariamente superiore sul piano nutritivo. Numerosi studi scientifici pubblicati su riviste prestigiose (American Journal of Clinical Nutrition, Cahier de nutrition et de dietetique) o realizzati da università o organismi pubblici (Stanford, Afssa) concludono che “le lievi differenze osservate negli alimenti da Agricoltura biologica e Agricoltura convenzionale non hanno alcuna significativa ripercussione su nutrizione e salute.”. L’associazione francese dei dietologi nutrizionisti (AFDN) ricorda, da parte sua, in un comunicato stampa del 2009 che “i benefici per la salute da parte di un’alimentazione biologica non sono scientificamente dimostrati.”2.

Per quanto riguarda il contenuto in pesticidi degli alimenti dell’agricoltura intensiva, e a dispetto delle parole allarmistiche di alcuni medici come l’oncologo Dominique Belpomme o il nutrizionista Laurent Chevalier, i prodotti biologici non ne sono esenti e questo non presenta, a priori, un pericolo poiché i rischi di intossicazione sembrano essere molto bassi.

In effetti, non è mai stato molto facile non usare pesticidi e lo stesso agricoltore biologico ne usa. Come ama ricordare l’autore di Bio: fausses promesses, le multinazionali della chimica propongono alla filiera biologica non meno di un centinaio di specialità chimiche.

Per combattere le infestazioni di ticchiolatura, d’oidio o di peronospora, malattie capaci di annientare un intero raccolto, i produttori bio ricorrono a prodotti come la poltiglia solfo-calcica e a prodotti a base di Neem, nonostante alcuni siano stati proibiti.

L’utilizzo del rame, in ragione di diversi Kg per ettaro, è anch’esso pratica corrente nel bio. Però, a giudizio di uno studio dell’Institut national de la recherche agronomique (INRA), la viticoltura biologica può aver bisogno di più trattamenti rispetto alla viticultura integrata. Remy Chaussod, ricercatore di questo Istituto, precisa che “il rame si accumula nel suolo”. Può radicalmente diminuire la biomassa microbica.

Sembra dunque erroneo voler opporre agricoltura biologica e agricoltura convenzionale su tali premesse. In un paese fortemente agricolo come la Francia, in cui l’alimentazione proviene per il 90% dall’agricoltura intensiva, la speranza di vita non ha smesso di aumentare per giungere a 77,5 anni per gli uomini e 84,4 anni per le donne.

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Consumare prodotti biologici non dovrebbe quindi essere un atto politico o la dimostrazione del proprio sogno di cambiare la società, il modello o il sistema. Ci sono molti altri mezzi di rivolta contro una società che presenta, d’altro canto, tanti difetti. La conclusione, è che sarebbe sciocco snobbare il proprio piacere e rinunciare a mangiare biologico quando c’è la qualità!

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1. Rivière-Wekstein Gil, Bio: fausses promesses et vrai marketing, Le Publieur, 2011.

2. AFDN, “Manger bi…o, manger bi…en?”, febbraio 2009.

* *direttrice generale dell’Institut économique Molinari – DAL SITO DELL’NSTITUT DE MOLINARI – TRADUZIONE DI GIOVANNI CELLA

 

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Showing 7 comments
  • FrancescoPD
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    Articolo condivisibile, ma fin troppo all’acqua di rose…basti pensare cosa è successo l’estate scorsa in nord europa, verità abilmente nascosta dai vari Capanna, Petrini e compagnia cantando…
    Se la gente sapesse cos’è realmente il biologico per il consumatore da una parte e per il produttore dall’altra, ci sarebbe una folta schiera di estimatori che scopre la propria immensa idiozia.
    Basta entrare nel sito di qualunque casa produttrice di fitofarmaci per trovare delle liste di prodotti chimici altrettanto nutrite di quelli convenzionali,….altro che centinaia, credo che un centinaio li abbiano cadauna le sole syngenta o bayer, o sumitomo….
    Ma tan’è il popolino è più incline a farsi prendere per il c..lo, come sta perfettamente dimostrando con la caccia alle streghe dell’evasione fiscale….
    Non parliamo poi dei prodotti biodinamici, ma questa è un’altra storia…… diciamo che mi viene da ridere fin dalla loro pronuncia…

  • serpe
    Rispondi

    L’idea del “bio” non nasce per essere applicata al vino. Non ce ne frega nulla che il vino sia biologico. Purtroppo il “mercato” ha prodotto questa trasformazione del “bio” che all’inizio era una specie di vendita di confetture fatte in casa, ma che poi con la “richiesta” dei “consumatori” (consumatore equivale a balordo) è diventato un business miliardario.
    Di conseguenza anche la signora “borghese” che scrive l’articolo può permettersi di dire quello che dice. Ma così facendo si fa finta di non comprendere il vero spirito del biologico, che è : non ce nefrega nulla di avere un mercato. E’ il destino di una nicchia che è diventata troppo grande.

  • serpe
    Rispondi

    La signora dice: “Quando si ha il desiderio di educare il proprio figlio ai gusti, il biologico risponde offrendo una grande varietà di omogeneizzati alla frutta e ai legumi con un gusto straordinario. Solo poche marche permettono ai neonati di scoprire gli straordinari gusti della pastinaca, della carota, degli spinaci, della mela, della pera, … Per non parlare degli eccellenti cereali biologici, dei quali taceremo il nome, che fanno il piacere dei genitori! Gli alimenti biologici rispondono così a delle richieste, come le mie, che resterebbero altrimenti insoddisfatte”.
    Questo è proprio il problema. Sarebbe meglio non farglieli questi omogeneizzati che gli piacciono e mandarla direttamente a fare in culo.

    • Borderline Keroro
      Rispondi

      Per me si possono benissimo fare gli omogeneizzati BIO alla pastinaca o a quello che preferisce la signora.
      L’importante è che i costi delle coltivazioni BIO vengano sostenute dai coltivatori BIO e non ci siano sovvenzioni pagate dagli agricoltori non BIO o da chiunque altro.
      E poi vediamo, porco BIO.
      Sono convinto che il BIO sia una presa per i fondelli, mi piacerebbe sapere la resa per ettaro senza l’ausilio della chimica. Perché il solfato di rame (credo sia quello a cui si riferisce la signora quando parla di rame) è chimica.
      Per il resto ritengo che mandare la Cecile a fare in culo sia quantomeno doveroso.

      • FrancescoPD
        Rispondi

        Se non ci fosse stato prima di tutto il petrolio e di conseguenza la chimica in tutte le sue derivazioni, saremmo ben al massimo 2 MLD a calpestare il pianeta. Stavo giusto preparando un articolo al riguardo per mie attività.
        Se tutti mangiassero come gli sciroccati sostenitori del biodinamico, avremmo cibo sul pianeta al massimo per 1 MLD di individui. Fai te.

        • Borderline Keroro
          Rispondi

          Concordo.
          Ma tanto al popolo del BIO è più facile metterla in culo che in testa.
          Ed infatti…

  • Pedante
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    Sono agnostico nei confronti del cibo biologico di per sé, ma una cosa mi è chiara, se non ci fosse quel gigante sussidio indiretto alla grande distribuzione, cioè la rete stradale nazionale, immagino emergerebbero prodotti locali più competitivi. Lo Stato scombussola pure le economie/diseconomie di scala.

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