In Anti & Politica, Economia

DI ALESSANDRO GNOCCHI*

Voilà. Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk prende la rincorsa e tira una bella sassata nella finestra, scuotendo tutte le posizioni consolidate sull’argomento scottante per eccellenza in tutta Europa: le tasse.

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Come spesso gli accade, nel saggio “La mano che prende e la mano che dà” (Cortina, pagg. 138, euro 13) riesce a risultare irritante per tutti: socialisti di ritorno, sostenitori assortiti del Welfare, fans liberali dello Stato minimo.
Il pamphlet in libreria in questi giorni riprende e sviluppa una durissima polemica nata sui giornali tedeschi a partire da un articolo di Sloterdijk stesso pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung nel 2009. Eccone un assaggio: «Gli Stati fiscali organizzati reclamano ogni anno la metà dei benefici economici delle proprie classi produttive per poi riversarli al fisco, senza che le persone coinvolte tentino di salvarsi con la sola reazione plausibile, la guerra civile antifiscale».
Apriti cielo. Inizia una battaglia a colpi di editoriali in cui Sloterdijk rincara la dose: la tassazione non ha fondamenta democratiche e siamo dunque nelle mani di una cleptocrazia che deprime lo slancio imprenditoriale e alimenta il clientelismo con assunzioni irresponsabili nel settore pubblico; l’Europa non vive in un regime liberale ma assoggettata a una forma appena mascherata di socialismo reale; l’imposta progressiva sul reddito è una forma di esproprio degna del comunismo; le vecchie categorie di sfruttatori e sfruttati sono completamente superate, anche se i progressisti, rimasti indietro di mezzo secolo, fingono il contrario: oggi i primi coincidono con le categorie improduttive che campano, grazie al fisco, su quelle produttive; il Welfare ha dato vita a uno Stato mammone, iperprotettivo, che priva di ogni spirito d’iniziativa i suoi figli, in larga parte aspiranti dipendenti pubblici; la sinistra, un tempo portavoce di interessi discutibili ma nobili, oggi coincide con la richiesta di portare il prelievo al 60 per cento e oltre; il governo e la macchina della riscossione neppure più si chiedono se il loro operato sia lecito: pagare è un atto dovuto.
Ce n’è abbastanza per scatenare un putiferio. Ma non è tutto. Infatti Sloterdijk riesce a scontentare (moltissimo) anche la parte liberale. Lo Stato minimo non pare tra i suoi obiettivi principali. Il suo scopo è piuttosto accrescere il senso di responsabilità dei cittadini. La soluzione indicata ha fatto sganasciare dalle risate i critici. Per il filosofo va abbattuta l’imposizione fiscale: le tasse devono essere un dono spontaneo delle classi più agiate a quelle meno abbienti. Tu chiamala se vuoi filantropia.

Prevedibili le reazioni: l’uomo è avido e meschino, mai sarà solidale con i suoi simili se una forza esterna (lo Stato) non lo obbliga. Sloterdijk disprezza questo punto di vista che considera un insieme di «stereotipi classisti antiborghesi in vigore nel XIX secolo e negli anni Venti e Trenta del Novecento, riciclati dopo il 1967 dall’ala leninista del movimento studentesco. Seguono i binari ormai inculcati di una sociologia sbagliata, secondo la quale una società borghese non sarebbe altro che un mosaico di soggetti rapaci». Misantropia sinistrorsa, in sintesi. Ma come cancellare questo tipo di mentalità? E qui arriviamo al versante inaccettabile per un liberale del pensiero del filosofo: attraverso una capillare opera di istruzione che «rimodelli» la testa dei cittadini, educandoli al culto del bene comune. Il ministero del Tesoro dovrebbe diventare una sorta di ministero dell’Educazione specializzato in Antropotecnica (concetto alla base delle opere maggiori di Sloterdijk, come Sfere, che qualcuno considera troppo vicine all’eugenetica).
Al di là delle molte polemiche, restano alcune analisi fulminanti.

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A esempio, Sloterdijk riconduce lo scetticismo dei ceti medi nei confronti dello Stato, la dissoluzione della borghesia, la scomparsa della fedeltà che in passato legava i partiti all’elettorato, il crescente disgusto per la politica alla medesima radice: «Un numero crescente di individui non può evitare di nutrire l’impressione che non abbia alcun senso impegnarsi per la collettività». Colpa della «mano che prende», quella dello Stato, che ci tratta come debitori fin dalla nascita. Nel nome del bene pubblico. Che stranamente coincide sempre con quello dell’apparato statale, e non col nostro.

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Showing 2 comments
  • Drago78
    Rispondi

    Sti cazzi, questo è uno tosto. Acccipicchia, le ha dette di santa ragione a tutti. Condivido tutto in pieno… ora bisognerebbe solotanto passare dalle parole ai fatti. W la libertà!!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Il libero l’ho comprato venerdi e lo sto leggendo. Trovo interessante il fatto che l’autore parla del fisco tedesco e dei contribuenti di quel paese, mettendo in luce aspetti e notizie molto vicine a quelle italiane.
    Lo consiglio per la semplicità e l’efficacia delle argomentazioni.

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