In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI STEFANO MAGNI

C’è tanta voglia di rivoluzione in questa Italia soffocata dalle tasse. Ma è difficile trovare qualcuno che sappia esprimere questa volontà e soprattutto la sappia trasformare in azione. A Venezia, il 16 giugno 2012, una giornata importante per tutti i contribuenti che devono pagare la prima rata dell’Imu, è sceso in piazza il Tea Party Italia, il movimento sorto negli Usa (e arrivato fin da noi) contro le tasse e la spesa pubblica. Non si trattava di portare masse popolari inferocite nel centro della Serenissima, perché le masse si muovono solo con i pullman pagati da sindacati o dai partiti. E il popolo dei contribuenti non ha sindacati, né partiti disponibili. Coloro che sono arrivati, a spese loro, erano poco più di 250, più i passanti che si sono fermati, perché interessati o quantomeno incuriositi da questi “pazzi” che sventolano una tazza di tè come loro vessillo. Mai farsi ingannare dalle apparenze. Se 250 erano in piazza, migliaia o decine di migliaia sono coloro che vi erano rappresentati. Basti pensare che gli iscritti veneti del Tea Party (coordinati da Carlo Sandrin) sono 2500. Associazioni come “Imprese che resistono”, contano 20mila iscritti. Tiziana Favero, giunta a rappresentare le imprese friulane, parla a nome di un vero e proprio popolo di produttori del Nord Est. Poche, ma significative, le presenze dei parlamentari. Uno sparuto gruppo di liberali del Pdl. C’era Antonio Martino, unico vero “guru” del liberalismo italiano contemporaneo. C’erano anche i “frondisti” che tentarono di resistere alla finanziaria di Tremonti: Giorgio Stracquadanio e Giuseppe Moles. E l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan. Ciascuno ha portato la propria testimonianza, in 3 minuti di discorso, come tutti gli altri iscritti a parlare.

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La manifestazione di Venezia era intesa proprio in questo modo: parlare pubblicamente, confrontarsi, in una sorta di Hyde Park nel centro di uno dei luoghi-simbolo della civiltà italiana. Sono le parole le vere protagoniste di questo evento: «Basta tasse, Stato italiano! Hai fatto troppi debiti perché spendevi troppo e allora usa il tuo patrimonio per pagare i tuoi debiti e taglia le tue spese di clientele e di malaffare!», esordisce Giacomo Zucco, portavoce del Tea Party Italia. E Antonio Martino (che al titolo onorevole preferisce quello di professore), ci spiega il senso di questa sentenza: «Le amministrazioni pubbliche spendono in media 1 milione e 520mila euro… Ogni minuto! Incassano circa 1 milione e 400mila euro, accumulando un passivo di circa 120mila euro. Ogni minuto! Come sosteneva Oscar Wilde, il tempo è spreco di denaro. E ci vengono a chiedere sacrifici?». Martino prende di mira soprattutto la sanità, materia che solo apparentemente è prerogativa dello stato e che, in concreto, è un esempio di spreco e inefficienza: «Quanto ci costa questa sanità pubblica? Sono 3400 euro all’anno per ogni italiano, uomo o donna, vecchio o bambino. Con una frazione infinitesimale di queste spese, potremmo fornire al 50% più povero della popolazione un buono sanità, con cui acquistare una polizza privata. Il restante 50% resterebbe libero di scegliere dove farsi curare, se nelle sanità pubblica o in quella privata. Avremmo un sistema competitivo, non dominato dai politici. Scomparirebbe la distinzione fra medicina pubblica e privata: ragioneremmo in termini di medicina efficiente o inefficiente». «Io non voglio predicare l’evasione – conclude Martino – È un reato e come tale va perseguito. Ma nello Stato in cui ci troviamo, l’evasore in realtà va considerato come un autentico patriota!». C’è chi, invece, l’evasione la predica eccome, come l’editore e giornalista libertario Leonardo Facco: «Io sono uno di quelli che non pagherà la prima rata dell’Imu. E se ho capito bene quel che diceva Martino, ripeteva un must che i libertari dicono sempre: bisogna affamare la bestia. Quel che mi auguro sempre, da queste riunioni, quando ci si può parlare e guardare in faccia, è che si passi finalmente all’azione. Bisogna agire in modo coordinato. Se studiate la storia delle rivoluzioni, vedrete che nel 99% dei casi partono per motivi fiscali». Ma come agire, in pratica? Qualche suggerimento lo fornisce l’avvocato Carlo Rossi, responsabile dell’osservatorio nazionale Aiga per i rapporti con le imprese: «Io aspetto almeno che arrivi la cartella esattoriale, così sarà qualcun altro a scomodarsi a calcolare l’Imu. Quando mi arriverà la cartella, la impugnerò sollevando un’eccezione di costituzionalità di questa tassa. Magari perderò la causa, pagherò gli interessi e sarà anche quello un dono allo stato. Ma intanto, per principio, gli avrò reso la vita più difficile e li avrò fatti attendere. Da avvocato dico: non crediate di vincere una causa, se impugnate questa causa. Se non pagate, lo fate per una questione di principio». E perché affrontare questa lotta impari? «Per far capire chiaramente allo stato che, se si va avanti così, possiamo veramente smettere di pagare le tasse. Questa battaglia ha solo due conseguenze possibili: o lo stato capisce e cambia, oppure non capisce e cade».

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L’evasore è il nemico della società civile, secondo la vulgata popolare. Ma per il professor Carlo Lottieri, filosofo libertario, la lotta contro le tasse è una battaglia in difesa della civiltà: «Guardiamoci attorno – dice Lottieri, indicando i bei palazzi che ci circondano – Qui a Venezia siamo in una delle città più straordinarie del mondo. Ed è stata costruita, non solo prima dell’Imu, ma anche prima di questo stato ladro. La civiltà è incompatibile con lo statalismo. È incompatibile con la tassazione. Perché sorge dal commercio, dalla libertà, dalla proprietà. C’è un grande cronista di Venezia, Marin Sanudo, che ha raccolto un episodio straordinario. Un contadino giunse a Venezia, vide che qui non si coltivava nulla, eppure c’era tutto: c’era il grano, il latte, la frutta in abbondanza. E non ne capiva la ragione. Il perché è molto semplice: c’era il commercio, l’imprenditoria, la finanza. Ebbene, cinque secoli dopo abbiamo avuto un recente ministro dell’Economia, che difendeva l’economia della produzione contro quella finanziaria. Era ignorante quanto quel contadino». Non è solo una battaglia di civiltà, ma anche di giustizia. La lotta contro lo statalismo, secondo Lottieri, è il vero conflitto di classe: «È preesistente alla lotta di classe di Marx, a cui si pensa sempre. Il vero conflitto è quello fra i produttori di ricchezza e i parassiti che vivono di quella ricchezza prodotta dagli altri».

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Comments
  • Borderline Keroro
    Rispondi

    Leo, non hai pagato l’IMU ?
    Corri subito a confessarti, magari da card. Bertone.
    Sporco evasore.

    P.S.: se mi dici quando vai, potremmo metterci d’accordo per confessarci assieme. E farci un caffettino.

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