In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Non bisogna abbandonare la strada del rigore, ma nemmeno vincolarsi a essa in modo esclusivo: allo sviluppo e all’equità sociale deve essere destinata una quota dei circa 20 miliardi annui che il governo vorrebbe recuperare nella seconda fase della spending review.” (C. Damiano)

Cesare Damiano, già sindacalista nella CGIL e ministro del Lavoro nell’ultimo governo Prodi, è capogruppo del Pd in Commissione Lavoro alla Camera. Credo che questa sua dichiarazione di qualche settimana fa sia utile per capire cosa davvero ci attende a proposito della tanto discussa spending review (fase uno, due o mille, poco importa).

Mentre in Parlamento qualcuno – pochi per la verità, anche tra coloro che a parole sostengono che lo Stato dovrebbe dimagrire – parla di tagli di spesa, altri, soprattutto nel centrosinistra, mirano per lo più a una ricomposizione della stessa. E, a onor del vero, spending review significa revisione della spesa, non riduzione.

L’idea di fondo, quindi, non è di tagliare la spesa, bensì di ridurre alcune voci aumentandone altre. Il saldo finale potrebbe essere una leggera diminuzione, ma non ci farei troppo affidamento. In sostanza, in nome di veri e propri totem quali lo “sviluppo” e, soprattutto, l’“equità sociale”, c’è chi ritiene che sia lo Stato a doversi prendere cura delle sorti dei cittadini.

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Va da sé che per costoro lo sviluppo debba essere perseguito a suon di interventi che distorcono il libero mercato e l’equità sociale sia ciò che loro stessi ritengono equo. Che poi l’equità sia perseguita mediante un’azione redistributrice che, per definizione, lede il diritto di proprietà di una pluralità di persone, questo a loro non importa.

Murray Rothbard, riferendosi alla realtà americana ai tempi di Reagan, parlò di “semantica economica creativa”, perché il significato di taglio era stato modificato dagli economisti vicini al governo federale in modo tale da intendere tutto tranne un taglio effettivo. Tipicamente il taglio era divenuto una riduzione rispetto all’incremento tendenziale o a incrementi precedentemente stimati. Ma il risultato era un aumento della spesa rispetto all’anno precedente (si noti che sul versante repubblicano nulla è cambiato in trent’anni, mentre sul fronte democratico il problema non si pone: loro a tagliare la spesa non ci pensano proprio).

Ho la sgradevole sensazione che sarà così anche dalle nostre parti. In fin dei conti si tratta di revisione, non riduzione della spesa…

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