In Economia

DI JAMES E. MILLER*

Con un prezzo che si aggira intorno ai $ 1,600 l’oncia e la prospettiva di un “ulteriore allentamento monetario”, accennato nell’ultima riunione del Federal Open Market Committee della Federal Reserve, l’oro è ancora una volta argomento di discussione molto caldo.

George Soros ha suscitato scalpore rivelando, presso la Securities and Exchange Commission, di avere liquidato la sua posizione con le principali imprese finanziarie, optando per l’oro; 884,000 azioni. Jim Cramer della CNBC, alla costante ricerca di trend finanziari vincenti, consiglia di collocare almeno il 20% del proprio patrimonio in oro.

A seguito della Republican National Convention, la piattaforma del partito propone ora l’istituzione di una commissione per studiare “la fattibilità di una base metallica per la valuta degli Stati Uniti”.

Come la commissione sull’oro precedente, questo nuovo interesse ha messo in evidenza le critiche che considerano il metallo prezioso una, per usare l’espressione infelice coniata dal famigerato John M. Keynes, “reliquia barbarica”. L’economista Richard Grossman, della Wesleyan University, ritiene, scrivendo sul Los Angeles Times, la commissione sull’oro una “perdita di tempo e denaro”, perché lo standard non ha “funzionato per 100 anni”; sull’Atlantic, l’appassionato di valuta fiat Matthew O’Brien definisce il gold standard una “pessima idea” e presenta alcuni grafici che dimostrano come il collegamento del dollaro all’oro non fosse riuscito a mantenere i prezzi stabili; l’economista ed opinionista del New York Times, Paul Krugman, ha elogiato l’articolo di O’Brien sul suo blog, sottolineando la volatilità del prezzo dell’oro sin dal 1968, mostrando il grafico seguente:

C’è una visione notevolmente diffusa  sulla stabilità del potere d’acquisto aureo: nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.

Krugman sottolinea la proporzionalità inversa tra tassi di interesse e prezzo dell’oro: quando i primi sono bassi, il secondo aumenta: secondo Krugman, i tassi d’interesse tendono a scendere durante le recessioni, quindi l’aumento del prezzo dell’oro porterebbe ad “una riduzione del livello generale dei prezzi”; il nostro, infine, ridicolizza l’idea secondo cui un vero gold standard impedirebbe bolle speculative e crolli successivi, richiamando l’attenzione sui panici finanziari americani “del 1873, 1884, 1890, 1893, 1907, 1930, 1931, 1932 e 1933″.

Queste critiche, pur contenendo dati empirici, sono grossolanamente ingannevoli: le informazioni fornite non supportano le affermazioni di Krugman. Invece di utilizzare una sana teoria economica per interpretare i dati, Krugman ed i suoi colleghi Keynesiani la usano per provare le loro affermazioni. Il loro positivismo metodologico li ha portati a conclusioni fallaci, utili a sostenere le politiche di dominazione dello stato sul denaro. La realtà è che non solo ha l’oro ha conservato il suo valore nel tempo, ma quelle crisi si sono verificate a causa degli interventi pubblici, non a causa del gold standard.

Sin dall’inizio, il Premio Nobel commette l’errore amatoriale di fondere due gold standard differenti: non c’è stato solo uno standard per tutto il XIX secolo fino alla Grande Depressione. Fino alla Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti e gran parte dell’Occidente erano sotto il gold standard classico: ciò significava che il dollaro rappresentava solo un nome per una certa quantità d’oro, generalmente 1/20 di oncia. In seguito alla massiccia inflazione utilizzata per pagare la Prima Guerra Mondiale ed alla Conferenza di Genova del 1922, venne adottato il gold exchange standard da molti paesi Occidentali, tra cui la Gran Bretagna. Anche se gli Stati Uniti rimasero sotto un gold standard classico imperfetto, altri paesi Occidentali smisero di rimborsare le monete d’oro per le valute nazionali. Invece, rimborsavano le loro valute in dollari o sterline che permettevano politiche fiscali espansive in quanto il vincolo aureo non era così marcato. Allo stesso tempo, il Presidente della New York Federal Reserve, Benjamin Strong, cospirò con il capo della Banca d’Inghilterra, Montague Norman, per impedire che l’oro uscisse dalla Gran Bretagna, facendo in modo che la FED adottasse “condizioni monetarie allentate negli Stati Uniti” ed ” aumentasse di molto la liquidità bancaria”, secondo lo storico d’economia Robert Higgs. Questo accordo dietro le quinte faceva da contorno al ritorno inglese (1926) al gold standard alla parità pre-Prima Guerra Mondiale, nonostante la sterlina fosse stata svalutata durante la guerra. Poiché i sindacati ed i sussidi di disoccupazione resero i saggi salariali meno flessibili, la deflazione conseguente fu molto dannosa e venne combattuta attraverso l’ulteriore inflazione sostenuta dalla FED.

Questo nuovo accordo internazionale tra banchieri centrali poteva sembrare un mantenimento del gold standard classico, ma non era niente del genere. Il boom inflazionistico della seconda metà degli anni ’20 fu un prodotto del programma monetario della FED e della Banca d’Inghilterra; il risultato finale fu il crollo del mercato azionario del 1929, che inaugurò la Grande Depressione. Contrariamente alla credenza popolare, la depressione non fu causata dal gold standard classico, piuttosto dal suo abbandono.

Anche le altre crisi citate non vennero causate dal gold standard ma dall’intervento del governo nel mercato monetario. Come spiega l’economista Joseph Salerno, la pervasività del sistema bancario a riserva frazionaria o l’espansione del credito non coperto da riserve auree, hanno svolto un ruolo chiave nella creazione di instabilità finanziaria. Le crisi vennero causate principalmente

dalla creazione di un quasi-cartello del settore bancario centrale tra sette banche privilegiate di New York, con conseguente centralizzazione quasi totale delle riserve auree degli Stati Uniti nei loro caveau, attraverso i National Bank acts del 1863-1864. Questo cartello bancario a New York era in grado di espandere, volenti o nolenti, la base monetaria e l’offerta di moneta globale, aumentando le proprie banconote e depositi al di sopra delle riserve auree. Le loro banconote e depositi venivano poi utilizzati come riserve da parte delle banche di livello inferiore (Reserve City Banks e Country Banks) su cui piramidavano banconote e depositi.

Inoltre, le banche, soprattutto quelle più grandi, venivano incoraggiate nella loro creazione di credito inflazionistico dall’aspettativa profondamente radicata che sarebbero state liberate dai loro obblighi contrattuali, nei momenti di difficoltà, mediante le sospensioni legali dei pagamenti in contanti ai loro depositanti ed ai titolari di banconote che ricorrevano durante le crisi in tutto il XIX secolo.

In sintesi, l’adesione ad un gold standard reale non fu la causa principale delle crisi finanziarie elencate da Paul Krugman. Fu la sua istituzione preferita, lo stato e l’incessante armeggiare con l’economia da parte della classe politica, che crearono un sistema monetario instabile. Vale anche la pena sottolineare che la fine del XIX secolo fu un periodo di incredibile crescita economica sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo, nonostante il gold standard imperfetto. Anche se è spesso raffigurato come un tempo di baroni ladri, lavoratori alla fame e deflazione terribile, l’economia Americana conobbe il suo più alto tasso di crescita mai registrato mentre il 1800 volgeva al termine. Come Murray Rothbard documenta inThe History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II:

I dati del 1879-1896 erano molto simili a quelli della prima fase della presunta grande depressione (1873 – 1879). Ancora una volta, sperimentammo una fenomenale espansione dell’industria American e della produzione reale pro-capite. La ricchezza reale pro-capite riproducibile e tangibile salì al picco decennale della storia Americana nel 1880, al 3.8% l’anno. Il prodotto nazionale reale netto aumentò al tasso del 3.7% l’anno dal 1879 al 1897, mentre il prodotto nazionale netto pro-capite aumentò del 1.5 % l’anno.

Sia i prezzi al consumo che i salari nominali scesero di circa il 30% negli ultimi dieci anni dei greenback. Ma dal 1879-1889, mentre i prezzi continuavano a scendere, i salari aumentarono del 23%. Quindi i salari reali, dopo aver preso l’inflazione — o sofferto la sua mancanza — salirono.

Nessun decennio precedente o successivo produsse un tale aumento sostenibile dei salari reali.

Dal 1869 al 1879 il numero totale di stabilimenti industriali si alzò a malapena, ma il decennio successivo vide un aumento del 39.4%. Non sorprendentemente, un decennio di calo dei prezzi, aumento del reddito reale e guadagni corposi di interessi derivanti da enormi investimenti di capitale, garantirono guadagni futuri in termini di produttività.

Quando gli Stati Uniti adottarono, in larga misura, un gold standard, l’economia sbocciò. La relativa assenza di inflazione assicurava che il dollaro agisse come riserva di valore oltre a facilitare le transazioni. Senza la minaccia di imminenti aumenti dei prezzi, la popolazione era più disposta a rimandare il consumo e potenziare l’offerta di disponibilità di capitale mediante il risparmio: la tecnica prudente di produrre più di quello che si consuma consentiva ad un numero maggiore di imprenditori di utilizzare capitali. Questo pose le basi per una produzione di massa e diede ai consumatori l’accesso ad una grande varietà di merci mai immaginata un secolo prima.

Per lo sconcerto dei Keynesiani, la rinascita economica del tardo XIX secolo si verificò in un momento in cui i prezzi non erano in aumento e nemmeno stabili, ma in realtà erano in calo. La diminuzione del livello generale dei prezzi si verificò a seguito di una capacità di produzione cresciuta ad un ritmo più veloce rispetto all’offerta di moneta. Oggi, gli economisti della scuola Keynesiana e monetarista restano convinti che un livello dei prezzi stabile sia buona cosa, mentre il buon senso dice il contrario. I prezzi in calo sono una manna dal cielo per i consumatori, non una catastrofe. Fino a quando gli imprenditori sono in grado di utilizzare il meccanismo di valutazione interno ad un sistema di prezzi non falsato per prevedere i costi di produzione, il calo dei prezzi è solo un piccolo problema. L’attenzione per la stabilità dei prezzi è il motivo per cui molti economisti non hanno visto arrivare la Depressione ed il boom ingegnerizzato dalla FED negli anni ’20. In un mercato libero, la tendenza è verso un calo dei prezzi all’aumentare della produzione.

Krugman nega non solo che il denaro sonante porti stabilità e crescita economica, ma lo fa mentre tenta di dimostrare la volatilità incredibile dell’oro a partire dall’abbandono degli ultimi residui di standard aureo da parte di Richard Nixon nel 1971. Ma Krugman mette il carro davanti ai buoi con il suo esempio, poiché non è stato il prezzo dell’oro ad oscillare, bensì il valore del dollaro. Come il redattore di Forbes, John Tamny, ha rilevato nell’Agosto del 2011

come Brookes ha calcolato nel suo libro fondamentale The Economy In Mind, <Nel 1970 un’oncia d’oro ($35) avrebbe comprato 15 barili di petrolio dell’OPEC ($2.30/bbl). Nel Maggio del 1981 un’oncia d’oro ($480) avrebbe ancora acquistato 15 barili di petrolio Saudita ($32/bbl)>. Arrivando al presente, un’oncia d’oro ($1750) acquista circa 20 barili di petrolio ($85).

Krugman sostiene, inoltre, che quando i tassi di interesse scendono il prezzo dell’oro aumenta. Ma ancora una volta fa lo stesso errore nel non riconoscere il ruolo che gioca la manipolazione del dollaro in entrambi i sensi: t tassi di interesse non vengono formati dalle forze di mercato sin da quando fu istituita la Federal Reserve. In un mercato libero, i tassi di interesse sono determinati dalla preferenza temporale collettiva della popolazione o dall’attualizzazione dei beni futuri nei confronti dei beni presenti. Quando più persone risparmiano, rimandando il consumo, vi è una maggiore offerta di fondi mutuabili; questa maggiore offerta si traduce in tassi di interesse più bassi, poiché il prezzo del capitale presente si abbassa. Nel quadro di un regime fiat, come quello in cui la FED sovrintende un sistema a riserva frazionaria, i tassi di interesse sono manipolati da pochi banchieri centrali al posto del mercato. Questi aumentano l’offerta di moneta nel tentativo di spingere verso il basso i tassi di interesse e di indurre i consumatori a prendere in prestito; ciò ha anche l’effetto di spingere in su il prezzo dell’oro, in quanto gli investitori perdono fiducia nel valore del dollaro.

Nella sua crociata per mantenere legittimo il Keynesismo come scuola di pensiero, Krugman ha ancora una volta tentato di caratterizzare erroneamente l’oro e di dargli la colpa per una crisi che è stata esclusivamente causata dall’intervento del governo. Il Keynesismo equivale ad una teoria del culto dello stato e della virtù dell’edonismo. I suoi principali sostenitori dichiarano che esiste  qualcosa di simile ad un pasto gratuito, servito direttamente dalla stampa di denaro. In altre parole, si basa su una logica arretrata ed è distante dalla realtà.

I Keynesiani ammettono che c’è stata una bolla immobiliare, innescata da un “output gap”. Danno la colpa all’esuberanza del mercato per le recessioni, ma poi prescrivono le stesse politiche che hanno portato all’esuberanza stessa. Questa irrazionalità è meglio visualizzata da una citazione dall’ex-Segretario del Tesoro ed ex-direttore del National Economic Council del Presidente Obama, Lawrence Summers, il quale ha scritto in un editoriale per il Washington Post:

L’ironia centrale di una crisi finanziaria è che, mentre è causata da un eccesso di fiducia, di prestiti e mutui e di spesa, può essere risolta solo con più fiducia, prestiti e mutui e spesa.

I Keynesiani non hanno una teoria economica; sono totalmente devoti al loro approccio. Ogni dato che si adatta alla loro visione viene strombazzato ai quattro venti. Ogni teoria che rappresenta una sfida per l’idea secondo cui l’economia possa essere finemente regolata come il gingillo di un bambino, viene respinta in quanto “propaganda di destra”. I Keynesiani, in conclusione, rigettano la regola d’oro dell’economia: i risparmi rappresentano un consumo differito ed una maggiore produzione rispetto a quanto consumato. I risparmi reali sotto forma di beni strumentali (stabilimenti, attrezzature, macchinari, ecc.) sono la spina dorsale di ogni economia: il governo sperpera solamente queste risorse scarse, attraverso il suo costante saccheggio di ricchezza.

Keynes stesso fu sdegnoso della classe media nel corso della sua carriera professionale. Questo è forse il motivo per cui disprezzava l’oro. L’oro è la scelta del mercato come denaro; non della classe dirigente statalista, dipendente dalla spesa praticamente illimitata di dollari delle tasse. Poiché un vero gold standard previene un’inflazione galoppante ed un deficit di bilancio perpetuo, i Keynesiani faranno tutto il possibile per screditare l’oro come forma praticabile di valuta. Hanno giurato fedeltà alla cartamoneta statale; non alle scelte naturali dell’uomo comune.

 

Articolo di James E. Miller su Mises Canada

 

*Link all’originale: http://vonmises.it/2012/09/07/lincomprensione-krugmaniana-del-gold-standard/

Traduzione di Francesco Simoncelli

 

 

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Mostrati 3 commenti
  • Diego Tagliabue
    Rispondi

    Ma questo cialtrone keynesiano, sputtanato pure dagli Spagnoli, è ancora in circolazione???

  • Brillat-Savarin
    Rispondi

    che canaglia infame: dai a cesare quel che è di cesare!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @autore post : ho letto con interesse l’articolo, mi permetto di consigliare tuttavia data la lunghezza e la complessità del contenuto del post, una breve prefazione o sintesi finale, perchè i concetti possano essere memorizzati e assimilati da chi legge. Cosa altrimenti impossibile per non iniziati, vasto popolo cui appartengo anch’io

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