In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Se il precedente governo fosse ancora in carica, ora lo spread sarebbe a 1200 o qualcosa di simile.” (M. Monti)

Chi non ricorda Mario Monti esibire alla stampa un grafico con l’andamento dello spread tra il BTP decennale e il Bund tedesco qualche settimana dopo il suo insediamento a palazzo Chigi? Con quel grafico, che probabilmente farebbe ridere un analista tecnico alle prime armi, ma che la stampa mainstream si affrettò a considerare l’elaborazione di un oracolo, Monti voleva dimostrare l’effetto benefico dell’azione del suo governo (e sua in particolare, perché questo signore, è sempre più evidente, crede davvero di essere il salvatore di tutti noi).

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Stando al presidente del Consiglio, il differenziale aveva preso un trend discendente, e ce lo saremmo presto ritrovato ancor più basso, e non di poco. In realtà, come era abbastanza chiaro a chiunque fosse dotato di buon senso e avesse anche solo di sfuggita leggiucchiato qualche pagina di un economista di scuola austriaca, quello in corso era molto più l’effetto dell’azione dell’altro Mario nazionale, ossia Draghi, che aveva tirato fuori dal cilindro della BCE le due operazioni LTRO, pompando tra dicembre e febbraio mille miliardi lordi (la metà netti) di liquidità nel sistema bancario.

Quello che si stava verificando era una corsa agli acquisti per tentare di sorreggere il margine da interessi da parte delle banche, in questo sollecitate più o meno esplicitamente dalle autorità di vigilanza. Il risultato fu che le banche italiane (e anche quelle spagnole) aumentarono ulteriormente la già elevata esposizione ai titoli di Stato domestici, mentre gli investitori esteri continuavano a ridurre i loro investimenti in BTP e Bonos.

Ci furono alcune settimane di grande entusiasmo, salvo poi rendersi conto che se il problema principale delle banche, soprattutto in Italia, era l’esposizione al rischio sui titoli di Stato domestici, le due LTRO avevano aumentato le dimensioni del problema, alimentando un circolo vizioso. E allora giù a picco le azioni delle banche e spread in risalita, anche perché l’economia italiana, con l’ennesima mazzolata fiscale voluta dal “salvatore”, continuava ad andare di male in peggio.

Quando continuare a mostrare il grafico dello spread sarebbe stato un autogoal, Monti pensò bene di iniziare a lamentarsi del mercato, che non capiva le cose buone che stava facendo il suo governo; e se la prese garbatamente anche con l’Europa e la sua governance, che vanificava gli sforzi fatti dall’Italia per fare i “compiti a casa”. Quasi nessuno fece notare che le lamentele di Monti iniziavano ad assomigliare – se non nei modi, quanto meno nei contenuti – a quelle dei suoi predecessori.

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Adesso se ne esce sostenendo che con il governo precedente lo spread sarebbe “a 1200 o qualcosa di simile”. La cosa non può essere esclusa, ma neppure data per certa. E’ sempre possibile prendere una serie storica, isolare i dati che meglio servono allo scopo che si intende raggiungere, ed estrapolare da essi un numero.

Andrebbe però sottolineato che si tratta di un esercizio dalla correttezza scientifica pari a zero. Ciò dovrebbe stupire, dato che a compiere tale esercizio è stato un professore considerato perfino grande economista.

Anzi, non stupisce per nulla.

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