In Anti & Politica

DI CARLO MELINA*

“Ho 25 anni, sono laureata in storia e non so cosa fare della mia vita.” Qualche lavoro da cameriera, qualcun altro da fotomodella… poi il nulla. Maria, come Cecilia, come Marco, come Giacomo, come migliaia di coetanei licenziati dall’università “si sente depressa”. Vive fra il divano e il portafoglio di papà, in uno stato di abulia, di non senso, di cui si sente responsabile. Ma non lo è del tutto.

Maria abita in provincia di Padova, a pochi chilometri da uno dei più antichi atenei d’Europa, dove confluiscono giovani senza idee, senza voglia di studiare, ma credito sufficiente per godersi la bohème confortevole che cantava Guccini, quando non era per tutti.

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“Not in education, employment or training”. Maria è una dei 190.000 Neet che, in provincia di Padova, vivono senza studiare, senza lavorare, senza intraprendere un percorso di formazione. Il 20% sul totale degli abitanti. Perché? Depressione, si diceva. Non senso.

Perché senza senso è stato il suo percorso di studi. Imposto dalle agenzie formative dello stato: “L’ho capito dopo – dice Maria – L’ho capito quando mi avevano già fregata. Dovevano riempire le loro università, tenerci fuori dal mercato del lavoro, parcheggiarci lì per un po’. E così hanno fatto – insiste Maria –  Ci hanno insegnato che bisogna studiare, meglio: che bisogna frequentare le università, specie quelle di stato, che oltre tutto fanno schifo, sono gestite peggio, talvolta hanno corsi di laurea dai nomi accattivanti.”

Corsi dal grande appeal, che però restituiscono diplomi inutili: “Non ero brava in matematica, ma mi piaceva la storia. Quindi mi sono iscritta a storia. Dopo il liceo, era scontato che avrei dovuto proseguire gli studi”. Perché chi non studia, chi va a lavorare, è un cretino. “Non bastasse – insiste Maria –  si sono inventati le lauree brevi, per invogliare gli indecisi ad iscriversi, con la scusa che tanto puoi sempre fermarti al terzo anno. Cioè puoi buttare via butti via tre anni, quando va bene.”

Anni che finiscono per essere buttati in ogni caso. Perché quando ti accorgi che hai sbagliato tutto, è troppo tardi. Perché a 18 anni ti puoi accontentare di un lavoro che frutta 400 euro al mese, a 25 no. Perché a 18 hai voglia di imparare un lavoro, a 25, dopo l’illusione della professione intellettuale (che le agenzie formative razziste e snob ritengono superiore a quella manuale), no. Perché a 18 anni puoi pensare di appoggiarti per qualche anno a casa dei genitori, erodendo il loro risparmio, a 25 no.

Perché a 18 anni puoi cambiare idea, a 25, dopo che hai creduto di scegliere il corso di laurea che preferivi, mentre invece hai solo scelto il meno peggio, sei fregato: i professori che hai mantenuto, non ti aiuteranno.

“Adesso devo ricominciare tutto… ma non so da dove”, conclude Maria, sconsolata, fumando una sigaretta. “L’unica cosa di cui sono certa è che consiglierò a mio fratello minore, che quest’anno farà la maturità, di andare a lavorare. Se gli piace la storia, potrà benissimo studiarla per conto suo. Magari, fra qualche anno, avremo in famiglia un artigiano in più e un depresso in meno.”

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*Link all’originale: http://www.lindipendenza.com/salvate-i-giovani-chiudete-le-universita-e-fateli-lavorare/

 

 

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Showing 14 comments
  • Riccardo
    Rispondi

    Ma vi rendete conto di cosa dite?! Tutti ignoranti e tutti in fabbrica ! Ma che razza di mondo andate auspicando?! Chiudiamo le università e trasformiamo l’Italia in un covo di buzzurri con la chiave inglese in mano? Di sicuro i mentecatti del sistema saranno più che contenti. Gestire un’orda di ignoranti è molto più facile che gestire gente che ha un minimo di cultura. Il problema non è che studiare non serve. Forse non è servito a chi scrive articoli del genrere. La cultura serve sempre. Non si vive per lavorare, si lavora per vivere. Il problema è che in Italia non ci sono sufficienti posti di lavoro qualificati. Mi dispiace, ma un articolo del genere fa drizzare i capelli in testa. Per lo meno a chi sotto i capelli ha ancora qualche neurone funzionante.

    • NICOLA
      Rispondi

      Basta frequentare un’università per capire che la maggior parte delle facoltà e dei corsi serve per tenere occupata gente e non ad insegnare qualcosa di utile.
      La cultura è una cosa, il sistema universitario un’altra, apprendere qualcosa di utile e spendibile nella vita un’altra ancora.

    • rodolfo
      Rispondi

      Stefano. Ma ci sei o ci fai. Maria ha perfettamente ragione. Se ti piace una materia te la puoi studiare anche per conto tuo. Non ti preoccupare che se se una persona è sveglia ed intelligente con l’informazione che c’è adesso può tranquillamente essere più colta di te senza per forza avere un pezzo di carta con il quale oggi non fai niente a parte i lavori “STATALI.
      Chiediti piuttosto come mai nelle scuole dell’obbligo fino a qualche anno fa c’era la materia DIRITTO CIVILE ed adesso non c’è più!!!!! ci vogliono far studiare tutto ma non quello che servirebbe veramente nella vita di tutti i giorni.
      Ignorante sarai tu che non capisci queste cose.
      Se tu avessi un azienda assumeresti uno bravo o uno semplicemente perché ha un pezzo di carta da mostrarti. Non dare per scontato che tutti i laureati siano geni……guarda gli insegnanti che ci insegnano le materie….

  • Antonio Manno
    Rispondi

    Noi abbiamo iniziato ad agire ! Ci siamo incontrati in Cile nella citta´di Valparaiso e abbiamo lanciato il progetto Exosphere (sito in italiano http://it.exosphe.re, in inglese exosphe.re) che intende rivoluzionare l´educazione accademica esattamente nella direzione del fare e dello spirito imprenditoriale. In estrema sintesi vuol´essere l´esatto contrario dell´universita´com´é oggi!

    Ho scritto due post su Exosphere :

    Cambiare il mondo : Exosphere (http://antoniomanno.blogspot.it/2012/03/cambiare-il-mondo-exosphere.html)

    FAQ su Exosphere (http://antoniomanno.blogspot.it/2012/03/cambiare-il-mondo-con-exosphere-domande.html)

  • myself
    Rispondi

    Secondo me l’articolo ha un fondo di verità, ma non va preso alla lettera. È vero che in Italia c’è troppa scuola: 5 anni di elementari, 3 anni di scuole medie, 5 anni di superiori, 3 anni di laurea breve, 2 anni di magistrale/specialistica. Ma il punto focale è la bassa qualità di questa scuola, fondamentalmente la maggior parte degli studenti non impara un tubo e quello che impara non serve a niente, perlomeno non di più delle nozioni di “Strano ma vero…” della settimana enigmistica. Fosse per me metterei un anno in più di elementari, eliminerei le scuole medie e almeno un quarto delle materie e argomenti del piano di studio. A cosa serve fare mille materie quando la maggior parte dei ragazzi usciti dalle elementari ha ancora problemi a leggere e a scrivere in italiano corretto? A cosa serve insegnare una lingua morta togliendo tempo all’insegnamento dell’inglese? A cosa serve insegnare la teoria della relatività e la fisica quantistica (vedi licei scientifici) quando non si ha nemmeno abbastanza matematica per capire la meccanica classica? Se la ragazza dell’articolo ha studiato Storia che razza di sblocchi lavorativi poteva pensare di aver se non quello di fare l’insegnante? Inoltre la nostra scuola manca enormemente di specializzazione e ciò si traduce nel fatto che la maggior parte del tempo gli studenti fanno materie che non gli interessano e che non gli serviranno nella loro carriera. Infine è giusto che una rivalutazione dell’avviamento professionale in giovane età non può che fare bene: se un ragazzo non è portato allo studio obbligarlo ad andare a scuola è una perdita di tempo, molto meglio che impari un lavoro che gli possa dar da vivere.

    • rodolfo
      Rispondi

      CONCORDO PIENAMENTE

  • leonardofaccoeditore
    Rispondi

    IN QUALE UNIVERSITA’ S’ERA LAUREATO LEONARDO DA VINCI?

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Io ho a che fare con bravi artigiani,attivi nell’edilizia.
    Essi sono indigeni,non immigrati.
    Ormai hanno abbondantemente superato i 50 anni.
    E quando chiedo loro,mentre lavorano, come mai siano da soli, essi mi rispondono che non c’è nessun giovane che sia interessato a seguirli per imparare un mestiere.
    Chiedo poi loro se abbiano dei figli che possano seguirli.
    Tutti rispondono che studiano,studieranno, o in seguito a un diploma o laurea han trovato un diverso impiego. Impiego da mani pulite.
    Questa è gente che ha una clientela di prim’ordine.
    Rispettati, ricercati,molto ben pagati, e molto bravi.
    Si perderanno le loro abilità ed esperienza.
    A nessuno davvero interessa.
    E poi,si sa, gli artigiani sono evasori per definizione.
    Finirà come con gli infermieri.
    Li vedo spessissimo negri,arabi, balcanici, e sempre meno nostrani.
    Lavori duri,ben pagati,di responsabilità, e anche di soddisfazione.

    D’altronde dopo il 1968 molte cose sono cambiate.
    E’ da allora che le università,non solo quelle pubbliche, hanno accolto teste e braccia rubate ad altri ambiti lavorativi,tanto un foglio di carta serve sempre.
    Naturalmente a spese del contribuente.
    E’ da allora che questi laureati hanno trovato sistemazioni in gran parte di origine clientelare, ed oggi tutti si lamentano per la poca meritocrazia.

    Molto importanti,spesso determinanti, sono l’ignoranza dei genitori e anche l’ambizione smodata.
    La poca voglia di occuparsi davvero dei figli,buttati allo sbaraglio in un sistema educativo marcio.

    E’ normale che si lamentino.
    Ma chiedano ai nonni e ai genitori che cosa successe nel 1968 e anche dopo.
    I guai,originano in gran parte da lì, dove tutto doveva esser politica e tutto era un diritto.
    Doveri,zero.

  • Lorenzo
    Rispondi

    Ovviamente il titolo è provocatorio, presumo che vada letto come un “chiudete quella fabbrica di illusioni che si chiama scuola pubblica e imparate ad usare la vostra testa!”.
    Non bisogna credere allo stato, ma in voi stessi e in chi conoscete bene e di cui vi fidate.
    Bisogna abolire la scuola statale e lasciar fare al mercato. In questo modo le scuole inutili invece di creare futuri disoccupati (e succhiare soldi ai contribuenti) chiuderebbero all’istante, rimanendo attive solo quelle che danno una reale opportunità ai giovani.

  • Rorschach
    Rispondi

    Allora, credo che l´articolo mostri un caso di vita reale allo scopo di sostenere una tesi estrema, che tuttavia ha dei fondamenti di veritá, ma che rischia di essere letta con superficialitá. Concordo perfettamente sul fatto che l´universitá italiana sia in larga parte distaccata da una qualunque situazione di mercato. Innumerevoli facoltá offrono infatti percorsi di formazione del tutto autoreferenziali, che non hanno alcuna reale posizione da occupare sul mercato, se non quella del professore che tramanda gli stessi insegnamenti o del ricercatore. Questo é valido sia in ambito scientifico che umanistico e il problema é che l´universitá italiana offre in pratica solo la carriera da ricercatore di base, eccedendo le possibilitá di un Paese come l´Italia di finanziare un ambito limite come questo. La ricerca di base infatti serve a scrivere libri per formare generazioni di tecnici e che ha benefici estremamente lenti ed indiretti…

    Io credo la chiave di lettura del post debba essere questa: l´universitá italiana offre una formazione professionale che eccede le possibilitá del sistema-Italia, senza rendere conto di ció agli studenti con numeri chiusi e corsi di orientamento onesti.

    Certo, se la chiave di lettura é che la ricerca di base é inutile perché nessuno é interessato a pagare per libri e articoli, che so, su come funziona il ragionamento morale negli esseri umani, non posso che dissociarmi.
    D´altronde la logica binaria inizialmente era solo un perfetto esercizio di stile, apparentemente inutile. Adesso la nostra civiltá é fondata su di essa.

    • NICOLA
      Rispondi

      Mi permetto di dissentire con l’affermazione “l´universitá italiana offre una formazione professionale che eccede le possibilitá del sistema-Italia”, poiché semmai è il contrario.
      Nell’università italiana i laboratori (parlo di ingegneria) sono ridotti ai minimi termini. Sono visti come dei costi ed assolutamente sottodimensionati alle ambizioni dei magnifici rettori, che vogliono avere sempre più iscritti.
      Quindi in assenza di laboratori il minimo di esperienza pratica che prima c’era, adesso viene a mancare. E l’università si afferma sempre più come concetto teorico: prendi il treno od il pulman, ti rechi in università ad ascoltare il professore che spiega al 99% uguale al libro di testo con la minima interazione possibile col suo pubblico.
      Poi ritorni a casa e ristudi sullo stesso libro.
      Alla fine è tutta teoria. Dove Lei veda la formazione professionale non l’ho capito.

      Le posso garantire che la geometria euclidea che io vedo usare dai miei fornitori carpentieri quando realizzano i prodotti che vengono loro richiesti, raramente l’ho vista così bene capita ed assimilata in università.
      E questo è frutto di pratica e di interazione con il mondo reale, non con i libri.

      La teoria è utile se a questa segue una buona dose di consolidamento pratica, altrimenti è un esercizio mentale fine a se stesso che non porta a benefici, tranne l’innalzamento dell’ego del teorico.

      Questo è il mio punto di vista.

      • Rorschach
        Rispondi

        Nicola, grazie per il commento. La mia affermazione che lei cita era tuttavia da intendersi in senso quantitativo e non qualitativo. Cioé l´eccedenza é nel numero di posti da ricercatore di base che il sistema accademico offre ed il sistema economico non puó mantenere. Non c´era nessun riferimento ad un livello qualitativo.

        Sulla questione della teoria-pratica credo l´esempio dell´ingegneria sia problematico. In alcuni Paesi dell´est Europa per definirsi ingegnere é sufficiente in pratica essere un ottimo conoscitore dei processi tecnici su cui si lavora, senza dover troppo spaccarsi la testa su derivate parziali o trasformate di Fourier. É chiaro che figure di questo tipo che non hanno appunto alcuna preparazione teorica alle spalle non possono definirsi ingegneri al pari di chi padroneggia terrificanti modelli matematici. Poi concordo che se l´ingegnere non applica le sue teorie alla realtá diventa in pratica ridondante con la figura del fisico teorico, il cui lavoro di certo NON é un esercizio mentale fine a sé stesso che ne innalza l´ego. Semmai dovrebbe essere un modello che educa una categoria di ingegneri, i quali poi riflettono su tale modello, lo applicano, ecc….

        Poi se uno esce dall´ingegneria e si butta su materie come filosofia, sociologia, archeologia…. Allora sí che diventa un problema concretizzare il tutto.

  • Carlo Maggi
    Rispondi

    Caro Leo ,

    non solo Leonardo da Vinci ……ma anche molti altri geni non si sono mai laureati…..tipo Frank Lloyd Wright….il problema è spiegarlo alle madri :-)

    Un saluto libertario a tutti

    Carlo Maggi

    • Riccardo
      Rispondi

      Quindi chiudiamo le Università e facciamo studiare solo i Leonardo da Vinci e i Wright. Ma poi chi gli insegnerà a costoro? Altri Leonardo ed altri Wright? Vi faccio presente che se oggi potete scrivere qui (a volte cose giuste ed a volte idiozie come quelle scritte in questo articolo), è perchè qualcuno che ha studiato nelle Università è stato in grado di inventare le CPU, i semiconduttori ed i transistors (se sapete cosa sono). Forse Leonardo da Vinci non avrà studiato all’Università, ma Faggin si, Brattain si, Schokley e Bardeen pure (se sapete chi sono). Se poi volete una società di gente che a tredici anni entra in fabbrica ad avvitare bulloni, schiava del lavoro, beh, io quella società non la voglio. Non voglio essere schiavo dello stato, ma neanche del lavoro. E tra un ignorante produttivo ed una persona colta improduttiva, scelgo la seconda, anche se ovviamente preferirei una società di laureati produttivi. Il guaio semmai è che in Italia, la maggior parte dei laureati è improduttiva ed ignorante. Ma questo non per colpa loro.

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