In Anti & Politica, Libertarismo

«La caratteristica peculiare e cruciale nello studio dell’uomo è il concetto di azione. L’azione umana è definita semplicemente come un comportamento intenzionale. È pertanto nettamente distinguibile da quei movimenti osservati che, dal punto di vista dell’uomo, non sono intenzionali. Questi includono tutti i movimenti osservati nella materia inorganica e quei tipi di comportamenti umani che sono puramente dei riflessi, che sono semplicemente delle risposte involontarie a determinati stimoli. L’azione umana, d’altra parte, può essere significativamente interpretata da altri uomini, perché è governata da un determinato scopo che l’attore ha in mente. Lo scopo del gesto di un uomo è il suo fine; il desiderio di raggiungere questo fine è il movente dell’uomo per l’istituzione dell’azione.
Tutti gli esseri umani agiscono in virtù della loro esistenza e della loro natura di esseri umani. Non potremmo concepire esseri umani che non agiscono intenzionalmente, che non hanno fini in mente che essi desiderano e cercano di raggiungere. le cose che non hannoagito, che non si sono comportate di proposito, non sarebbero più classificate come umane.
E’ questa fondamentale verità — questo assioma dell’azione umana — che costituisce la chiave del nostro studio. L’intero regno della prasseologia e la sua migliore suddivisione, l’economia, si basano su un’analisi delle implicazioni necessarie e logiche di questo concetto. Il fatto che gli uomini agiscano in virtù del loro essere umani è indiscutibile ed incontrovertibile. Presumere il contrario sarebbe assurdo. Il contrario — l’assenza di un comportamento motivato — si applica unicamente alle piante ed alla materia inorganica.» — Murray N. RorhbardMan, Economy, and State
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DI ALASDAIR MACLEOD

Ecco un puzzle per i Keynesiani ed altri economisti neo-classici.

Quando un consumatore acquista qualcosa, deve effettuare una scelta; e se aumenta il suo acquisto di un prodotto, deve ridurre i suoi acquisti di altri prodotti dello stesso ammontare. In altre parole, non può comprare entrambe le cose. Questo è vero anche per intere comunità. Allora come si può avere una crescita economica?

Naturalmente è impossibile senza inflazione monetaria. Questo perché ogni media statistica, in questo contesto il PIL, può solo crescere se le persone non sono costrette a scegliere tra le alternative, una condizione che può avvenire solo se viene dato loro denaro extra. Nemmeno un ritiro dei risparmi da spendere per il consumo crea spesa extra, perché rialloca semplicemente la spesa per beni capitali rispetto ai beni di consumo. Questo semplice punto è stato ignorato da tutti gli economisti neo-classici. Il risultato è che nella loro ricerca della cosiddetta crescita economica, si sono affidati all’inflazione monetaria. Il loro concetto di crescita è quello di fornire denaro extra ai consumatori, in modo che non siano limitati a quello che guadagnano e non siano costretti a scegliere. È diventata anche la base per la modellazione economica, che prende la domanda conosciuta di prodotti e servizi e da essa estrapola la crescita attraverso una media di tutti loro.

Il mezzo attraverso il quale il PIL viene regolato all’inflazione è inadeguato, perché se fosse stato adeguato, questa legge della scelta dimostra che la statistica del PIL reale rimarrà la stessa. Una crescita reale del PIL quindi non è altro che una lacuna statistica. In ogni caso, è irrilevante: non solo è impossibile disporre di dati statistici del tutto precisi, ma è anche impossibile prevedere le preferenze future dei consumatori che dovrebbero essere alla base delle previsioni economiche.

Così la lacuna non potrà mai essere chiusa, e non aiuta il fatto che l’establishment neo-classico aneli a dei risultati che confermino il suo concetto fuori luogo di crescita economica. Il governo ottiene il denaro allo stesso modo, con una varietà di bond e prestazioni sociali indicizzate ai prezzi. Esistono quindi validi motivi per sottostimare gli effetti dell’inflazione monetaria ed assicurarsi così che sia sempre registrata una crescita reale.

La comprensione di queste dinamiche è fondamentale per una corretta comprensione della nostra condizione economica. Non è solo una questione di statistiche moderne che misurano la quantità e non la qualità come alcuni critici affermano. L’intero sistema di misurazione macro-econometrico è difettoso e finché penseremo in termini di PIL, CPI ed altri dati aggregati continueremo ad amministrare male i nostri affari. Qualsiasi crescita del PIL è statistica piuttosto che reale, un punto che dovrebbe essere tenuto a mente ogni volta che salta fuori il tema della crescita economica.

L’establishment si è auto-illuso in questa materia sin dalla Seconda Guerra Mondiale, quando cominciarono ad essere ampiamente utilizzati gli indici dei prezzi ed il PIL. La risposta al dilemma che ci siamo posti è che la crescita del PIL non può essere una misura dell’attività economica, a causa del paradosso rappresentato dalla scelta. Invece, un’economia progredisce quando gli imprenditori producono prodotti che i consumatori vorranno domani. Anche se prestiamo un’attenzione puramente formale al loro ruolo nella società, nessuno dei loro input futuri si riflette nei modelli economici statici dei neo-classicisti, il che è il motivo per cui ricorrono a dei sotterfugi.

 

* Link all’originale: http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/04/il-paradosso-della-scelta.html

Traduzione: Johnny Cloaca

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Mostrati 3 commenti
  • mattia
    Rispondi

    facendo riferimento al primo paragrafo in cui si chiede come si possa avere una crescita economica (dabdo per scontato che l’inflazione influenza e sfalsa il PIL) penso che la ricchezza/PIL possa cresciere grazie alla valore creato dallo scambio e al concetto di utilità marginale … mi sbaglio?

  • macioz
    Rispondi

    Dipende da cosa intendiamo per crescita economica.
    Se si intende come somma dei prezzi di tutti i beni e servizi prodotti da una comunità, misurata in unità monetarie, allora ovviamente il PIL può aumentare indipendentemente dall’aumento della quantità reale di beni prodotti. Basta aumentare la massa monetaria e il valore nominale aumenta di conseguenza, ma sarebbe come stabilire che 1 kg corrisponde a 500 g, dopodichè pensare di essere più ricchi perchè il peso dei beni posseduti è raddoppiato!
    Se invece per crescita si intende l’aumento della quantità complessiva di beni e servizi prodotti, allora esiste un solo modo per ottenerla. Occorre che i processi produttivi vengano migliorati in modo da liberare risorse, rendendole disponibili per processi aggiuntivi che prima non potevano esistere, semplicemente perchè le risorse erano già tutte allocate. Ogni ora di lavoro e ogni unità di materia prima risparmiata, a parità di produzione, può essere riallocata per produrre beni aggiuntivi a disposizione della comunità, e questa è la vera ricchezza, non la quantità di moneta circolante. E qui non ci sono trucchi o scorciatoie, esiste una sola ricetta, fatta di idee, laboriosità, risparmio, investimenti in beni capitali, cioè esattamente tutto quello che l’economia keynesiana tende a distruggere.
    Quanto poi la ricchezza di beni e servizi valga in termini di benessere, è un problema che deve essere lasciato alla personale valutazione di ciascuno, non è una questione di cui si deve occupare l’economia.
    In questo senso, lo scambio produce sempre certamente un aumento del welfare, visto che la posizione di entrambi ne risulta migliorata, non della ricchezza intesa come sopra.
    Si può dire che la ricerca del welfare è il fine ultimo, da cui nasce lo stimolo a scambiare, che a sua volta induce la divisione del lavoro, che aumenta l’efficienza produttiva e in ultimo produce la crescita di beni e servizi che rendono più ricca la comunità.

  • Mattia
    Rispondi

    Chiaramente intendo la crescita economica come crescita di valore e nn come crescita di PIL.
    Mi era sembrato di capire che nel primo post si affermava che il “valore globale” del nostro piccolo mondo non potesse crescere senza inflazione monetaria.

    Il tema del “valore globale” mi interessa molto e in particolare mi piace approfondire il seguente principio: se è vero che il “valore globale” rimane invariato, questo significa che a fronte di una parte del mondo che perde valore (EU, USA, etc..) lo stesso valore si riversa in altri paesi (il solito BRIC)????

    Oltre al problema di quantificare il “valore globale” considerato che il valore si calcola in base all’utilità che per definizione è soggettiva e che i sistemi di misurazione come le Borse non sono sistemi attendibili in quanto chi negozia nn è in possesso delle stesse informazioni (per qualità e tipologia) e che quindi i valori di Borsa non sono identificativi di un valore reale oggettivo esiste anche la possibilità che il valore complessivo possa crescere (al netto di masse monetarie e inflazioni varie) grazie proprio alla splendida manina invisibile che disegna gli scambi utilitaristici del libero scambio.

    Gli scompensi delle masse monetarie e dell’inflazione – secondo il mio modesto parere – hanno un’iportanza secondaria rispetto al tema della crescita del “valore globale” e quindi il IL PARADOSSO DELLA SCELTA si basa su delle premesse fortemente inesatte.

    PS: penso sia evidente che la crescita della massa monetaria e la relativa inflazione sono ritenuti dal sottoscritto il “grande male oscuro” che sta distruggento la società moderna …

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