In Anti & Politica, Economia

DI PHILIPP BAGUS*

Tradotto da Francesco Simoncelli per Ludwig von Mises Italia e con una lunghissima bibliografia di riferimento per chiunque volesse approfondire la questione, presento uno splendido articolo di Philipp Bagus, autore della Tragedia dell’Euro, sulle possibili vie d’uscita dall’Euro. L’articolo in alcuni passi è stato da me rivisto e corretto.

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Come ho discusso di recente (in L’eurozona, un groviglio di azzardo morale), i costi e i rischi di mantenere il sistema dell’eurozona sono già immensi e crescenti. Esiste una via d’uscita? Intuitivamente, uscire dall’euro dovrebbe essere facile come esservi entrati. Unirsi e lasciare il club dovrebbe essere altrettanto semplice. Lasciarlo equivarrebbe semplicemente a disfare ciò che è stato fatto prima.Molti articoli popolari discutono delle prospettive di un’uscita di paesi come la Grecia o la Germania.[1] Tuttavia, altre voci hanno giustamente sostenuto che esistono problemi importanti. Alcuni autori sostengono addirittura che questi problemi renderebbero l’uscita dall’euro praticamente impossibile. Così, Eichengreen (2010) afferma, “La decisione di aderire alla zona euro è effettivamente irreversibile.” Allo stesso modo, Porter (2010) sostiene che i grandi costi di un abbandono dell’eurozona lo renderebbero altamente improbabile. Qui di seguito affrontiamo questi presunti problemi annessi a un’uscita dall’euro.

Problemi Legali

Il Trattato di Maastricht non prevede un meccanismo d’uscita dall’Unione Monetaria Europea (UME). Diversi autori sostengono che l’uscita dall’euro costituirebbe una violazione dei trattati (Cotterill 2011, Procter and Thieffry 1998, Thieffry 2011, Anthanassiou 2009).[2] In un documento di lavoro della BCE del 2009 Anthanassiou sostiene che un paese che decidesse di uscire dall’UME dovrebbe lasciare anche l’Unione Europea. Poiché il Trattato di Lisbona consente la secessione dall’Unione Europea, il ritiro dall’UE sarebbe l’unico modo per sbarazzarsi dell’euro.

La soluzione a questo problema giuridico potrebbe essere l’uscita sia dall’UME che dall’UE con un immediato rientro nell’UE. Questa procedura potrebbe eventualmente essere negoziata in anticipo. Nel caso di un contribuente netto al bilancio dell’UE come la Germania, il paese in questione probabilmente non avrebbe alcun problema a farsi riammettere immediatamente nell’Unione Europea.

In ogni caso, quando si discute della possibilità giuridica di uscita dall’euro il riferimento al Trattato di Maastricht risulta particolarmente intrigante: la “clausola” del trattato che proibisce i salvataggi infatti è già stata violata nel caso di Grecia, Irlanda e Portogallo. Senza neanche doversi spingere a parlare dei piani mirati a introdurre gli eurobond, in termini pratici possiamo affermare come il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria sia già servito a garantire i debiti delle altre nazioni.

La Banca Centrale Europea ha violato inoltre lo spirito del Trattato di Maastricht con l’acquisto del debito dei paesi in difficoltà. Sembra una giustificazione, se non un obbligo, poter lasciare l’euro dopo che le sue condizioni d’esistenza siano state violate.[3] In effetti, la Corte Costituzionale Tedesca ha stabilito nel 1993 che la Germania avrebbe potuto lasciare l’euro se non fossero stati raggiunti gli obiettivi di stabilità monetaria (Scott 1998, p. 215). In questi ultimi due anni il fatto che l’eurozona e l’euro siano lungi dall’essere stabili è oramai diventato un dato di fatto. Oltre a queste considerazioni si deve poi rilevare come uno stato sovrano possa sempre decidere di ripudiare il trattato (Deo, Donovan, e Hatheway 2011).

Un altro problema legale deriva dalla possibile ridenominazione dei contratti a seguito di un’uscita dall’euro. Un governo potrebbe ri-denominare i contratti in euro nella nuova valuta (applicando la lex monetae — lo stato determina la propria valuta). Potrebbe farlo senza alcun problema qualora i contratti fossero stati stipulati nel suo territorio o sotto la propria legge. Ma per quanto riguarda bond pubblici e privati emessi in paesi stranieri? Come giudicherebbero la vicenda i tribunali internazionali (Scott 1998, p. 224)?

Immaginate una compagnia tedesca che ha venduto un’obbligazione a Parigi. Se la Germania lasciasse l’euro, il bond verrebbe pagato in euro o nella nuova valuta? Il tribunale francese probabilmente deciderebbe per un rimborso in euro.[4] Forse anche la Corte di Giustizia Europea si pronuncerebbe su tale questione. Pertanto, nel caso di un’uscita, ci sarebbe qualche incertezza causata dalle sentenze dei tribunali. Ci potrebbero essere perdite o profitti una tantum per le parti coinvolte. Tuttavia, è difficile che tali sentenze possano costituire un ostacolo insormontabile per un’eventuale uscita dall’euro.[5]

 

Costi d’Introduzione

L’uscita dall’euro significa emettere una nuova valuta nazionale. Ciò comporterebbe costi per la stampa di nuove banconote, il conio di nuove monete, il cambio dei distributori automatici, ecc. Ci sarebbero anche costi logistici nello scambio della nuova valuta in cambio di vecchia. Questi costi non sarebbero tuttavia superiori ai costi già sostenuti per l’introduzione dell’euro. In Austria, essi sono stati stimati a €1.45 miliardi o circa lo 0.5% del PIL.[6]

 

Inflazione nei Salari e Tassi d’Interesse Superiori 

Spesso viene avanzata l’idea che i paesi periferici, con salari non competitivi, possano riuscire magicamente a risolvere i propri problemi semplicemente uscendo dall’euro. La Grecia, ad esempio, soffre di salari troppo alti soprattutto perché non c’è un libero mercato del lavoro. I sindacati hanno reso i salari troppo elevati. Il tasso di disoccupazione risultante era stato attenuato dalla spesa a deficit e dall’accumulo di debito reso possibile dall’Eurosistema. Il governo greco dava occupazione a troppe persone con salari elevati, pagava troppe indennità di disoccupazione e mandava i lavoratori in pensione troppo presto e con pensioni molto alte.

Dal momento che i sindacati hanno la forza di impedire una caduta dei salari per recuperare competitività, alcune persone consigliano che la Grecia esca dall’euro, svaluti la moneta, e quindi aumenti la competitività in questo modo. C’è però un problema. Se i sindacati rimangono forti, possono semplicemente chiedere nuovi aumenti salariali per compensare l’aumento dei prezzi dei beni importati (Eichengreen 2010, p. 8). Tale aumento compensatorio dei salari eliminerebbe tutti i vantaggi della svalutazione.[7] L’uscita dovrebbe essere quindi accompagnata da una riforma del mercato del lavoro, al fine di migliorare la competitività. In ogni caso, dopo l’uscita dall’UME, il governo Greco non potrebbe più utilizzare la redistribuzione monetaria dell’Unione Monetaria e la spesa a deficit per spingere artificialmente i salari verso l’alto.

Allo stesso modo, un abbandono dell’euro senza ulteriori riforme potrebbe portare ad un ripudio del debito pubblico. Ciò implicherebbe tassi d’interesse più elevati per il governo (Eichengreen 2008, p. 10). Una riforma delle istituzioni fiscali come ad esempio una limitazione costituzionale ai deficit di bilancio, potrebbe alleviare questo problema.

 

La Fine della Redistribuzione Monetaria tra i Paesi 

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Alcuni paesi beneficiano della configurazione monetaria dell’UME. Essi pagano tassi d’interesse più bassi sui loro debiti rispetto a quanto sarebbe stato altrimenti. Se un paese come la Grecia uscisse dall’euro e ripagasse i propri debiti con una nuova valuta svalutata, si troverebbe a pagare interessi più alti.

Inoltre, quei paesi che si ritrovano nelle stesse condizioni della Grecia non potrebbero più beneficiare di alcuna redistribuzione monetaria. Il governo greco, e, indirettamente, una parte della popolazione greca, in passato hanno beneficiato degli elevati deficit e del flusso di nuovi capitali nel paese. Questo processo ha permesso alla Grecia di finanziare un’eccedenza nelle importazioni e un tenore di vita che non avrebbe potuto raggiungere altrimenti. Almeno nel breve termine, l’uscita dall’euro significherebbe, ceteris paribus, un peggioramento del tenore di vita mantenuto finora artificialmente alto. In altre parole, dopo l’uscita dall’UME, la dimensione del settore pubblico e il tenore di vita probabilmente calerebbero in risposta alla fine delle sovvenzioni dell’UME. Questi costi si applicherebbero solo a quei paesi che finora hanno beneficiato delle politiche redistributive. Per i paesi fiscalmente più solidi, il ragionamento sarebbe speculare.

 

Perdite Commerciali

Alcuni autori sostengono che il commercio europeo crollerebbe a seguito di un’uscita dell’euro. Verrebbero nuovamente erette barriere commerciali. Alcune valute potrebbero apprezzarsi considerevolmente, ad esempio nel caso di un nuovo marco (DM). In una ricerca dell’UBS, Flury e Wacker (2010, p. 3) stimano che un nuovo eventuale DM si apprezzerebbe di circa il 25% rispetto ai valori attuali dell’euro.

In contrapposizione ad un’altra ricerca sempre dell’UBS (Deo, Donovan e Hatheway 2011), la quale presenta costi terribili associati ad una rottura dell’euro,[8] non riterrei plausibile l’idea delle barriere commerciali per diverse ragioni. In primo luogo, tali barriere causerebbero un disastro economico per tutte le parti coinvolte, porterebbero a una grave e lunga depressione e a una riduzione del tenore di vita. In secondo luogo, i contribuenti netti al bilancio dell’Unione Europea, come la Germania, potrebbero ancora utilizzare i loro trasferimenti all’Unione Europea come carta negoziale per evitare tali ostacoli. In terzo luogo, le barriere commerciali sono una palese violazione dei trattati dell’UE. In quarto luogo, le tariffe potrebbero provocare gravi tensioni fra le nazioni, che potrebbero sfociare addirittura in una guerra.

 

Costi Politici

Talvolta si sostiene che l’uscita dall’euro comporti elevati costi politici. Cosa più importante, un’uscita potrebbe innescare lo scioglimento dell’euro.[9] La disintegrazione dell’UME potrebbe compromettere lo sviluppo di uno stato federale europeo. Come minimo, ciò infliggerebbe un pesante colpo al “progetto Europeo.” Potrebbe significare la fine dell’Unione Europea così come la conosciamo oggi. L’UE potrebbe “degenerare” in una semplice zona di libero scambio.

I politici del paese uscente perderebbero influenza sulle politiche di altri paesi dell’Unione Monetaria. Inoltre perderebbero l’apprezzamento degli altri politici dell’UME e dei media mainstream, che hanno sostenuto l’euro con fermezza. Tuttavia, per i sostenitori di una zona di libero scambio europea, tali costi politici si tradurrebbero solo in immensi benefici mentre i pericoli associati ad uno stato federale europeo sparirebbero.

 

Costi procedurali e flussi di capitale

Una nazione che decidesse di lasciare l’eurozona dovrebbe stampare nuove banconote, coniare nuove monete, riprogrammare tutte le macchine per i pagamenti automatici e adattare i diversi software attualmente in uso (Eichengreen 2008, p.17). [10] Queste operazioni richiedono tempo. Il problema delle macchine non dovrebbe essere tragico: durante il periodo di transizione, i vecchi dispositivi potrebbero rimanere in uso senza che ciò comporti alcun caos. Un parcheggio pubblico che richiede pagamenti in euro non farà crollare l’economia.

Il problema di conversione delle monete e delle banconote ha una soluzione veloce perché in entrambi i mezzi di pagamento è ben identificabile il paese d’origine. Le monete hanno immagini specifiche di ogni paese e le note recano una lettera che identifica dove sono state stampate. Se la Germania uscisse dall’euro, tutte le monete e le banconote tedesche dovrebbero essere ri-denominate nella nuova moneta e più tardi scambiate con nuove monete e banconote. [11] Ovviamente il periodo di transizione comporterebbe alcuni costi di “controllo” dal momento che il pagamento in contante richiederebbe la verifica dei simboli sulle banconote.

Il problema più grosso in realtà – uno che secondo Eichengreen (2010) costituirebbe una barriera “insormontabile” – è quello dei flussi monetari che avrebbero luogo non appena si discutesse un’eventuale uscita dall’Unione Monetaria. [12] Queste decisioni, in una democrazia, richiedono tempo. Nel frattempo, avverrebbero ingenti trasferimenti di capitale. [13]

Per prima cosa discutiamo il problema di una fuga di capitali nel caso dell’uscita della Grecia dall’eurozona, senza riforme di accompagnamento. Se i politici greci discutessero seriamente di abbandonare l’euro, i cittadini si aspetterebbero una svalutazione della nuova moneta, la dracma. Trasferirebbero, quindi, gli euro dai loro conti presso le banche greche verso le banche degli altri paesi dell’Unione. Molto probabilmente non scambierebbero volontariamente i loro euro con la nuova dracma.

Inoltre potrebbero acquistare altre monete come il franco svizzero, il dollaro americano o anche oro, per proteggersi dalla svalutazione imminente. In questo modo la Grecia potrebbe immunizzarsi dalla dracma ancora prima della sua introduzione. Ma come conseguenza il sistema bancario potrebbe andare incontro a severi problemi di liquidità e di insolvenza. Nel frattempo i cittadini greci continuerebbero a commerciare in euro al di fuori della giurisdizione greca.

Questo è il cosiddetto “problema” della fuga di capitali. Tuttavia non è un problema per i cittadini greci. Per loro questa è in realtà una soluzione al problema di avere una moneta inflazionata. Inoltre queste fughe di capitali stanno già avvenendo. La discussione in parlamento di un possibile abbandono della moneta unica non farebbe altro che accelerare questo processo che è già in atto oggi.

Il ragionamento opposto si applica se un paese più solvente, come la Germania, dovesse discutere un’uscita dall’eurozona. Se le persone si aspettano un apprezzamento della nuova moneta, vi sarebbero flussi di capitale in entrata in Germania. La quantità di euro presente in Germania, da convertire poi nella nuova moneta, aumenterebbe. I prezzi degli asset tedeschi (es. case e azioni) si incrementerebbero di fronte all’aspettativa di un’effettiva uscita della Germania dall’eurozona, beneficiando i proprietari di quegli asset.

 

Una crisi sistemica del settore bancario

Alla fine ci potrebbe essere un effetto negativo sul sistema bancario in quanto molto probabilmente vi saranno perdite per le banche tanto interne quanto estere. [14][15] Eichengreen (2010) teme che questa possa diventare “la madre di tutte le crisi finanziarie”. A causa dell’interconnessione, non importa se sia la Germania oppure la Grecia a lasciare l’euro. Se è la Grecia a farlo e ripaga i suoi bond con una moneta svalutata oppure fa direttamente default, ci saranno perdite per le banche europee tali da causare un rischio di insolvenza. Allo stesso modo, se è la Germania a lasciare l’euro, spariranno anche le sue garanzie implicite e il suo supporto all’Eurosistema. Il risultato potrebbe essere una crisi bancaria in Grecia e negli altri paesi. Crisi che potrebbe ripercuotersi negativamente anche sulle banche tedesche.[16] A sua volta anche una crisi bancaria avrebbe un effetto negativo sui debiti sovrani, poiché le banche dovrebbero ricapitalizzarsi. Altri paesi potrebbero essere ritenuti a rischio oppure prossimi a lasciare l’unione e questo porterebbe a tassi d’interesse più alti sui debiti pubblici. Il risultato più probabile sarebbe una crisi finanziaria sistemica con ripercussioni sui paesi più deboli (Boone e Johnson 2011).

Recentemente il FMI ha suggerito che le banche europee mettano in conto circa 300 miliardi di euro di perdite potenziali e le ha sollecitate a ricapitalizzarsi. [17] Dovremmo sottolineare che, all’interno dell’Unione Monetaria, già ora per le banche esiste un problema di sottocapitalizzazione e di investimenti in cattivi asset e che quindi, senza una via d’uscita, la situazione si deteriorerà comunque.

È quasi impossibile lasciare l’euro senza che queste strutture già barcollanti non collassino del tutto. Tuttavia questo collasso avrebbe anche come effetto positivo proprio quello di liberarci dalle strutture insostenibili. Anche se nessun paese lascerà l’euro, i problemi per le banche esistono e, prima o poi, dovranno essere affrontati. Il fatto che vi sia la possibilità di insolvenze non può essere utilizzato come argomento contro l’uscita dall’euro. [18] I contribuenti dell’Unione Monetaria (i tedeschi hanno il carico maggiore) e le misure inflazioniste della BCE stanno, per ora, tamponando la situazione. Un’uscita accelererebbe la ristrutturazione del sistema bancario europeo.

A questo punto vorrei dare le seguenti raccomandazioni come soluzione per una crisi bancaria. Il libero mercato offre soluzioni importanti ai problemi di solvibilità delle banche. [19]

– Le banche con un modello di impresa non attuabile dovrebbero essere lasciate fallire, liberando capitale e risorse per le altre attività d’impresa

– Una conversione debt-to-equity (da debito a capitale azionario) potrebbe rimettere in sesto molte banche [20]

– Le banche potrebbero raccogliere capitale privato con emissioni azionarie, come stanno già facendo.

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Una riforma di stampo liberista avrebbe importanti vantaggi:

– I contribuenti non sarebbero colpiti

– Le banche fallite chiuderebbero i battenti. Siccome il settore bancario è sovradimensionato, verrebbe ridotto a dimensioni più sane e sostenibili

– Non sarebbero necessarie politiche inflazioniste per sostenere il sistema bancario

Il problema di scorporare la Banca Centrale Europea

L’Eurosistema consiste nella BCE e nelle banche centrali nazionali. Lo scorporo è facilitato perché le banche centrali nazionali continuano a possedere le loro riserve e i loro bilanci. Scott (1998) sostiene che questa configurazione possa essere stata intenzionale. I paesi volevano tenersi una via d’uscita dall’euro, da utilizzare in caso di necessità.

Il 1° gennaio 1999, la BCE ha iniziato le sue operazioni con un capitale di 5 miliardi di euro. Nel dicembre 2010 il capitale era aumentato da 5,76 miliardi di euro a 10,76 miliardi. [21]

Solo una parte di tutti gli asset tenuti a riserva dell’Unione Monetaria sono finiti nel calderone della BCE e questo rende lo scorporo più facile. Il 1° gennaio 1999 le banche centrali nazionali hanno fornito pro rata un contributo di capitale alla BCE di 50 miliardi di euro (Procter e Thieffrey 1998, p.6). Le banche centrali nazionali hanno però mantenuto la “proprietà” di questi asset di riserva e hanno soltanto trasferito il controllo alla BCE. (Scott 1998, p.217). Nel caso di un’uscita, sia la restituzione dei contributi al capitale della BCE che degli asset trasferiti all’Eurosistema dovrebbe essere soggetto a un negoziato (Anthanassiou 2009).

In modo simile, c’è il problema dei crediti e dei debiti del sistema TARGET2. Se la Germania avesse lasciato l’Unione Monetaria nel 2012, la Bundesbank avrebbe trovato sul suo bilancio più di 616 miliardi di euro in crediti denominati in euro. Se l’euro si deprezzasse nei confronti del nuovo marco tedesco, vi sarebbero perdite molto significative per la Bundesbank. [22] Come conseguenza, il governo tedesco potrebbe essere costretto a ricapitalizzare la Bundesbank. Teniamo conto, però, che queste perdite sarebbero soltanto un riconoscimento dei rischi e delle perdite che la Bundesbank e il governo tedesco devono affrontare all’interno dell’Unione. Il rischio sta crescendo per ogni giorno che la Bundesbank trascorre all’interno dell’Unione Monetaria.

Se al contrario, fosse la Grecia a lasciare l’Unione, sarebbe per lei molto meno problematico. La Grecia pagherebbe semplicemente i crediti che deve alla BCE con le sue nuove dracme, causando perdite alla Banca Centrale Europea. I depositanti trasferirebbero i loro conti dalle banche greche a quelle tedesche, conferendo alla Bundesbank ulteriori crediti verso il sistema TARGET2. Man mano che il rischio creditizio per la Bundesbank continuasse a salire a causa di questi surplus verso il sistema TARGET2, la Bundesbank stessa potrebbe decidere di staccare la spina all’euro (Brookes 1998). [23]

L’onestà intellettuale ci richiede di ammettere che ci sono costi importanti da associare a un abbandono dell’euro, come i problemi legali o lo scorporo della BCE. Tuttavia questi costi possono essere mitigati da riforme e da una gestione intelligente delle circostanze. Alcuni di questi presunti costi, come ad esempio i costi politici o il libero flusso di capitali, sono in realtà benefici da punto di vista della libertà. In realtà, alcuni costi potrebbero essere visti come un’opportunità: ad esempio una crisi bancaria utilizzata per riformare il sistema finanziario e porlo finalmente su basi solide. In ogni caso, questi costi dovrebbero essere confrontati con gli enormi benefici dati dall’uscita da questo sistema, che è destinato a portare all’implosione dell’Eurosistema. Uscire dall’euro significa non essere più parte di un sistema monetario inflazionista, autodistruttivo, con welfare state crescente, competitività in declino, salvataggi bancari, sussidi, trasferimenti, azzardo morale, conflitti tra nazioni, centralizzazione e una perdita generale di libertà.

Articolo di Philipp Bagus su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli e Marco Bollettino

 

NOTE

[1] Reiermann (2011) ha discusso dei rumors riguardo una possibile uscita della Grecia dall’euro. Desmond Lachman (2011) sostiene che l’uscita della Grecia dall’eurozona è inevitabile. Feldstein (2010) raccomanda alla Grecia di prendersi “una vacanza” dall’euro. Johnson (2001) e Roubini (2011) raccomandano alla Grecia di lasciare l’euro e fare default. Alexandre (2011) e Knowles (2011) si domandano in che modo la Grecia potrebbe uscire dall’euro. Edmund Conway (2001) al contrario, pensa che dovrebbe essere la Germania a lasciare l’eurozona. David Champion (2011) considera anche lui la possibilità che la Germania abbandoni l’euro.

[2] Smits (2005, p. 464) scrive, “non esiste un modo legale per lasciare l’eurozona. Quindi un eventuale abbandono dalla moneta unica potrà essere raggiunto solo tramite negoziato oppure, se non si trova un accordo, lasciando direttamente l’Unione Europea dopo il preavviso di due anni.”

[3] Anthanassiou (2009, p. 19), al contrario argomenta che nessun paese può lasciare l’eurozona per protesta.

[4] Mann (1960) sostiene che non è chiaro quale moneta dovrebbe essere utilizzata, la corte dovrebbe utilizzare quella specificata nel contratto. Quindi se i bond dell’azienda tedesca sono venduti a Parigi sotto la legge francese, il contratto dovrebbe essere pagato in euro. Porter (2010, p.4) giunge alla stessa conclusione.

[5] Thieffry (2011, p. 104) teme “una serie dislocazione nei mercati dei bond governativi e un lungo periodo di incertezza.” In realtà problemi per i governi irresponsabili nel finanziare la loro spesa in deficit potrebbero avere effetti benefici.

[6]Vedi Newsat (2001).

[7] L’argomentazione per cui si può alzare la competitività tramite svalutazione ha altri problemi fondamentali (Rallo 2011, p.158). Mentre è importante abbassare alcuni prezzi nei confronti del resto del mondo (es. i salari i alcuni settori), la svalutazione abbassa tutti i prezzi allo stesso modo. Inoltre fa diventare più care le importazioni. Se un paese deve importare merci e beni che poi più tardi saranno esportati, la svalutazione potrebbe non aumentare per nulla la competitività.

[8] Gli autori stimano che l’abbandono della moneta unica costi tra i 9500€ e gli 11500€ a persona per i paesi “deboli” e tra i 6000€ e gli 8000€ per quelli “forti.” Gli autori paragonano questi numeri con il costo di 1000€, cifra relativamente minore, per il contribuente tedesco nel caso di un default del 50% del debito greco. Queste stime non tengono in cosiderazione alcuni importanti benefici dell’uscita dall’euro e ne esagerano i costi. Per esempio, non tengono in considerazioni i costi di lungo termine di un’unione fiscale oppure di un’inflazione più alta. Inoltre assumono che i paesi “forti” che lasciano l’Unione debbano “smantellare la loro industria esportatrice” mentre per i paesi deboli prevedono la possibilità di rivolte, che in realtà sono molto più alte se questi paesi rimarranno nell’eurozona.

[9] Sulla storia del progetto politico dell’euro come mezzo per costruire uno stato europeo centralizzato vedi Bagus (2010).

[10] Flury e Wacker (2010) stimano un anno di transizione per rendere operativa la nuova moneta.

[10] Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di marchiare tutte le banconote in circolazione in un breve periodo di tempo. Tuttavia c’è la possibilità di un massiccio afflusso di banconote o di una popolazione che si rifiuta di consegnare le proprie per paura di una futura svalutazione. Quindi riteniamo che lo scambio di banconote che hanno come indicazione la lettera della nazione di origine come più pratica, anche se alcune di quelle banconote stanno circolando in altri paesi dell’Unione Monetaria. [12] Smith (2005, p. 465) points to the instability caused by speculations about an exit: “even the threat of withdrawal will affect the euro stability and may lead to speculation against the single currency.” Scott (1998, p. 211) argues that speculation on which country is to leave may lead to a breakup of the eurozone.

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[13] Porter (2010, p.6 ) descrive lo scenario seguente: Se ci si aspetta che la Germania introdurrà una moneta forte, le banche trasferiranno i loro depositi in Germania. Potrebbero prendere in prestito denaro al tasso di sconto dalla loro banca centrale e depositare alla Bundesbank. Il bilancio della Bundesbank si espanderebbe sostanzialmente. Porter suggerisce di chiudere senza preavviso il sistema TARGET2

[14] Un altro dei supposti problemi è il rischio di contagio. Se un paese lascia l’eurozona, gli investitori potrebbero vendere il debito di altri paesi deboli e delle loro banche, facendo scattare altre uscite. Il problema di contagio non ci interessa qui perché vogliamo proprio discutere la possibilità di lasciare l’euro. Se questa possibilità esiste ed è desiderabile, il rischio contagio non pone problemi insormontabili ma potrebbe anzi essere una conseguenza desiderabile.

[15] Come Porter (2010, p.5) sottolinea, un’uscita risulterebbe in un disallineamento monetario per molte banche e aziende. Improvvisamente si ritroverebbero con crediti e debiti denominati in una moneta straniera con un valore fluttuante e questo risulterebbe in profitti o perdite. Poiché la Germania ha un eccesso di crediti stranieri rispetto ai debiti, una sua uscita probabilmente condurrebbe ad un apprezzamento della nuova valuta tedesca e quindi a perdite. Queste perdite danneggerebbero i bilanci di aziende e banche.

[16] Flury e Wacker (2010) discutono questo e altri problemi relativi a un’uscita della Germania dall’euro.

[17] Vedi Reddy (2011).

[18] Ci si potrebbe pure chiedere se un paese avrebbe dovuto rifiutare la possibilità di secedere dall’Unione Sovietica per paura di problemi nel settore bancario.

[19] Per un piano dettagliato e una critica dei bailout del 2008, vedi Bagus e Rallo (2011)

[20] Idealmente questa conversione sarebbe volontaria. Se i creditori delle banche non vogliono convertire i loro investimenti in azioni, la banca dovrebbe esser liquidata con grandi perdite per loro dovute alla svendita degli asset della banca. Quindi, c’è un incentivo peri creditori a convertire i debiti bancari in azioni, se il modello d’impresa è solido. Facendo così possono prevenire perdite maggiori dovuto alla liquidazione. Al contrario, Buiter (2008) ha suggerito una conversione forzata e involontaria di tutti i debiti in azioni. Questa misura non è necessaria se permettiamo alle banche di fallire.

[21] La quota di partecipazione della Bundesbank è del 27,1 per cento. La quota capitale pagata è di 1,4 miliardi di euro. (Se includiamo anche i paesi soci che però non sono membri dell’eurozona, la quota di capitale della Bundesbank scende al 18,93%)

[22] Una svalutazione dell’euro implica una perdita di quasi 100 miliardi.

[23] Bisogna considerare che i crediti e i debiti nel sistema TARGET2 non sono nei confronti delle altre banche centrali ma consistono in una posizione netta nei confronti solo della BCE (Whittaker 2011). Vedi anche Bundesbank (2011b, p. 34).

 

 

 

* Link all’originale: http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=797%3Aesista-una-via-di-fuga-dalleuro&catid=39%3Apolitiche-economiche&Itemid=176

 

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